L’amore viscerale

Wilfred Bion, psicoanalista inglese, descrivendo il funzionamento di qualunque gruppo, di psicoterapia o altro, denomina con assunto di base un concetto di natura affettiva che ogni gruppo funzionante condivide al suo interno.

Un gruppo di psicoterapia si mantiene grazie a tale assunto.

A volte un gruppo patologico è dominato principalmente dalla patologia che mantiene sempre una natura affettiva, ma molto specifica, per esempio l’assunto di attacco o fuga, assunto di dipendenza, e assunto di accoppiamento: questi sono i principali assunti ai quali Bion rivolge particolarmente la sua attenzione.

Però l’assunto di base può essere utile all’adattamento perché spesso stimola il gruppo a lavorare in maniera tanto sana quanto utile e costruttiva.

Per quanto si può osservare in natura, l’esistenza degli esseri viventi nel mondo deriva in genere da un assunto di base biologico affettivo secondo il quale la coppia genitoriale genera organismi che diventano poi oggetto del loro amore e della protezione genitoriale.

Lo scopo consiste nell’ accompagnarli verso l’autonomia e a vivere nel mondo sociale senza più dipendere da loro genitori.

Normalmente la concezione della famiglia ha come assunto di base l’amore reciproco che include il compito essenziale che è quello di far crescere gli stessi figli provvisti delle risorse indispensabili per vivere.

Che dire quando in famiglia c’è un comportamento disfunzionale grave e drammatico come l’uccisione del padre e della madre e dei figli, dei fratelli da parte degli stessi membri?

Ci sono sempre state nella storia sino ai giorni nostri madri che commettono infanticidi.

Allo stesso modo padri che commettono uxoricidi e infanticidi e figli che commettono matricidi, patricidi.

Non saremmo troppo idealisti se immaginiamo profondamente che l’amore per i figli e per i genitori sia dovuto alla derivazione genetica e biologica o a qualcosa di fortemente viscerale?

La storia ci insegna.

Medea, l’eroina del mito greco, ammazzò i figli, sta a ricordare come esistano nel globo migliaia di donne che uccidono i loro stessi bambini, spesso poco prima di togliersi a loro volta la vita.

Vogliono portarli con loro in una fuga disperata nel buio senza confine.

Il più delle volte queste donne quelle che commettono infanticidio sono sconfitte dalla rabbia, da un’incontrollabile urgente bisogno di vendetta nei confronti di una loro vita deludente.

Forse si sentono abbandonate e afflitte dalla solitudine, e così agiscono l’impulso omicida.

Il delitto di Cogne avvenuto nel Gennaio 2002 che vede morto Samuele fa scuola.

Negli ultimi anni, non mancano eventi simili.

Sempre nel 2002 una madre 31enne uccide la figlioletta di 8 mesi mettendola nella lavatrice.

Il 4 aprile 2013una madre avvelena la figlia di tre anni dandole da bere del diserbante e poi si lancia da secondo piano della casa di Brindisi dove viveva separata dal marito da due mesi.

Un caso tragicamente frequente di omicidio-suicidio.

L’8 settembre 2005 a Merano, una madre anni uccide a coltellate il figlioletto di 4 anni. Poi tenta il suicidio gettandosi da una finestra del secondo piano del commissariato di polizia dove gli investigatori la stavano interrogando.

Il 22 ottobre 2011, a Grosseto, una donna uccide il figlioletto di 16 mesi durante una gita in pedalò nelle acque della Feniglia.

Il 7 luglio 2004, a Vieste, una donna di 33 anni uccide i suoi due figli di 5 anni e 2 anni uccide i figli con il nastro adesivo. Li soffoca con del nastro adesivo prima di togliersi la vita nello stesso modo.

In provincia di Lecco, il 18 maggio 2005 una madre di 29 anni uccide il figlio di 5 anni nella vasca del loro appartamento. Alle forze dell’ordine la donna racconta di essere stata aggredita da banditi sconosciuti in casa. Il piccolo sarebbe scivolato nell’acqua e sarebbe morto mentre la madre tentava di difendersi dagli aggressori. Due settimane dopo, la donna confesserà il delitto.

