Le malattie della globalizzazione

La storia del fenomeno globalizzazione nasce circa nella seconda metà degli anni ottanta, ossia se ne comincia a parlare in quel periodo.

Si tratta di un crescente aumento dei sistemi economici grazie alla diffusione delle nuove tecnologie telematiche e delle telecomunicazioni nella vita di tutti i giorni. Questa velocità ha permesso di trasmettere messaggi economici in tutto il pianeta.

La globalizzazione nasce quindi per ragioni economiche, poi culturali quelle che hanno dato accesso anche al mondo virtuale.

La gente in virtù della comunicazione veloce ha potuto ridurre il costo dei viaggi in aereo e anche promuovere sistemi commerciali in Paesi geograficamente lontanissimi e di cultura completamente diversa.

I recenti drammatici attacchi con il camion guidato da un pakistano a Berlino di ieri, 19 Dicembre, e della spietata uccisione dell’Ambasciatore russo a Ankara mettono decisamente in crisi tutto l’Occidente. Gli jihadisti con il loro comportamento omicida tanto facile quanto truce, sembra poter mettere in ginocchio i nostri Paesi occidentali, mentre noi accogliamo come in un ritornello le persone povere e civili o anche potenziali guerriglieri che chiedono di entrare nei nostri territori.

Alcuni terroristi ci ripagano con la morte e con la loro cultura iper-maschilista che, per esempio vede la donna una schiava prostrata davanti all’uomo assoluto dominatore, padrone della vita della morte degli altri.

La globalizzazione costringe a prender atto delle enormi differenze culturali che esistono tra Paesi a volte nemmeno tanto lontani, delle culture sociali, religioni, costumi.

Un elemento dovrebbe restare certo: l’ospite di un Paese deve adattarsi alle leggi, religioni, costumi, abitudini, cercare di imparare la lingua e fare il possibile per integrarsi con tutto il mondo che riguarda il Paese ospite.

Un grande problema che si verifica oggi, specie con le migrazioni, consiste nell’ignorare di fatto, i gravi rischi che corriamo tutti con la commistione di culture religiose e abitudini fondamentali, come varie parti del mondo hanno recentemente dimostrato con le loro vittime inerti che ormai non si contano più.

Occorre che l’Occidente studi accuratamente come credo stia già facendo, i fenomeni culturali e paralleli alla ospitalità dei migranti, affinché questa gente ospitata, spesso a spese d’italiani poveri e senza casa, né soldi non diventi padrona in casa nostra.

Un tale miscuglio di cultura, religioni, cibo, di lingue parlate, di salute, potrebbe anche beneficiare un mondo provinciale e chiuso, sia mentale, sia biologico, ma non sembra che per ora, l’andamento delle cose offra questo sperato risultato.

Molte malattie che un tempo non scambiavamo con altri, sono all’orizzonte. Anche se per ora non invadono i nostri territori, sono potenzialmente pericolosi, come anche noi siamo pericolosi per loro, (vedi il pericolosissimo morbillo che per noi è endemico e quindi familiare) .

Consideriamo un gruppo di malattie infettive considerate rilevanti, HIV, il virus dell’ebola, malattia emorragica, la tubercolosi, epatite B e C D, F, gonorrea, sifilide, morbillo e rosolia, malaria e malattia di Chagas) ed é basato su una analisi di dati ed informazioni provenienti da svariate fonti: il sistema europeo di sorveglianza delle malattie infettive (TESSY), tenta una revisione della letteratura sulle malattie infettive condotta attraverso la rete di esperti selezionati in tutti i Paesi UE.

Il quadro che ne deriva conferma numerose evidenze secondo le quali , erano giá ben chiare agli esperti del settore, ma sarebbe destinato ad aprire anche nuove opportunità e sfide. In ogni caso, il rapporto rappresenta un buon punto di riferimento, anche per i non addetti ai lavori che volessero conoscere meglio la situazione specifica della diffusione delle malattie infettive nella popolazione migrante.

Alcuni risultati già li conosciamo: HIV: tra il 2007 ed il 2011 ben il 39% dei nuovi casi di infezione da HIV provengono dalla popolazione immigrata. Ciò dimostra come esista una chiara sproporzione fra l’incidenza di nuovi casi di HIV fra la popolazione indigena e quella immigrata. L’aumento di incidenza é stato osservato specialmente fra i cittadini provenienti dall’Africa e America Latina.

