Il filo sottile tra auto distruzione e suicidio.

L’impulsività, l’aggressività e la disregolazione emotiva sono dei tratti che si sviluppano o si rafforzano in maniera significativa in seguito alle esperienze traumatiche infantili, determinando in alcuni casi l’insorgenza del Disturbo Borderline di Personalità (DBP).

Il DBP si configura come pervasivo incapace di regolare le emozioni, il controllo degli impulsi, e prevale l’instabilità nelle relazioni interpersonali e l’immagine di Sé.

Gli indicatori clinici del disturbo includono anche la presenza di alti livelli di aggressività, e tendenza al dominio delle cose e persone, al disprezzo di ciò che non gratifica e al trionfo su ciò che ha ottenuto di positivo, come se si trattasse di una grande battaglia vinta, al bisogno di un assoluto possesso di ciò di cui il soggetto fantastica sia di sua appartenenza.

Possono essere temute condotte potenzialmente pericolose come l’abuso di stupefacenti, di alcol, o atti come la guida di un veicolo in modo spericolato.

Nel caso di donne, può accadere che si sviluppi severa e pericolosa anoressia, bulimia, ma anche atti criminali, come l’omicidio,  il femminicidio, atti di autolesionismo insieme a tentativi suicidari ripetuti spesso ricattatori.

La personalità è organizzata verso una tendenza fortemente manipolativa come se il soggetto fosse pronto ad agire in tutti i modi possibili per ottenere a qualunque costo ciò di cui gli sembra aver bisogno.

L’esperienza insegna che si tratta di una persona che, a causa del passato, avrebbe subito ferite specialmente narcisistiche, che sono le più dure ad essere assorbite, cioè che lo hanno fatto sentire escluso, poco importante, del tutto impotente.

Egli si sente minacciato senza possibilità di scampo in mortali sabbie mobili e quindi sia pronto ad attaccarsi a qualunque appiglio che possa fermare il suo disperato sprofondamento dentro l’immaginario terreno delle sabbie mobili.

Questi soggetti possono essere molto intelligenti e nascondersi in personaggi di successo sociale, ma affettivamente il comportamento non è sano, ma piuttosto perverso.

Amano di impulso e odiano all’interno di una logica narcisistica. In certi casi possono uccidere la persona che dichiarano di amare.

L’instabilità affettiva e sopra tutto relazionale, l’acting comportamentale e l’immagine che queste persone hanno di Sé è sconnessa, lo stile di attaccamento è disorganizzato, cosicché la cura risulta difficile perché la costruzione di un’alleanza terapeutica è poco affidabile.

Queste persone sono persone autodistruttive: spesso possono anche ricorrere al suicidio, ma più come impulso incontrollato vendicativo e punitivo verso gli altri.

Vendetta infatti e invidia sono sentimenti tipici dei borderline.

Questi soggetti cercano di evitare immaginari o reali abbandoni che derivano da situazioni pregresse o vissute come tali.
I soggetti borderline si percepiscono intrinsecamente deboli e vulnerabili, e sono convinti di essere in credito di aiuto e risarcimento per le loro sofferenza da parte delle figure disposte come gli psicoterapeuti.
L’idea di interrompere un legame importante fa loro rivivere uno stato di profonda e disperata angoscia.

I DBP si difendono con fuorvianti idealizzazioni e poi subitanee svalutazioni (tutto o nulla) riversando questi sentimenti sulla stessa persona che spera di fornire loro aiuto.

Queste continue totali oscillazioni tra idealizzazione e svalutazione (dalle stelle alle stalle) porta a un indebolimento dell’identità del DBP. A volte il DBP si vive dissociato.

Diventa comprensibile cosa significa auto distruzione, cioè auto mutilante, dis-controllo degli impulsi nello stile di vita che può essere graduale e mai portare al suicidio, specialmente se il soggetto è curato da un bravo psicoterapeuta.

Le condotte dis-regolate possono essere tentativi di sentirsi come aventi una identità stabile .

Nei giovanissimi spesso vediamo tentativi suicidari, tendenza a tagliarsi le mani e il busto per provare dolore e piacere al tempo steso come fosse una rassicurazione sulla esistenza.

Il fenomeno delle baby gang potrebbe ascriversi a questa patologia.

La rabbia immotivata e intensa e costante come un atteggiamento iroso e sarcastico, le critiche sprezzanti o pungenti, nonché rancore e ostilità svalorizzante sono frequenti e portano anche a frequenti scontri fisici che disturbano le relazioni e i rapporti interpersonali.

Coloro i quali si sono occupati dello studio del suicidio rilevano una personalità sensibile alla disperazione, che non vuol significare necessariamente depressione, o alla malinconia.

Il suicidio è costruito da un insieme di fattori sociali e fisici per determinarlo.

Si tratta a volte di cosciente desolazione oltre che disperazione, inoltre profonda solitudine e bisogno di autopunizione per una colpa insopportabile che implica totale e cronica impotenza di fronte a ciò che si desidera oppure il senso abbandonico che implica che la vita non ha più senso e si dovrebbe continuare in assenza di scopi e di senso.

Per esempio il disturbo bipolare della personalità, il disturbo paranoide consapevole, malattie organiche tumorali che lasciano poche speranze per il futuro,

Spesso il senso di colpa e la vergogna, il fallimento di una missione istituzionale producono una consapevole premeditazione al suicidio.

Socrate nell’antichità, a detta di Platone, usò la cicuta per morire ed essere libero e moralmente coerente e non sottostare all’ignominia. Durante le varie guerre molti sacerdoti e essere umani si sono sacrificati per altri.

C’è il suicidio eroico come sacrificio per salvare persone amate, figli, moglie, più raramente per madri o padri o più semplicemente per ragioni civili.

Una certa ambivalenza nei confronti degli oggetti d’amore che ha un colore e motivazione narcisistica, può indurre un’aggressione distruttiva verso se stessi.

Il suicidio esprime quindi un’aggressione contro una persona amata con la quale l’individuo si è identificato e costituisce così un omicidio mancato.

Chi si uccide esprime contemporanea-mente il desiderio di punire sia l’oggetto amato e perduto sia se stesso per avere in qualche modo indotto tale perdita.

Per esempio un femminicidio può portare all’auto-soppressione di se stessi come punizione per il proprio omicidio, ma anche per insopportabilità della perdita dell’oggetto considerato proprio e mai perdibile. Io ti uccido, ma sei sempre mia! Il suicidio quindi sarebbe un disperato tentativo di riaffermare il rapporto con l’oggetto perduto.

Il suicidio potrebbe considerarsi un cosciente omicidio invertito, una battaglia nella quale si vuol vincere ad ogni costo il proprio nemico.

Mi viene in mente il vecchio film l’Esorcista nel quale alla fine della pellicola, il giovane sacerdote ormai disperato perché si accorge di non riuscire a battere la potenza dello spirito maligno e come ultima chance, attira lo spirito demoniaco su di Sé e poi  si uccide defenestrandosi e gettandosi nella lunga scalinata del vecchio palazzo a Washinghton DC, assicurandosi la vittoria contro il male e salvando la bambina posseduta dal dominio del diavolo.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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