Teatro e  psicodramma in carcere

Ho sempre pensato come tutti eccetto i criminali, che la criminalità sociale vada fermata e prevenuta grazie all’efficienza delle polizie di Stato e dal Corpo dei carabinieri che ormai si avvalgono di mezzi elettronici sofisticati che rendono più controllabile il territorio.

La violenza che si è abbattuta in questo nostro Paese, al di là Igor, è ormai inaudita e alquanto vergognosa, non degna di un Paese europeo e va fermata in qualunque modo.

Certo che l’aumento della offerta di lavoro sarebbe anche di grande aiuto per ridurre la delinquenza proveniente dalla povertà.

Sono però da sempre contrario al concetto di vendetta da parte dei cittadini e da parte della giustizia.

I giudici hanno ragione quando cercano specialmente ai Tribunali della Sorveglianza di attenuare le pene severe previste per i condannati quando naturalmente risulta opportuno.

Raramente le pene servono ad educare, ma spesso peggiorano anche il carattere ribelle, anarchico, psicopatico e generano in se stessi vendetta per essere stati privati della libertà e aver sopportato lunghissimi trattamenti di pesante prigionia.

Il pan per focaccia non è più di questi tempi.

Certo che le persone pericolose e a rischio di reiteratone di misfatti vanno controllate con speciali strumenti di sorveglianza a scopo preventivo.

La vendetta è una reazione che deriva da un passato primitivo e può essere comprensibile per questo. E’ difficile ad essere eradicata.

Simbolicamente avviene come se la giustizia amministrata tramite la vendetta, facesse illusoriamente tornare i conti dimostrando alle persone che sono state deprivate di un parente caro, cioè gli offesi, che in qualche modo, sono ripagati grazie alla pena che viene inferta al delinquente.

Una sorta di restituzione che la vendetta ottenuta implicherebbe.

In realtà, si tratta di una pura illusione e può avere un significato fittizio di risarcimento.

E’ vero che può funzionare socialmente anche come un deterrente scoraggiante il crimine, ma ben lontano da ottenere una rieducazione e una elaborazione dell’atto sia illegale, sia criminoso.

Trovo appropriato abolire il concetto di pena, ma opportuno rivalutare la riabilitazione attraverso comportamenti che prestano con fiducia il perdono seppur provvisoriamente.

Le persone che commettono reati potrebbero essere abilitate a risarcire la società attraverso attività utili e non a marcire in prigione a spesa della stessa società che ha offeso drammaticamente.

Ci sono tanti lavori utilissimi e noiosi che nessuno vuole fare e giusto a mio parere, che la noia sia la pena che permetta di riabilitare chi ha offeso la società.

Inoltre ci sono lavori ricreativi come quelli artistici la cui abilità non dovrebbe essere sprecata come decorare, ornare, cucinare.

E che dire del teatro e di altre attività?

Tra tutti i gruppi di psicodramma sono a mio parere molto riabilitativi le persone e psicoterapeutici.

Molta gente confonde lo psicodramma con il teatro, oppure questa parola suona come una messa in scena esibita e ridicola e, una specie di litigata alla napoletana tra gente normale che si mette in vista, chiedendo attenzione e pubblico, rendendo più drammatico qualcosa che non lo sarebbe.

Anche il teatro potrebbe e si é già dimostrato utile per i carcerati.

Ma lo psicodramma non corrisponde all’esibizione teatrale, né alla catarsi, come intendevano gli antichi greci, cioè di semplice sfogo, catartico di ciò che opprime l’anima, cioè il mondo interiore.

Il mondo interiore non va espulso, nemmeno per i criminali, ma lo psicodramma favorirebbe la digeribilità delle esperienze indigeste: occorre, infatti, diventare sufficientemente padroni di noi stessi per amministrare la nostra libertà e potenzialità delle nostre azioni.

Si tratta dunque in primo luogo, di una psicoterapia su un piccolo gruppo (otto o dieci persone) che si svolge lungo un’ora e mezzo di tempo una, o due volte la settimana, spesso, durante le ore serali.