In calo invece sembra essere la proporzione di nuove infezioni dall’Africa sub-Sahariana. La via di trasmissione piú frequente é risultata essere attraverso rapporti eterosessuali non protetti, anche se particolarmente tra migranti dal Sud America dove resta elevata la quota legata ai rapporti omosessuali. Sembrerebbe evidente che molti degli stessi migranti siano a elevato rischio di acquisire l’infezione una volta entrati nell’UE: non si tratterebbe dunque d’importazione di casi, bensì di problemi legati a una maggiore suscettibilità di questi soggetti all’infezione una volta arrivati in UE (comportamenti a rischio, mancanza di modelli di prevenzione, ecc.)

Anche per la tubercolosi, si é osservato un trend in aumento di casi legati alla popolazione migrante: Specialmente nell’Europa occidentale, la maggior parte dei casi di TBC viene riportata nella popolazione migrante (fino al 70% in Paesi come Gran Bretagna, Olanda, Paesi Scandinavi). Allarmante il dato che mentre l’incidenza sembra ridursi nella popolazione indigena, si registri un aumento dei casi nella popolazione immigrata. Il Rapporto sottolinea anche come la preoccupazione l’aumento di casi di TBC registrati nella popolazione immigrata possa far aumentare la diffusione di TBC in Europa sia del tutto infondata. Al contrario, tale evidenza suggerisce la necessità di mettere in atto specifiche strategie di prevenzione in quei gruppi di popolazione che sono stati evidenziati a maggior rischio.

Gonorrea e sifilide sembrano non differire in maniera significativa fra popolazione immigrata e residente. Mentre i dati a nostra disposizione non ci consentono di trarre conclusioni riguardo morbillo, rosolia ed epatite C. Al contrario, l’epatite B colpisce in maniera discriminatoria le popolazioni immigrate, anche grazie al fatto che in tutti i Paesi UE le strategie vaccinali contro l’epatite B hanno ridotto al minimo la circolazione locale del virus. In Paesi come la Svezia, ormai la quasi totalità di infezioni da virus dell’epatite B si riportano in soggetti immigrati che non sono stati vaccinati nei loro Paesi di origine.

Un ulteriore problema di salute da affrontare nella popolazione migrante é la acquisizione di malaria legata ai frequenti viaggi di ritorno per visitare i Paesi di origine, oppure alla presenza di malaria nei lavoratori stagionali. L’Africa sub-Sahariana, é al primo posto per i casi importati di malaria da P. falciparum. Attenzione alla diagnosi e terapia tempestiva ed efficace sono indispensabili per prevenire i casi gravi.

Il rapporto infine registra un incremento preoccupante di casi di malattia di Chagas (negli immigrati dall’America Latina) in Italia, Francia, Spagna, Olanda e Regno Unito. Anche in questo caso i medici devono tenere in conto la diagnosi di questa malattia, certamente rara alle nostre latitudini.

Tuttavia, la conclusione principale del rapporto é rappresentata dall’evidenza che i dati a nostra disposizione sono ancora piuttosto frammentari e che é necessario un forte sforzo da parte della Sanità Pubblica al fin di migliorare la qualità dell’informazione per poter attuare misure preventive mirate. I dati sulla diffusione di alcune patologie (quali HIV e TB) fra la popolazione immigrata e quella indigena sono piuttosto scarsi, anche se la chiara disproporzione di casi nella popolazione migrante suggerisce come la condizione di immigrato rappresenti ancora oggi nell’UE un determinante di salute importante che fa degli immigrati una popolazione maggiormente fragile con minore accesso ai programmi di prevenzione.

La lebbra o malattia di Hansen, interessa i nervi periferici, la pelle e le mucose delle vie aeree. Provoca segni fisici e deformità che nei secoli sono stati associati a uno stigma negativo e hanno spesso comportato emarginazione per i malati e le loro famiglie.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità nel 2012 sono stati rilevati 232.857 nuovi casi di lebbra al mondo. Le stime parlano di circa 1-2 milioni di malati con disabilità irreversibili legate al morbo di Hansen. La maggior parte dei casi si concentra nei Paesi tropicali e subtropicali, in particolare India, America Latina e Africa.

L’insorgenza della malattia può verificarsi a qualsiasi età, ma la maggior parte degli esordi è intorno ai 20-30 anni. L’incubazione è lunga, in media 5-7 anni e può anche essere superiore a 40 anni.

