L’incapacità di provare emozioni è spesso connessa con la criminalità

Si chiamano alessitimici coloro che soffrono di un deficit che consiste nell’incapacità di esprimere le proprie emozioni, (lexis dal greco significa parola e thymos emozioni, non ho le parole per esprimere le mie emozioni)

Ci sono persone che non riescono a esprimere con parole il loro sentire e persone che non provano proprio alcuna emozione o percepiscono a mala a pena emozioni tanto sbiadite da non potersi chiamare tali.

Sentire quindi le emozioni non è scontato e spesso certe persone che non sono necessariamente alessitimiche, non riescono a comprendere, né a mentalizzare cosa stia accadendo all’altro e non sanno ascoltare le emozioni dell’altro.

Alcuni studiosi sostengono che i neuroni specchio, cellule del cervello che mancano ad alcuni soggetti, non consentono né empatia, né introspezione e non identificazione che permettono efficace comunicazione umana nelle relazioni.

Queste persone sin dall’infanzia, non sono stati capaci di mentalizzare, percepire, riconoscere quel che provavano in qualunque contesto della loro vita.

Secondo alcuni psicoanalisti come Bowlby, Fonagy, Bion , Winnicott, Stern, situazioni contraddittorie, traumatiche, confusive (strange situation) che sono state causate dal caregiver, cioè dalle figure accudenti, possono contribuire alla inibizione della sintonizzazione e identificazione empatica con l’altro. Interrompono così un processo emotivo e psichico di comunicazione umana in statu nascendi.

Già Wilfred Bion negli anni sessanta individuava le proto-emozioni, cioè quella parte di sensorialità, assai primitiva, senza funzionalità ma solo impressioni che ingombrano inutilemente la mente che Bion ha chiamato elementi β.

Tali elementi β solo raramente possono essere trasformati attraverso la funzione α in rappresentazioni mentali che sono utili allo sviluppo mentale come in sogni, in movimenti psichici come fantasie o anche pensieri coscienti, cioè in elementi α.

La madre di questi bambini non svolge una sufficiente funzione di reverie, cioè di prestare provvisoriamente il proprio apparato digerente al posto di quello del piccolo bambino la cui capacità assimilativa è ancora troppo debole: in altre parole la madre nella sua funzione accuditiva non sarebbe secondo Bion in grado di contenere gli stati mentali disgregati o aggressivi del piccolo.

I bambini non possono metabolizzare le esperienze che pertanto rimangono in digerite e ingombranti la mente.

Secondo Bion, le esperienze di questi bambini appesantiti da elementi β , non consentendo il l’attività del pensiero perché non c’è spazio di movimento psichico in loro, possono solo essere evacuate sotto forma di varie somatizzazioni corporee, per esempio in apparenti inspiegabili scoppi di pianto, oppure tramite azioni impulsive e compulsive o disturbi fisiologici più o meno gravi.

Fonagy pensa che l’alessitimia sia causata da fattori socio-culturali di vita degradata e anche da deficit neurobiologici, per esempio da una disfunzione dell’emisfero destro che è appunto deputato nel mesencefalo alla parte emotiva.

Quando solo alcuni di questi bambini diventano adulti, spesso non riescono a vivere senza sperimentare alcuna emozione: allora cercano situazioni nei modi più diversi e perversi che risveglino o attivino fisiologicamente forti emozioni.

Purtroppo, non ricercano di solito emozioni di gioia, di benessere, ma rincorrono il rischio, al limite di azioni assai pericolose che generano come, in un circolo vizioso, il bisogno della sfida eccitante, al limite della loro stessa sopravvivenza fisica.

Commettono violenze, stupri, rapine, persino con una certa facilità delitti.

Questi sistemi di eccitazioni tendono a cronicizzarsi.

Ho costatato durante alcune ricerche e osservazioni in carcere che più di un detenuto affermava di non riuscire a liberarsi dal bisogno tanto forte quanto urgente di commettere rapine, non tanto per la ricerca compulsiva di denaro, quanto per non saper rinunciare al bisogno di attivare in sé adrenalina e altre catecolamine come la noradrenalina, dopamina, cortisolo ecc.

In alcuni casi, il giovane delinquente è un compulsivo psicopatologico nel senso che, come il dipendente del gioco d’azzardo e altri compulsivi, non può rinunciare alla reiterazione in se stesso di potenti emozioni che offrono, sia piacere, sia dipendenza.

Fortunatamente non tutti i delinquenti sono compulsivi, come non succede che i compulsivi diventino criminali.

Sostengo che sia meglio comprendere e, invece di punire, educare e prevenire certi meccanismi psicologici che porterebbero a delinquere e alla violenza!

 

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

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