Vivere non sentendosi psicologicamente autorizzati

Mi riferisco a quel sentimento che opprime molta gente nel vivere secondo una sorta di melanconia a contatto con la realtà in quasi tutte le condizioni della loro vita. Sono insicuri di fronte al capo nell’ambito lavorativo, con il proprio coniuge o compagno, con le figure professionali alle quali si rivolgono per consultazioni varie, persino quando vanno ad acquistare qualcosa nei negozi, cercano di essere invisibili di fronte al negoziante come se si sentissero osservati, severamente e giudicati.

Si sentono impacciati nel socializzare con persone verso le quali provano interesse, uomini o donne che siano, come se si percepissero indegne di desiderare.

Molte donne e molti uomini non riescono ad avere una storia sentimentale quasi per tutta la vita, perché raggiunta una certa età, rinunciano completamente a cercare di conoscere gente nuova.

Si sentono inadeguati e quindi evitano di essere a contatto con chi potrebbe svalutarli e così la loro timidezza diventa cronica.

E’ difficile aiutare e portare queste persone dallo psicoterapeuta, come i loro rari e intimi amici, suggerirebbero: si tratta di amici che conoscono i soggetti timidi sin dall’infanzia e che sono gli unici con i quali i timidi possono confidarsi, anche perché la loro timidezza è agli amici stessi già ben nota.

Queste persone, diciamo inibite, si lamentano della loro situazione emotiva e psicologica che è debole, spesso la riconoscono, ma spesso accusano anche altri conoscenti di comportarsi in modo giudicante. Questi conoscenti mostrerebbero, infatti, espressioni mimiche del loro volto che appaiono molto severe, come se ci fosse una voce che sgrida o qualcosa di simile.

L’insicurezza di queste persone timide porta loro dire che non possono deludere alcune attese dei loro interlocutori durante una conversazione. Non sono quindi capace di dire di no, – esclamano le persone insicure – perché mio marito, (moglie) o mio fratello so che vorrebbero che io facessi quello che in realtà non vorrei fare, ma io mi sento costretta/o e non posso evitare di eseguire quel compito, quel tipo di favore, come fosse un mio dovere, anche se so che non sarei costretto/a ubbidire. Forse temo di non esserne all’altezza ?!

In realtà, a un’attenta analisi, le motivazioni sono fondamentalmente altre.

Come al solito, le esperienze passate degli incontri primari s’intrecciano tra loro in alcuni interlocutori interiori che hanno colori emotivi molteplici e che funzionano nel soggetto timido come se lo sgridassero continuamente o lo tenessero strettamente in severa osservazione.

E’ come se influenzassero la libertà dell’Ego che è protagonista della loro azione e scelta di vita, gli comunicassero che data la loro indegnità di persone, devono stare composti e tenersi misurate e spesso imbrigliati\e nelle azioni, nelle loro esposizioni tra la gente.

Mi viene in mente il Pinocchio di Collodi quando il burattino torna a casa che trova vuota, dopo aver venduto l’abbecedario che il padre gli aveva comprato, affinché Pinocchio andasse a scuola.

Il burattino lo aveva venduto per comprarsi il biglietto per partecipare a un teatro dei burattini.

Il grillo parlante sul muro freddo della bottega di Geppetto lo sgrida e gli ricorda : cosa hai fatto Pinocchio ….. tuo padre ha venduta l’unica casacca che aveva, solo per comprarti il libro per la scuola e tu lo lasci in maniche di camice al freddo: ti sei venduto anche l’abbecedario, vergogna di un burattino !

Pinocchio, stanco e in colpa per queste invettive, impulsivamente schiaccia con un martello di legno il grillo parlante, appiccicandolo al muro per soffocare la sua voce che non vuol più ascoltare.

Gli interlocutori interni sono come personaggi fantasmatici che assomigliano al grillo parlante.

Condizionano il vissuto che in questi casi, generano un blocco emotivo. Le fantasie suggeriscono al timido di non uscire dai binari del passato, dal copione di una parte di Sé bambina. Accedere alla loro vita adulta alla libertà di esprimere propositi e progetti per il futuro è come se fosse vietato.

