Pena e vendetta

In Italia, come noto, la procedura del giudizio si svolge in tre gradi di giudizio (Primo grado, Appello, Cassazione): soltanto alla fine di questo percorso la condanna di un imputato è definitiva. Chi è imputato in un processo non può essere considerato colpevole e quindi non può essere condannato ad alcuna pena fino alla condanna di Cassazione.

Mi interessa considerare che il terzo comma dell’art. 27 della Costituzione riguardo alla responsabilità penale stabilisce il principio della finalità rieducativa della sanzione penale: tale sanzione quindi non dovrebbe esprimere non soltanto una sentenza di punizione quanto si propone di comunicare sia alla società, sia a chi commette i reati un messaggio di disincentivazione attraverso la punizione, per esempio con l’ergastolo. Le sanzioni debbono essere socialmente giuste, coerenti per esempio ai gradi dei vari crimini.

L’obiettivo generale della pena consiste nel̀ fornire al condannato e alla società gli strumenti necessari quando è possibile, per reinserirsi nella società, rispettando le regole fondamentali della convivenza civile.

La prigione costa molto economicamente alla società, per ogni detenuto: mi domando se non sarebbe meglio investire tutto questo denaro sulla rieducazione del colpevole. Con alcuni casi di Psicopatia e Sociopatia é impossibile !

Da un punto di vista della costruzione di una società civile ed evoluta, penso che conti a mio parere, e anche alla dignità del condannato eliminare il concetto di detenzione: per questo motivo, infatti, nella nostra Costituzione sono vietati i trattamenti contrari al senso di umanità. Purtroppo, tante situazioni negative si frappongono a questi obiettivi tra i quali quello che vede gli Istituti di detenzione soffocanti e stracolmi di gente.

Se un giovane ubriaco alla guida di un’auto, sbanda e uccide diverse persone, commette certamente un reato gravissimo. Pensare ai parenti che perdono tanto improvvisamente quanto drammaticamente questi cari uccisi, significa che si può ben immaginare, quanto salga in loro, ma anche in tutti coloro che apprendono l’informazione dei delitti o delle morti, una rabbia incontrollabile, tanto è forte il dolore per il grave lutto. Sembra che la consolazione cercata per alleviare tale dolore consista nell’essere risarciti, non tanto economicamente, ma sopra tutto affinché si plachi parzialmente il dolore con la vendetta. Nessuno usa tale parola, ma la giustizia in fondo è costretta a una pena che si vorrebbe suonasse giusta ma che corrisponde e che si fonda sulla pena giusta.

I giudici sono costretti a punire fortemente chi ha sbagliato. Una grossa pena finale dovrebbe equivalere a una grossa vendetta, considerata riparatrice al fine inconscio di ottenere indietro almeno un po’ di giustizia attraverso la sofferenza del carcere dell’altro, cioè il colpevole.

In verità, quale giustizia, si verifica? Quanto ne guadagna la società ? L’esempio della vendetta? Pan per focaccia?

A cosa serve? Mi sembrano due aspetti diversi che vanno affrontati diversamente! Si tratta da parte dei parenti di gestire il dolore per un omicidio, magari accaduto per leggerezza del conducente il veicolo, e dall’altro pensare che lo scopo non consisterebbe nel vendicarsi, ma in realtà accettare con enorme comprensibile difficoltà di farsi una ragione per aver perduto una persona o più persone molto care.

Si tratta di una perdita forse irreparabile, forse imperdonabile ? Si può comprendere!

Il concetto di vendetta è umanamente tanto  comprensibile quanto diffusa, antichissima e istintiva.

Le scimmie, per esempio, sembrano visibilmente capaci di reciprocità nel restituire con interesse il danno ricevuto, lo ricordano e lo ricambiano; la vendetta rappresenta una difesa arcaica, funzionale alla sopravvivenza in contesti popolati da diverse unità vitali. La storia antica e moderna è piena di rivalse e vendette.

Nella coppia d’amore quando la fiducia viene riposta l’uno nell’altro, accade che se questa fiducia viene tradita può provocare sentimenti profondi di reazione vendicativa che toccano gli strati più arcaici del Sé , cioè della propria immagine.

La sofferenza subita normalmente genera un bisogno di risarcimento. Non è normale quando si chiede l’interesse e si vede l’accanimento molto acceso e lo scopo di vita si organizza solo nel vedere restituire la vita dell’altro sotto forma di morte di colui che ha offeso.

