Parliamo di perdono

Non mi riferisco al perdono in senso religioso che sembra essere un atto spirituale che avvicina alla bontà divina e la imita. Perdonare significherebbe essere o diventare buoni e non sentirsi in colpa per essere cattivi verso gli altri. Per la Chiesa il perdono è una sostanza dell’anima che implica un dare generosamente della persona all’altro qualcosa importante di Sé.

Mi riferisco al sentimento del perdono in modo psicologico e più specifico.

Ci sono persone che non dimenticano e non perdonano finché vivono!

Mi sembra che il perdono derivi dalla rabbia e dalla vendetta, cioè da sentimenti umani e comprensibili che potrebbero essere messi in atto contro chi ci ha offeso o fatto molto male.

Mi hai tradito, hai abusato della mia fiducia, mi hai ingannato, mia moglie o marito mi hanno tradito. Mi hai imbrogliato in affari. La mafia non perdona: inesorabilmente si vendica e applica la legge della punizione per ottenere autorità e rispetto. L’offesa deve essere lavata forse con il sangue. Occhio per occhio, dente per dente.

Spesso la vendetta chiede gli interessi e la replica all’offesa è ancora più grave. Durante il nazismo la vendetta era una rappresaglia. Uccideremo dieci italiani per ogni morto tedesco – dichiaravano gli ufficiali delle SS.

Penso che la vendetta sia un tentativo di riprendersi quel che si considera stato tolto verso chi ci ha derubato di qualcosa o di qualcuno. La vendetta sembra illusoriamente di ristabilire l’equilibrio della dignità umana. Anche in politica si usa la vendetta tra Stati.

Quel padre a Parigi dopo la morte della figlia uccisa dall’assalto dell’Isis al Bataclan dichiara di considerare nulla e nullità gli uccisori tanto da non doverli nemmeno odiarli, né vendicarsi perché l’uomo dichiara di averli già cancellati. Si odia chi ha dignità di esistere, non si odia o si distrugge chi non esiste che non ha un’immagine e non è degno del privilegio dell’esistenza!

Sarebbe bello che questo avvenisse nel senso che la rabbia potesse essere cancellata, il desiderio di vendetta si può, ma non si sa, se ci sarà il perdono.

A mio parere, il perdono presuppone una vicinanza nella comprensione di chi ha fatto un torto tale da rinunciare in parte al rancore e più alla vendetta, sempre presente perché la vittima dell’offesa non può cancellare completamente la rabbia, specie se la violazione ai propri sentimenti è grave. Sono arrabbiato, ma ti posso capire mettendomi nei tuoi panni e per questo ti perdono, ossia non ho più voglia di odiarti o di perseguitarti.

La rabbia e il rancore verso l’oggetto rimane quasi sempre presente nell’interiorità del soggetto che è stato la vittima dell’offesa, ma il perdono è un segno di stanchezza che interviene dopo una certa comprensione dell’altro.

Si tratta anche di una scelta pratica. La vita viene facilitata, se non ci si deve portare dietro un peso che consiste nel portare colpa all’altro. Finisce per diventare ideologico lottare all’infinito per sentire le proprie ragioni o vederle riconosciute. La propria identità può essere salva anche perdonando!

Non perdonare, significa mantenere ad ogni costo un capro espiatorio per aver un punto di riferimento nel ricordo del dolore. Il non perdono a suo tempo può far sentire in colpa perché ci si accorge che le debolezze umane sono in tutti gli esseri umani e, spesso siamo tutti in pericolo di sbagliare clamorosamente.

In fondo, il perdono rappresenta un concetto astratto, salvo che considerato come istituzione della Chiesa.

Il perdono a mio parere, s’identifica e si attua, in virtù di una grande comprensione assieme all’inutilità di combattere qualcosa che è già avvenuto e che non può essere ripristinato. E’ un sentimento che si dissolve con il tempo e con le scuse del danneggiatore.

Non perdonare, può significare essere ottusi, non sapersi mettere nei panni dell’altro e insistere nella lotta contro chi rimane solo un fantasma.

Naturalmente queste dinamiche sono proporzionali al vissuto della sofferenza per il danno ricevuto e il discorso appena fatto, va ridimensionato se l’offesa ricevuta riguarda per esempio l’uccisione di una persona molto cara come un figlio o un parente stretto. Il discorso allora cambia. I tradimenti amorosi sono un’ eccezione: possono cambiare l’immagine che si ha dell’altro. Non si tratta  di perdonare o non perdonare allora, essa tratta di vedere se tale immagine può essere riabilita agli occhi di chi si sente calpestato.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

One thought on “Parliamo di perdono

  1. Ho sperimentato che se è difficile perdonare: penso ad amicizie concluse, conflittualità lavorative, è ancora più doloroso continuare ad essere antagonisti di un fantasma appunto, perchè si resta immobilizzati nel dolore e si perde molto altro.

    Ultimamente, poi, ho visto due pellicole, dove, secondo me, è centrale l’idea del perdono, non religioso, ma umano, attraverso la capacità di mettersi nei panni dell’altro: mi riferisco a “Il cliente” di Farhadi, oltre alla possibilità di “lasciare andare” il dolore e ripenso all’ultimo film di Scorsese: “Silence”.

    In coppia, il perdono, a mio parere, dipende dalle reproche aspettative cioè il rapporto di ciascuno con le illusioni, dalla comunicazione tra i due partners ed in modo importante dalla rilevanza della relazione:forse perdonare è più semplice quando si dialoga emotivamente con aspetti differenti di Sè oppure ci si è sentiti precedentemente molto accolti?

    Raffaella

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