Per chi stai vivendo?

Normalmente si risponde a tale domanda con il citare noi stessi come protagonisti della nostra vita. Ipotizziamo di sapere e comprendere ciò che desideriamo e di affrontare certe difficoltà che la realtà esterna ci pone, leggendo in essa ciò che vogliamo tenere per noi stessi come se ci appartenesse.

Eppure, penso che molte persone che si trovano in difficoltà, non stiano vivendo proprio per se stessi e il oro bene.

La mia teoria sugli interlocutori interiori che costituiscono il nostro vissuto delle cose con cui entriamo in contatto, mi porta ad ascoltare altre voci che sono nelle persone anche osservando che il loro ruolo nei vari contesti è spesso mutevole, quasi frammentato o dissociato.

Alcune giovani e non giovani persone, pur essendo diventate adulte e spesso indipendenti, sia intelligenti, sia capaci di affrontare tante diverse realtà in quanto hanno realizzato molte apprezzabili progetti, soffrono intimamente e non conoscono perché.

Per fare un esempio, si potrebbe dire in alcuni casi, che alcuni/e tra questi giovani o anche meno giovani protagonisti, siano rimasti psichicamente all’interno della loro famiglia di origine.

Significa che potrebbe accadere che un genitore o entrambi o anche un parente sia vissuto come importante, rimangano interlocutori psichici interiorizzati che funzionino come presenza ai quali dare risposte sul loro operato. Tali figure autorevoli rappresentano per i soggetti, come una sorte di giudici ai quali offrire risposte.

Gli stessi soggetti, a causa di questi personaggi ingombranti, accusano malessere, incapacità, timidezza, fragilità e altri sintomi come insonnia, dolori al capo, ai muscoli, allo stomaco, tachicardie, aritmie, dolori reumatici cronici, ecc

Tali persone sperimentano di essere inadeguati rispetto al giudizio che immaginano provenire da questi interlocutori interni ai quali inconsciamente rimangono legati in modo eccessivo.

Questa dinamica si potrebbe riproporre verso partner amorosi durante una relazione vissuta come importante.

Ad ogni litigio i soggetti possono sperimentare angoscia e forti malesseri perché temono l’abbandono, di non essere sufficientemente considerati e visti dagli occhi delle persone interiorizzati per le quali sembra che i protagonisti dedicano inconsapevolmente la loro vita sino a qui.

Alcuni soggetti si sentono giudicati e svalorizzati, altri, al contrario, si sentono approvati e rinforzati positivamente nelle loro azioni.

Gli interlocutori interni rappresentano dunque una piccola amministrazione di personaggi che ci parlano dentro e suggeriscono il senso che l’individuo non ha avuto modo ancora di trovare per via di una mancata e relativa autonomia e libertà di elaborazione psichica.

Non c’è in alcune persone l’esperienza che ha fatto nascere il senso delle cose che si fanno, ma il solo conformismo legato a personaggi chiave del loro passato.

Ci sono persone che dopo che si è rotto una relazione affettiva continuano per tutta la vita a vivere in nome di quella persona scomparsa.

Qualcosa di simile avviene per le varie religioni, ideologie dove si lotta per mantenere questi personaggi interni inalterati.

La vita convulsa e contradditoria della società attuale non aiuta i giovani i quali se non trovano i riferimenti tradizionali, ne debbono inventare altri, come certe compulsioni che offrono, nella loro reiterazione di atteggiamenti e comportamenti un senso, una res, cioè un tessuto psichico di riferimento al quale aggrapparsi, senza naturalmente che sia una droga, tutto per combattere il senso di vuoto e di smarrimento.

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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