Il soggetto offeso vendicativo in verità si sente trattato come un oggetto spregevole, cioè maltrattato al massimo, perché il suo onore viene completamente calpestato, (delitto d’onore).

La frustrazione che deriva da un torto subito, da un tradimento fa sentire profondamente soli e vittime di un destino ingiusto.

Chi sperimenta il dolore desidera far provare la stessa sensazione a colui che l’ha fatto soffrire.

Si tratta di un tentativo di mangiare simbolicamente, riprendendosi indietro quel che è stato a lei/lui tolto con l’inganno, facendo pagare con interesse il dolore che lei/lui ha provato.

Si può capire il sentimento di giustizia che spesso si confonde con la vendetta.

Chi come una madre e padre, ha avuto ucciso una figlia/o chiede giustizia al Tribunale e cioè una pena per l’uccisore che sia proporzionale al danno affettivo subito, possibilmente maggiore al fine di dare insegnamento agli altri potenziali assassini, ma anche per avere un risarcimento morale oltre che eventualmente materiale.

Le emozioni che seguono la ferita oggettiva, a volte, sembra più di tipo narcisistico, cioè che riguardi l’onore del Sé ferito. Si configurano nei parenti o affini come un senso d’appagamento fino a che si è soddisfatti per essersi vendicati e ci sente compensati da un senso di giustizia. Può anche seguire depressione e malinconia perché la vendetta non è mai un vero risarcimento.

L’orgoglio di chi ha subito l’offesa deve essere ricostituito ed egli deve dimostrare agli interlocutori interiorizzati (che ciascuno di noi conserva dentro se stesso), che tutto è tornato quasi come prima. Non in tutti prevale tale accanimento, a molte persone è sufficiente sentire che la restituzione è avvenuta per recuperare soltanto l’onore ferito. La giustizia è fatta!

Parlo di onore e non di dignità, perché la seconda istanza identificativa del Sé, non includerebbe, a mio parere, il sentimento di vendetta.

Il Leopardi in Passata è la tempesta, nota come la felicità che risorge per il ritorno del sole dopo la pioggia, sia accontentarsi di poco o nulla, cioè un’ingenua illusione di felicità.

Penso che giovi maggiormente e anche economicamente sia più conveniente per la società, non pensare alla pena, né alla vendetta in carcere.

Mi sembra più utile che colui che offende con vari delitti, sia messo di fronte alla realtà dei suoi gesti e condotto all’interno di una struttura educativa molto ben e strutturalmente organizzata per essere restituito alla libertà, solo quando i giudici insieme ad alcuni specialisti del settore si convincano che il criminale si sia realmente trasformato in una persona civile. Molti criminali vanno curati per molto tempo, ma é sempre meglio che in carcere.

Mi sembra giusto un risarcimento monetario ai parenti offesi dal crimine e dalla sofferenza per la perdita affettiva e morale. Mi sembra anche utile l’arresto domiciliare con l’ausilio di cure appropriate.

La detenzione in carcere, specie se lunga, tende solo a spegnere l’individuo, ma non lo educa, non lo fa evolvere, se non il contrario: in alcuni casi, produce nei carcerati un bisogno di rivalsa che può portare, come abbiamo spesso visto, a una reiterazione dei reati.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

One thought on “Pena e vendetta

  1. Ho avuto modo, di recente, di vedere un film di M.Moore “Where to invade next”, che si muove sulle orme del documentario, mentre mostra come, in alcuni Paesi non lontanissimi dall’Italia, le carceri siano, a quanto sembra, luoghi da tempo ormai rieducativi ed orientati al reinserimento sociale dei detenuti.

    La mia curiosità riguarda le ragioni di questa differente organizzazione carceraria tra Paesi relativamente diversi per molte caratteristiche dall’Italia: geografiche, storiche, culturali, ect, ma, a mio parere, abbastanza prossimi, soprattutto considerando il fenomeno della globalizzazione.

    In sintonia con la costante presenza di un percorso rieducativo si avrebbe, seguendo questo documentario, una diminuzione significativa dei reati e delle spese: perchè, allora non adottare, riadattandola per quanto possibile, una soluzione carceraria simile, che non mi sembra illusoria?

    Raffaella

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