Piangere significa liberazione dall’affanno e dal dramma?

Le emozioni forti e poi espresse senza troppo controllo, possono anche manifestarsi attraverso il pianto.Questa manifestazione é da considerarsi normale e  sana.

La lacrimazione può accompagnare il pianto oppure non comparire. Spesso nei neonati, per esempio, poiché il dotto lacrimale è immaturo, il pianto è frequente, ma senza lacrime.

L’acido solforico invece emesso dalla cipolla spinge la spremitura della ghiandola lacrimale.

Altre sostanze irritanti a contatto dell’occhio sollecitano l’innervazione della ghiandola lacrimale da parte di neuroni detti secreta-goghi che sono collegati alle ghiandole salivari e portano a lacrimazione e rossore all’occhio perché la mucosa congiuntivale s’infiamma.
Infine, esiste il cosiddetto piangere dal ridere che accade quando l’attivazione muscolare che il ridere forte e incontenibile, irrita le ghiandole lacrimali.
In altre parole, un collegamento neuronale tra le ghiandola lacrimali e alcune aree del cervello stimola le nostre emozioni a esprimersi attraverso la lacrimazione, quando di solito, tale espressività non può essere mantenuta sotto controllo, come di norma.

Lo scoppio in un pianto porta a secernere lacrime durante certi eventi emozionali contengono piccole quantità di ormoni prolattina, ormoni adreno-cortico-tropo, che è un oppioide endogeno e anche anestetico e infine un po’ di potassio, manganese e cloruro di sodio. 
Uno studio su oltre trecento individui adulti, rivela che gli uomini piangono circa una volta ogni mese, mentre le donne piangono almeno cinque volte mensili , specialmente prima e durante il ciclo mestruale.

Questi pianti accompagnano un periodo la tristezza o comunque forti emozioni oppure cambiamenti oscillatori dell’umore per via di uno stato somato-psichico- ormonale dovuto alla cosidetta sindrome peri-mestruale.

Le lacrime pertanto sono una secrezione prodotta da specifiche ghiandole lacrimali che dall’interno dell’orbita formano una pellicola sulla superficie dell’occhio che serve a lubrificare attraverso un antibiotico naturale. Il lisozima, infatti, riduce l’attrito delle palpebre contro la cornea. Tale antibiotico libera ossigeno e nutrienti utili per le cellule della cornea.

La lacrimazione aumenta anche quando un corpo estraneo, polvere, detriti, acidi, liquidi irritanti, entra a contatto con l’occhio.

In altre parole, quando siamo molto tristi, turbati, spaventati o molto gioiosi, aumenta la lacrimazione, perché le eccitazioni da stress mettono in circolo adrenalina e noradrenalina che neuro ormoni che aumentano la frequenza e forza di contrazione cardiaca, producendo anche affanno e sudorazioni, e midriasi pupillare (dilatazione della pupilla).

Le emozioni sono dunque alla base dei processi sia dolorosi sia gioiosi: le eccitazioni influenzano il sistema nervoso centrale quello endocrino e automatico e neurovegetativo.

Se sono considerate per molta gente una catarsi, uno sfogo e per molti gente il pianto appare come se fosse avvenuto un cambiamento di pagina, per altri non funziana sempre allo stesso modo.

Spesso l’atto di piangere rappresenta un rituale, un’autosuggestione: si piange ai matrimoni e funerali, a riti pubblici e funzioni private. Le lacrime compaiono quando si provano sentimenti di gratitudine, di riconoscenza e persino alcune canzoni d’amore attivano commozione accompagnata da lacrime.

Non sempre l’atto del piangere indica una catarsi, una liberazione dal cattivo, un aiuto rivolto a altri anche se non sono presenti o solo immaginati, per elaborare eventi spiacevoli, tanto dolorosi quanto inaffrontabili! Si tratterebbe di una specie Passata la tempesta di Giacomo Leopardi. Il cielo ritorna bello dopo che ha piovuto forte!

Il pianto però è contagioso, e spesso aggrava certi vissuti, li drammatizza e sorge nelle persone una specie di autocompiacimento emotivo.

Il pianto del bambino reclama attenzione, comunque una relazione sociale che di solito è rivolta alla figura materna. Per gli adulti il pianto reclama qualcosa di maggiormente complesso.

In primo luogo, il pianto potrebbe apparire catartico solo a posteriori, perché la memoria in verità cancella dal proprio archivio gli episodi nei quali le lacrime hanno portato più vergogna che sollievo, più tristezza che conforto.

Si è osservato inoltre in secondo luogo, che piangere in presenza di una sola persona avrebbe un effetto significativamente più catartico che piangere di fronte a un gruppo più vasto di persone che possono indurre un senso di vergogna e di pudore ferito.

Alcuni film molto drammatici portano gli spettatori a coinvolgersi, cioè alcuni interlocutori interiori dello spettatore s’identificano con le scene dolorose che capitano ad alcuni protagonisti dei film.

Gli studi successivi sugli spettatori che hanno visualizzato il film e che hanno pianto per alcune scene, hanno rilevato che la maggioranza di loro non si é liberata di qualcosa di drammatico, ma molti hanno dichiarato dopo aver visualizzato il film di sentirsi più tristi di prima. Certi problemi che avevano rimosso, sembrano essersi palesati a loro stessi in forma ancora più dolorosa. Il pianto ha innescato un’emorragia di sentimenti incontrollabili e tristi.

A domande senza risposta, quella maggioranza di spettatori ha ritrovato altre e numerose domande senza soluzioni. Per loro il film non ha avuto l’effetto di una catarsi! Penso che oltre il pianto liberatorio e catartico come nell’antichissima tragedia greca, esista infatti quel che si definisce un pianto di protesta cioè un pianto misto a rabbia e depressione che va a braccetto con la solitudine, molesta, drammatica e dannosa.

 

 

 

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

One thought on “Piangere significa liberazione dall’affanno e dal dramma?

  1. Per alcuni anni, in adolescenza in particolare, piangevo, quando ero certa di essere sola oppure cercavo la solitudine per piangere, non mi risultava liberatorio, probabilmente aggravava soltanto una condizione emotiva che, per certi versi, sentivo ancor più senza risposte, ma pensavo di faticare molto ad essere compresa in quel momento.

    Ho esperienza del piangere dal ridere che, fin da bambina ad oggi (i film di Stalio e Olio nell’infanzia, oggi gli incontri in cui trovo profondamente contatto), è l’espressione di una gioia più grande di me o meglio di un’emozione coinvolgente molti aspetti personali: trovo che sia espressiva più che catartica.

    Mi capita spesso di piangere, poi, durante alcuni film, quando mi sembra che in qualche momento rappresentino vissuti emotivi, dove in qualche misura mi riconosco: quando esco poi dal cinema, ho momenti sinceri di maggiore riflessione e confronto con altri, forse l’espressione del pianto si propone, in questo caso, come una voce emotiva che per un attimo sembra più centrale ed interrogativa?

    Raffaella

Rispondi