Lo spazio tecnico necessario consiste una stanza di media grandezza. Le sedie disposte a cerchio, e poste aderenti alle pareti consentono di mantenere al centro uno spazio vuoto che servirà da piccolo palcoscenico.

In questo spazio tanto concreto quanto simbolico, alcune azioni, sollecitate da emozioni spontanee dei vari partecipanti, sono espresse secondo un copione che è proposto da uno dei partecipanti e scelto dallo psicoanalista in base all’opportunità di rappresentare un tema psichico importante.

I partecipanti cercando di non preoccuparsi di essere troppo intelligenti, o scrupolosi cercano di raccontare se stessi, così come esce la voce, o il pensiero di quel momento, anche seguendo un  ordine sparso o poco logico. Più ci si avvicina all’idea di un racconto sognante meglio è !

Tutti raccontano e tutti si ascoltano. Il mondo psichico si muove nel gruppo e le associazioni mentali diventano tante e possono essere comunicate.

Lo psicoanalista principalmente ascolta e riferisce alcune intuizioni a tutti i singoli, anche allo scopo di far risaltare certe specifiche dinamiche che diventeranno percepibili agli altri del gruppo.

In questo modo, il pensiero che scorre diventa nutritivo e creativo di fantasie e immagini.

A questo punto, quando ciascuno che ha parlato, e ha anche ricevuto qualche stimolo, succede che aspetti psicologici sottostanti si muovono all’interno del gruppo, così possono essere espressi con il corpo che inevitabilmente già invia messaggi. Non si tratta di recitare come in teatro, ma di seguire di massima il copione raccontato da qualcuno che è stato scelto, per esempio un evento o un sogno rappresentabile nel hic et nunc, (qui e ora).

Il gioco che ora si svolge ha come fine: mettersi nei panni dell’altro.  Si chiama: role-playing

Gli altri partecipanti s’identificano pure con gli attori che giocano e automaticamente possono scoprire di avere molto in comune, proprio alcune tra le stesse dinamiche anche appartenenti al passato; ma questo che accade lì e ora si trasforma in qualcosa di utile per tutti.

Questi ultimi sono spesso presi da desiderio di doppiare i giocatori dello psicodramma.

Doppiare significa aggiungere qualche frase, con voce delicatamente differita dal discorso del copione già in atto, quasi suggerire usando una voce alternativa per arricchire i giocatori di quel che non sentono o non vedono. Si tratta di fornire un aiuto che aggiunge altri vissuti possibili e rinforza i punti di vista altresì possibili aggiungendo la voce di interlocutori che parlano in e con se stessi, ma che ancora non si sentono.

Ciascun singolo, uno per volta, può rapidamente situarsi alle spalle del giocatore scelto, senza interrompere il discorso in atto dei giocatori (a volte più di due) che stanno sullo spazio del palcoscenico.

A questo punto avviene il reverse playing con il quale a volte si comincia, per convenienza tecnica, e che consiste nell’invertire da parte dei giocatori la propria posizione mettendosi e interpretando l’altro, avendo imparato ancora meglio la parte dell’altro, avendo, precedentemente, già  giocato il role-playing. Altre fantasie osservazioni ottenute dal movimento del corpo, dalle sue varie espressioni emotive di varie comunicazioni diventano visibili.

Gli interlocutori interiori che noi non conosciamo ancora diventano presenti, le voci che ci parlano dentro sono ora conciliabili con l’Ego di noi stessi e il Self diventa più ricco. La tecnica psicodrammatica, è ancora più utile quando é usata per sistemare con maggior chiarezza conflitti istituzionali o privati, educativi, dove lo scambio è frainteso.

Cito aziende con conflitto del personale possono esser aiutati a sciogliere la confusione.  La comunicazione in questi casi perde la sua non simmetria e quindi diventa conflittuale perché il potere in modo inconsapevole, sta da una sola parte.

I costi sarebbero bassi se i criminali potessero usufruire non del carcere, ma di casa propria con lobbligo di un controllo elettronico assai sofisticato.

Uno psicoterapeuta costerebbe assai meno di un’intera struttura con carcerieri, che somministra cibo e medicamenti ecc. Altre strutture più flessibili sarebbero e meno penalizzanti potrebbero essere adatte allo scopo riabilitativo.

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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