Accusare il sintomo cercando solo di soffocarlo

E’ naturalmente sbagliato limitarsi a bloccare un sintomo di qualunque natura esso sia, senza domandarsi per quale ragione esiste in noi.

E’ più che comprensibile che se un dolore fisico acuto o anche psichico ci sta soprafacendo si opportuno ricorre a un farmaco, un analgesico o rimedi che leniscano il forte disagio.

Subito dopo occorre chiedere aiuto ad un medico o farmacista affinché si possa comprendere se esistono ulteriori cure necessarie per ristabilire una omeostasi, ossia un ritorno all’equilibrio quello che si è rotto su quel sintomo.

In altre parole, i sintomi come è noto a molti sono la spia come una specie di lampadina rossa ch si accende ad intermittenza per indicare che c’ qualcosa che non sta funzionando bene nel nostro corpo o nella nostra psiche.

Come gli indicatori che si accendono con strane faccine ci dicono che i freni sono consumati, le gomme sgonfie, l’olio scarseggia, il carburante sta per terminare, così il nostro corpo parla, sia per quel che riguarda l’aspetto della corporeità, sia per quanto riguarda un dolore psicologico. Bisogna sempre ascoltare i segnali che il nostro corpo ci invia.

I segnali del copro che derivano da questioni psicologiche sono più difficili da ascoltare!

Perché?

Perché non si èeene psicologicamente e quindi si ignorano d’ambleè

e perché non si riconoscono, se non come un disagio assolutamente passeggero e da non farci destare alcuna attenzione ad esso.

Anche se si tratta di una novità, non bisogna ignorare ciò che ci accade anche a livello psichico.

Mal di testa che non si è mai avuto prima, difficoltà digestive , dolori ai muscoli, stanchezza insolita e non giustificata. Molti sintomi fisici sono dal soggetto riconoscibili perché sono d’avvero diversi dai soliti che si sono presentati in alcune occasioni.

Se ci ascoltiamo bene e non mentiamo a noi stessi, tali segnali del corpo sonno riconoscibili.

Con quanto sto dicendo non vorrei trasformare chi legge in un ipocondriaco, cioè colui che corre troppo frequentemente dal medico immaginando di essere ammalati di qualcosa. Si tratta di un pretesto inconscio di bisogno di attenzione.

Il mio invito è invece di non di fuggire senza rendersene conto, come nel caso dell’ipocondria, ma di tentare un attento ascolto di Sé. Spesso certe persone raccontano di essersi auto analizzati, ma senza successo. In realtà si sono auto-tormentati pensando soltanto ai sintomi, puniti come per esorcizzare ciò che non va. Se soffro, mi passa.

Il corpo parla e se lo ascoltiamo comunica a noi tanto di noi stessi attraverso linguaggi e modalità differenti. A volte, poiché le modalità psico-corporee sono molto differenziate a causa delle costituzionalità del corpo stesso, sia dei vissuti personali e altro succede che attraverso fattori genetici, sia delle esperienze che raccolgono in noi stessi differenti interlocutori interiori che agiscono in noi, tale ascolto può essere selezionato e suggerito di svolgerlo con una specialista del settore, ma comunque va ricercato.

Ciò che i colleghi psicoterapeuti e psicoanalisti mi raccontano è con riferimento al fatto secondo il quale i loro pazienti chiedono sedute su sedute per ripetere sempre e solo ciò di cui soffrono, pur essendo stimolati a pensare cosa ricordano e cosa sta succedendo in se stessi.

Tali pazienti pongono in una posizione di passività e si aspettano dallo psicoterapeuta ciò di cui esattamente avrebbero bisogno, cioè eseguire come se si trattasse di un farmaco oppure cosa fare per eliminare il disagio di qualunque tipo esso sia, senza domandarsi perché esista in se stessi. Corpo e mente sono due facce ella stessa medaglia, non si sa, se prima esista l’uovo o la gallina.

L’importante sarebbe il non settorializzare in se stessi la domanda di ciò che non soddisfa. Il mondo interno funziona con la mente come un tutto insieme sino a che poi prevale la risposta corporea attraverso sintomi fisici o, in seguito attraverso disturbi del comportamento.

Se un paziente giovane deve correre in bagno, ad ogni pié sospinto, e lamenta questo sintomo, non si domanda se l’enuresi abbia a che fare con il passato di bambino, dalle sgridate di qualcuno della famiglia o da spaventi, traumi di qualche tipo, ma attende cosa deve fare e basta.

Sogni non vengono ricordati perché spesso potrebbero riportare a ciò che è accaduto e ciò fa paura. Alcune volte con il tempo sono stato ricordati eventi di abuso, ecc. La vita psichica non porta a situazione drammatica , ma spesso molto più semplici e comprensibili.

Il lavoro psicoanalitico assomiglia ad un gioco dove le libere associazioni e i sogni contribuiscono a creare un materiale liquido e scorrevole sempre in movimento che aiuta a ricostruire, offrendo ad esso un senso di struttura di Sé unitaria.

 

 

 

 

 

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

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