Le persone timide e inibite in sostanza, non possono impedire che alcuni interlocutori che si sono costruiti nell’infanzia dentro il loro mondo mentale, abbiano la prevalenza sull’Ego che dovrebbe tenere le redini in mano della vita. Ricordiamoci che la mente funziona come l’attività onirica, cioè il sonno, che non è un’attività’ di pensiero condizionata dalle variabili tempo e spazio. In altre parole, ciò che abbiamo assorbito nella prima infanzia, imitato o emulato, permane sempre e coesiste con altre parti d’interlocutori che riflettono comportamenti del tutto adulti e responsabili.

In questo senso, la mente funziona in maniera trasversale. I ricordi sono permanenti per quel che riguarda certe aree mentali primitive. Se un bambino assiste alla violenza dei familiari prima o poi replicherà la violenza come parte incorporata di Sé.

Le persone molto inibite e bloccate psichicamente senza accorgersene non possono vivere liberamente senza l’autorizzazione da parte ormai di fantasmi mentali che si sono mantenuti nell’adulto inibito, come se loro persona fosse rimasta bambina.

L’esperienza del passato, magari derivanti dal contesto familiare di origine o altro, hanno in parte condizionato anche molto indirettamente nei timidi l’assorbimento di meta messaggi che obbligano, anche in modo indiretto, a non deludere mai le aspettative che loro immaginano che gli altri abbiano su di loro.

Questi comportamenti nei timidi appare ego sintonico.

L’egosintonia per esempio significa che noi non sentiamo nel nostro corpo l’esistenza di vari organi normalmente funzionanti sino a che non avvertiamo un dolore o alcuni sintomi fisici che risvegliano la nostra attenzione e costringe alla localizzazione dell’organo ammmalato. Riconoscendo che esso esiste. Il medico in seguito individua la patologia con diagnosi e cura.

Gli inibiti, pertanto continueranno ingenuamente a mantenere le stesse abitudini, perché a loro sembrano tutto normale. La parte dell’identità’ adulta lamenta magari che nulla stia cambiando nella propria vita con il passare degli anni e così si sentono infelici perché s’accorgono che non raggiungono mai alcun obiettivo soddisfacente, che sia nuovo diverso dal solito copione. Vivono in casa con la famiglia a tempo indeterminato. La vita affettiva appare statica. La socialità si mantiene con molti inconvenienti: sempre la stesso stile di vita con gli stessi amici/che con i quali/con le quali si litiga spesso ma si condividono gli stessi tristi argomenti, poco propositivi.

Il problema psicologico sta nel fatto che le persone inibite non si sentono autorizzate a vivere una propria vita di adulta sufficientemente libera da ottenere di raggiungere le proprie mete. Loro protestano di non riuscire a cambiare, ma contemporaneamente mantengono il legame di dipendenza da riferimenti passivi del passato e non potessero accettare di separarsi dal certo per andare verso l’incerto.

Loro protestano di non riuscire a cambiare, ma sono incollati al passato come se il destino impedisse loro ogni movimento che considerano troppo audace.

Un aiuto psicoterapeutico può avviare al cambiamento permettendo l’elaborazione del distacco dall’inconscio attaccamento al passato.

 

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

One thought on “Vivere non sentendosi psicologicamente autorizzati

  1. Uno dei primi ricordi, che mi sono stati raccontati più volte come anneddoti della mia nascita, è che non piangevo e che pensavano fossi a rischio di vita, poichè molto piccola.

    Ricordo come la presenza di persone anziane, che abitavano accanto alla casa d’infanzia, fosse spesso, intorno ai quattro-cinque anni, chiamata a pretesto per “non correre, non fare rumore…”, oppure ogni volta che raggiungevi un oggetto nuovo e per ciò prezioso “Attenta! Si rompe!”.

    Durante l’infazia ciò “pesa” soprattutto quando si intreccia con una certa fragilità fisica, perchè le autorizzazioni psicologiche sono l’incontro profondo tra mente e corpo, dove la rabbia per non sentirsi riconosciuti si avverte quasi incontenibile, invece che una risorsa di energia e condivido quanto un percorso psicterapeutico possa favorire una forma diversa del passato, rendendoci protagonisti del proprio vissuto: forse la timidezza di alcune persone è l’altro volto della rabbia e quindi un possibile tentativo di elaborazione emotiva?

    Raffaella

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