Insistere per mantenere in vita il matrimonio

divorzi sono in aumento in tutto l’Occidente.

Si tratta di un passo separativo piuttosto doloroso tanto che i matrimoni generano diffidenza non solo negli uomini, ma anche nelle donne che spesso cercano la convivenza piuttosto che sposarsi, come già molti uomini.

Le donne in particolare sono deluse dalla coppia così come l’avevano sognata nella adolescenza: un amore eterno migliore di quello dei propri genitori anche se quel modello matrimoniale non andava tanto male, ma le ragazze desideravano migliorarlo nel futuro con il proprio esempio.

Oggigiorno si costata che la coppia è a tempo, ha una durata limitata: si desiderano vivere diverse vite, estrarre il meglio da diverse persone e soprattutto molto sognare. Ad ogni prigionia, ad ogni sofferenza ad ogni incubo si cerca nel futuro un nuovo sogno. Si consumano le relazioni e si scappa con qualcun altro che sembra offrirti il meglio.

Allora si entra nelle cavillosità giuridiche per gestire i propri figli che a loro volta spesso hanno idealizzato la famiglia.

Ma sono gli stessi figli che assistendo a litigi continui da parte dei genitori, si augurano la loro separazione, anche per non sentire in se stessi logorare i loro futuri sogni di un matrimonio felice quasi come nelle favole.

Vale la pena divorziare?

Qualche volta sembra sia l’unica soluzione per non ammalarsi, per non somatizzare l’angoscia di una separazione vissuta come drammatica, mantenendo a ogni costo la coppia in piedi quando però è già morta nei fatti.

Inoltre i figli quando esistono potrebbero guadagnare in ottimismo e sicurezza evitando di assistere all’angoscia dei genitori ma vedendo che c’è un accordo anche se separativo la famiglia nello stesso tetto, ma che si mantiene in modo differente.

Cosa si può tentare per mantenere il matrimonio vitale?

Occorre consapevolezza e la capacità di distinguere l’affetto dovuto all’abitudine di anni di convivenza dal sentimento adulto di apprezzamento dell’altro di stima di rispetto.

Ma il rispetto e la stima implicano una certa indipendenza del partner e non solo un bisogno di idealizzare di tipo fusionale con l’altro.

La simbiosi primaria neonatale, cioè il bisogno di essere cronicamente adesivi ad una figura materna (o paterna) e dipendenti ad essa, indica che il passato non è stato elaborato.

Le persone sono diventate adulte e capaci di funzionare molto bene in molti contesti della loro vita, ma esiste ancora in loro una frammentazione negli affetti.

Cercano un ricongiungimento alla figura materna che può essere una figura femminile o anche maschile.

Quando si tratta di un mondo interno psichico primario le cui differenze sessuali sono irrilevanti, specialmente se l’atteggiamento della persona è di tipo accudente e protettivo.

In altre parole, il punto, a mio parere, consiste nel fatto che all’inizio della formazione della coppia, diciamo dell’innamoramento, alcuni tra i due innamorati cercano un partner per ricongiungersi e fondersi con un inconscio partner appartenente al passato. Spesso tale bisogno è anche condiviso dal futuro marito e moglie e così a sua volta, si crea una dipendenza reciproca.

Nel mondo interno dei due protagonisti convivono diversi interlocutori interni che spesso sono prevalenti sull’Ego e interrompono la coerenza e la scarsa autenticità con la quale sono arrivati interpretando un personaggio Sé, (oggetto Sé).

Si potrebbe ipotizzare che il partner rappresenta un oggetto parziale e non intero.

Il partner non si sente amato, ma come un bisogno urgente dell’altro, come una res, una cosa idealizzata.

Ci sono sempre conflitti durante la convivenza e bisognerebbe saper riconoscerli e non negarli.

Spesso lo scenario della convivenza tra i due partner induce a spostare o a proiettare sull’altro il cattivo che è rimasto dal passato primario: tu, per qualche piccolo mio difetto mostri di non volermi bene come mi aspettavo, mi stai deludendo sempre più, pensavo che tu fossi una persona autentica e scopro tante piccole bugie dietro le quali ti nascondi. Sei cattivo, inaffidabile ! ecc

Il partner diventa, in altre parole, il contenitore nel quale viene immessa la disillusione dovuta all’altro partner. L’altro si trasforma in cattivo, ingannatore.

Qualunque sciocchezza diventa oggetto di litigio, di valorizzazione. Sia per meccanismo psicologico dello spostamento, sia per identificazione proiettiva, il passato doloroso viene addossato al partner.

Si crea un rapporto di ego-sintonia con il partner dove non si conosce più dove comincia l’altro come differenziato da te, e da dove cominci tu stesso.

Il conflitto per quanto angoscioso e crei un senso di solitudine, serve a scongiurare un conflitto ancora più grande che il pensiero della separazione dal partner minaccia, perché riporterebbe l’uno a rimanere sola/o e in più, in compagnia del cattivo vissuto del passato che gli rimarrebbe dentro Sé stesso.

In molti casi quindi la negazione serve a scongiurare le minacce evocate dalle fantasie di distruzione del rapporto e della separazione di coppia!

Ma soltanto nel caso in cui vengano riconosciute le differenze tra i due partner è possibile cercare di dialogare con autenticità.

Il tempo consente dei cambiamenti anche positivi ai due partner, non solo negativi, ma occorre per elaborarli aver lo spazio sia fisico, sia psichico.

All’inizio di un matrimonio ci si può nascondere in buona fede, assumendo le vesti di un personaggio interiore che è conforme al nostro vero Ego, ma il nostro Ego protagonista della nostra vita nel senso di scelte opportune non è soddisfatto.

Dopo qualche anno di convivenza il nostro Ego comincia a reclamare i nostri cioè i suoi diritti del Sé, cioè dell’immagine autentica di noi stessi.

La protesta genera attriti che sono sempre più difficili da gestire. Ci sono i figli che sostengono uno dei genitori acuendo non consapevolmente, i difetti di ciascuno dei genitori.

Se si è sufficientemente giovani e psichicamente non invasi dai fantasmi cattivi, conviene separarsi.

La situazione economica conta non poco in tale decisione, non solo per ragioni pratiche, ma anche psicologiche, perché enfatizza la solitudine di chi si impoverisce.

Se si decide e si trova il modo per parlarsi con un minimo di serenità, si può cercare con onestà le ragione del disagio matrimoniale.

Occorre trovare insieme al partner una soluzione pratica. Se ci fosse ancora amore sincero e stima ci si può riuscire a sistemare al meglio il rapporto.

Occorre scoprire come ciascuno può migliorare la qualità della vita insieme, e quali cambiamenti può mantenere fede

La complicità della coppia dovrebbe essere ripristinata e far leva sulle parti adulte e non deboli che ci sono in noi. Questo offre sicurezza ad entrambi.

Il lamento non mi sembra ammesso in questa fase della vita perché genera un a pena che rattrista la coppia e aumenta il compiacimento masochistico della sofferenza.

Succede spesso che se temo di perderti divento più nervoso e debole, e faccio leva sulla pietà.

I partner si sono incontrati in allegria e questo ottimismo dovrebbe ritornare per offrire stabilità e un futuro non decretato da ricatto morale, incertezze, infantilismo, senza altre alternative.

Cerchiamo i pensieri che uniscono, che fanno sorridere, che aprono al cambiamento di un vita depurata il più possibile dagli egoismi individuali , ma valorizzando l’individualità dell’altro.

 

 

 

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

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