Il tifo e la violenza nel calcio

Ho parlato spesso della suggestionabilità della gente e questo meccanismo lo considero di per sé normale e umano. La storia insegna che i popoli hanno sempre avuto un capo, di un leader da idealizzare affinché questo patriarca per esempio Mosé , il re Salomone apparisse saggio, giusto, buono, vincente e ricco di grandi virtù divine. I condottieri, da Alessandro Magno, i faraoni con la stirpe dei Ramesse e poi Cleopatra e Giulio Cesare, gli imperatori romani come da Cesare Augusto a Traiano ecc, hanno permesso conquiste, successi storici e grandi miti che evocano grandezza, onnipotenza divinità. Quanto giovani hanno bisogno di mitizzare di trovare la propria sicurezza, contenimento psicologico, senso della vita, nella potente idealizzazione di un splendente leader ?

Non faccio altri esempi perché potremmo iniziare a riconoscere il numero dei leader negativi che sono esistiti nella storia dell’umanità! Molti personaggi del passato più che nobilitare il genere umano, lo hanno fortemente umiliato e svalorizzato con atti compiuti di ignominia.

Da un punto di vista psicologico i giocatori di calcio rappresentano icone maschili che evocano sanezza, robustezza, prestanza fisica, bellezza, successo, ma anche passione, perseveranza e spirito di gruppo. Dall’idealizzazione del personaggio grandioso i tifosi spostano la loro identificazione introiettiva e proiettiva all’intera squadra che è spesso vincente nei vari campionati di calcio.

Potenti dinamiche relative alla psicologia delle masse, vedi S. Freud, (1921) Psicologia delle masse ed analisi dell’Io .

L’individuo annulla la sua personalità , ma si confonde con quella degli altri.

Siccome i giovani, come un po’ tutti noi, un po’ soffriamo per qualche frustrazioni, sentimenti d’impotenza, delusione, poco ci vuole che, una scintilla attacchi un bosco fitto di verdi alberi che con la siccità e il vento, brucino come cerini.

In altre parole, l’entusiasmo che viene deluso e non può in quella partita di calcio inneggiare a se stesso, si trasforma in rabbia vendicativa nella quale sono nascoste molte frustrazione e molte debolezze e trova negli altri da sé, il capro espiatorio per perseguire con la scua del tifo violnto e passionale anche con violenza impulsiva e con l’adrenalina alle stelle. Lo sport è quindi ucciso! Prevale a violenza fine a se stessa. Ma gli interessi economici fanno finta di niente.

Si sfrutta in molte occasioni la suggestionabilità dei giovani, la loro debolezza, il bisogno narcisistico di inneggiare a una divinità che è rappresenta tutta dalla squadra che deve essere risollevata quando ha perso e divinizzata quando ha vinto.

Lo sport dovrebbe onorare l’orgoglio di ciascun cittadino italiano perché la gara competitiva come ai tempi degli antichi greci e romani sta nel fatto stesso di rispettare le qualità degli altri che invece di essere invidiati dovrebbero sollecitare in noi nuove spinte, nuove strategie ricche di intelligenza, allenamento e strategia.

Invece lo sport che di per sé sarebbe simbolo di una democrazia di un Paese e di rispetto individuale degli altri, scade verso il suo contrario. Ne risente l’educazione dei giovani a quali viene passato il meta-messaggio che non esiste giustizia, ma che con la prepotenza e la corruzione, si vince sempre, e sembra insomma un cane che si morde la coda all’infinito ingigantendo i guai del Paese. Il tifo violento non è più sport !

Tale violenza non si può chiamare tifo e giustificarla con la passione incontrollabile che fra l’altro non mi sembra mai sana perché fa riferimento a debolezza e ricerca di suggestione.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

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