La malattia di Whipple è un’infezione cronica rara. È anche detta lipodistrofia intestinale, poiché è osservato l’accumulo di materiale lipidico nei vasi linfatici intestinali e nei linfonodi. La malattia interessa maggiormente la mucosa dell’intestino tenue, ma anche altri organi (cuore, polmoni, occhi, cervello, etc.) sono coinvolti. Colpisce prevalentemente uomini di 30-60 anni, in maggioranza soggetti caucasici nell’Europa centrale e Stati Uniti.

La Malattia di Lyme come spesso noto, è una malattia infiammatoria trasmessa da zecche del genere Ixodes. Prende il nome dalla città di Lyme, nel Connecticut, dove si registrò una serie di casi nel 1975. E’ provocata da una spirocheta, la Borrelia burgdorferi, che penetra attraverso la cute con il morso di zecca. Può colpire i linfonodi (e causare adenopatia regionale) o diffondersi nel sangue e di lì ad altri organi e tessuti, interessando la cute con manifestazioni eritematose.

Se s’identifica una zecca a livello della pelle è raccomandabile fare poi attenzione agli eventuali segni e sintomi per un periodo di 30 giorni, e, in modo particolare al manifestarsi di una lesione cutanea nel sito.

Il Tracoma fa parte del gruppo delle Malattie Tropicali Neglette. Si tratta di un’infezione batterica altamente contagiosa simile alla congiuntivite. Le ripetute infezioni creano cicatrici all’interno della palpebra. A questo punto le ciglia si rivoltano all’interno dell’occhio graffiandone la superficie. Il dolore è insopportabile e a questo stadio, se non si interviene chirurgicamente, il tracoma porta alla cecità. Riguarda certamente una malattia legata alla povertà e scarsa igiene. Oggi circa 40 milioni di persone soffrono di tracoma attivo, perlopiù donne e bambini. In passato la malattia era diffusa in tutto il mondo, ma è stata debellata decenni fa in Italia insieme alla poliomielite e al vaiolo. Per milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo è ancora una malattia molto dolorosa che può avere conseguenze devastanti per il futuro.

Dovremmo anche occuparci dell’ipovisione, la retinopatia diabetica, la cecità infantile e il gruppo (17 in totale) conosciuto come Malattie Tropicali Neglette note all’OMS Organizzazione Mondiale della Sanità. Include non solo tracoma e cecità dei fiumi, ma anche l’ulcera del Buruli, il morbo di Chagas, la dengue grave, la dracunculiasi, l’echinococcosi, l’infezione da trematodi, la tripanosomiasi africana umana, la leishmaniosi, la lebbra, la filariosi linfatica, la rabbia, la schistosomiasi, l’elmintiasi trasmessa dal suolo, la teniasi/cisticercosi e la ramboesia.

Naturalmente mi rendo conto che potrebbe spaventare elevare tante malattie alle quali potremmo in futuro essere soggetti, ma sono convinto che non tutto il male vien per nuocere. Penso infatti che tra qualche anno non solo la Medicina sarà molto migliorata scientificamente, ma anche che la popolazione del pianeta si sarà a tal punto mescolata che i vari sistemi immunitari si saranno anche evoluti difensivamente dai vari pericoli.

Qualcuno forse qualcuno non ce la farà, ma dopo diversi anni, la situazione migliorerà. Verranno in altre parole, scambiati gli anticorpi di alcune persone che soccorreranno altre persone ammalate che non ne sono provviste, immunizzandoci a vicenda. Gli uni cederanno agli altri quel che loro manca.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

One thought on “Le malattie della globalizzazione

  1. Ho in mente due episodi a cui sono stata partecipe sia nel rapporto tra ospite ed ospitato culturalmente sia in merito alla prevenzione e cura della salute ginecologica.

    Mi riferisco, in primis, ad una conversazione che ho avuto, la scorsa estate, con un ingeniere iraniano laureatosi diversi anni prima a Bologna e tornato era disorientato dagli europei (noi) in un sabato sera di relax, diceva con rammarico: “Non si accantentano, vogliono tutto”.

    L’altra immagine mi deriva dalle continue discussioni presso il punto di ascolto dove ho collaborato per alcuni anni tra le operatrici volontarie e le signore islamiche, che spesso facevano coincidere gravidanze ripetute e non scelte con una scarsa consapevolezza della propria femminilità: “Ai figli ed al loro futuro perserà la divinità” era la risposta più frequente: aiuterebbe più consapevolezza delle identità e le malattie sembrano esplicitarlo in modo più diretto?

    Raffaella

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