Restare o andarsene?

Che cosa significa vedere la propria casa distrutta dal terremoto, il proprio spazio abitativo invivibile? Cosa significa vedere l’intero edificio ferito irreparabilmente e non più in grado di ospitarti, accoglierti perché trasformato in polvere e sassi ?

La casa per gli italiani può rappresentare il luogo nel quale convergono spazio e oggetti del passato che stanno per anni a guardarci e ci ricordano tante situazioni storiche, empiriche e forse i genitori interni, anche se non più in vita. Gli oggetti anche non di valore, possono rispecchiare interiormente, una parte non solo dei ricordi, ma la continuità, la personalizzazione, la familiarità con il passato e quindi testimonianza della propria identità.

Si, perché per noi italiani la casa rappresenta quasi sempre la propria stessa identità. Non è così negli Stati Uniti, né per il Canada o per varie parti dell’Australia e altrove.

Perché mi sono fortemente commosso ascoltando le notizie video su gente che piangeva per la perdita della propria casa? Tutte le tragedie possono commuovere e muovere parti di noi stessi perché toccano punti psichici e storici che sono rimasti sensibili.

Il terremoto, dal greco catasrofé, anche antonomasia perché sempre ricordato un cambiamento forzato, tanto traumatico quanto senza anima e disumano.

Chi ti voleva bene , chi ti riconosceva ogni giorno, oggi sta male, è ferito, se non morto, ma in particolare un nostro mondo interiore che se ne è andato; il panorama di un paese nel quale sei nato e cresciuto non ti sorride più. Sei tu che devi sostenerlo, proteggerlo e non più lui che sembra averti abbandonato, mostrando tutta la sua inconfessata storica fragilità che tu non potevi vedere.

I giovani hanno davanti a sé un potenziale e lungo futuro. Possono credere che tutto verrà ricostruito, anche se non ugualmente a prima del terremoto. Gli anziani o quasi anziani ci credono meno e pensano comunque al tempo che occorrerà, forse tanti anni …

Quella costruzione, quel clima ove sei vissuto sino a qui, quei genitori che l’hanno abitata e che sono morti, sono stati convinti nell’inconscio che l’avrebbero abitata per sempre anche attraverso i loro figli che avrebbero continuato a permanere in loro vece. La gente che vi abita piange anche per loro, quelli che vedono ciò che è distrutto, non più recuperabile. Nulla mai potrà essere come prima.

Ricostruiranno, si, ma nulla sarà come prima. L’identità cambierà ma per perdere se stessi nel senso di esistere solo per sopravvivenza. Io non sarò più lo stesso!

Specialmente se pensiamo a una casa antica, una chiesa, un campanile, tutti luoghi fisici e mentali che ci hanno parlato per secoli, prima che noi nascessimo e dopo, sino al giorno della catastrofe che si è portato via tutto evoca un passaggio epocale!

Non sono certo sorpreso che molta gente nei paesini umbri e marchigiani desiderino restare a ogni costo: certo, in pratica, alcune persone non possono lasciare i propri animali come mucche, tori, cavalli, pecore, pollame, ecc. Se vanno via temono di perdere la loro terra, i loro animali, i loro beni, ma in particolare il senso della loro esistenza, il paesaggio, la cultura che contraddistingue quei luoghi, quei colori, quei suoni, forse tutto quello che possiedono?

Personalmente, per ora, vivo lontano da quel disastro che si replicato in pochi mesi, ma so che gli italiani sono possessori all’ottanta per cento della casa che abitano e che amano comprarla per una questione non tanto d’investimento, ma di affetto.

Questo atteggiamento indica molto sulla sofferenza di ciò che si perde con il terremoto.

Da molto tempo la tecnologia ricostruttiva permette di costruire case antisismiche il cui costo può essere inferiore al sistema che non lo ha previsto. Non solo, ma anche i vecchi edifici, quelli antichi possono prevedere salvaguardie adatte al mantenimento degli edifici con sistemi antisismiche. Considerando che l’Italia è territorio sismico, il piano costruttivo dovrebbe, senza eccezione sempre prevedere le maggiori tecniche antisismiche in gara con il Giappone.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

One thought on “Restare o andarsene?

  1. A pensarci il terremoto sta cambiando più che bruscamente il volto di molti luoghi, da mesi, cancellando non solo preziosissimi riferimenti personali, ma appunto anche storici ed, immedesimandomi nel disorientamento di molti degli sfollati, sento la fatica di continuare a sperare che spesso forse si esprime nel desiderio di restare là dove in qualche modo si sentono le radici ed i ricordi.

    Vengo però da una famiglia: penso a mia nonna, a mia madre, ecc, che più volte ha cambiato luogo dove abitare, legandosi affettivamente a paesaggi diversi, con curiosità, pur non senza fatica, ma il cambiamento era vitale e positivo: l’abitazione era realmente quella emotiva e non delle pietre, dove i ricordi servono a cambiare: forse ciò non lenisce il dolore per la devastazione, ma cerca di raccontare una possibilità che l’antisismica può supportare molto ?

    Raffaella

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