Il 20 luglio 2009 a Parabiago, in provincia di Milano, una madre uccide il figlio con un cavo elettrico.

Una impiegata provata da una grave depressione, uccide il figlioletto di 4 anni strangolandolo con un cavo per il cellulare. La donna, 36 anni, viene trovata a vegliare il figlio agonizzante dalla madre e dalla sorella.

Nel 2013, il 6 Marzo una madre uccide a colpi di forbici il figlio di 11 anni sgozzandolo.

Una madre annega il figlio nella vasca, a Lecco.

Gli esempi potrebbero continuar per molto.

Assassinare i propri figli è tanto scioccante quanto drammatico, ma rappresenta quel che le madri vogliono esprimere al mondo attraverso la propria onnipotenza delirante è che loro stesse esistono.

I padri arrivano a uccidere dopo un lungo percorso di programmazione in seguito a rabbia, frustrazione Sono uomini fragili, intolleranti dell’insuccesso e dell’umiliazione.

Oggi i Padri sembra che uccidano moglie e figli affinché i figli non rimangano soli dopo l’uccisione della madre.

I figli commettono patricidio e matricidio come Pietro Maso nel 1991 per impadronirsi della loro ricchezze.

Pensiamo ad alcuni tra gli imperatori romani più malvagi e spietati. Essendo divini, avevano potere assoluto sulla vita e morte. Erano uomini che rappresentavano l’impersonificazione del potere assoluto. Temuti, venerati e acclamati negli anni del loro dominio, sono stati dai posteri giudicati sulla base più oggettiva delle loro azioni. Difficile giudicare uomini vissuti oltre 2000 anni fa, sulla base di documenti a volte lacunosi, è complesso.

Comunque questi uomini oggi sono ricordati più per la loro dissoluta condotta morale che per i meriti strategici o politici.

Si ricordano imperatori romani crudeli e malvagi della storia (in ordine temporale) come:

Gaio Caligola, nato nel 12 d.C, regnò fra il 37 e il 41.

I quattro anni dell’impero di Caligola furono caratterizzati dal terrore e dall’aggravarsi della sua sanità mentale, i cui malefici effetti si riflettevano su Roma e sul suo popolo. Sembra infatti che l’improvvisa esplosione di crudeltà di Caligola fosse attribuibile proprio a una psicosi, non diagnosticabile per le conoscenze mediche dell’epoca.

Nel 38 D.C mandò a morte il suo fidato prefetto Macrone e un suo potenziale rivale, Tiberio Gemello. Durante il suo regno inasprì all’estremo, senza mai vergognarsi del suo egocentrismo, il concetto della divinizzazione dell’imperatore. Ordinò che tutti i luoghi di culto dell’impero venissero trasformati in templi a lui dedicati.

Lo storico Svetonio scrive che Caligola era avvezzo a rapporti sessuali incestuosi con le sue sorelle, omosessuali e pederasti. Mostrava cambi d’umore repentini, ed era fortemente insicuro sulla sua calvizie, al punto da andare in escandescenza all’idea che qualcuno notasse i suoi capelli diradarsi.

Nerone, fu il quinto e ultimo imperatore della dinastia Claudia. Governò fra il 54 e 68 d.C.

Succedette a Claudio, ma a causa della sua giovane età il primo anno del suo impero fu la madre Agrippina a provvedere alla gestione dell’impero. Ben presto Nerone prese però il sopravvento sulla sua tutrice, allontanandola prima dalla politica, poi da Roma, ed infine uccidendola.

Il matricidio a quel tempo non venne visto come un crimine efferato da parte dei senatori.

Nerone era un’artista, poeta e cantante, sensibile ai fasti dell’antica Grecia. I suoi rapporti col senato si deteriorarono quando il prefetto del pretorio Tigellino iniziò a esercitare un’influenza maligna sulle scelte dell’imperatore.

Divorziò dalla moglie Ottavia e la fece uccidere, quindi, ossessionato dall’idea che qualcuno potesse tramare ai suoi danni, mandò a morte o in esilio tutti i possibili colpevoli.

L’estremo atto di crudeltà di Nerone ci viene riportato da Tacito, che attribuisce all’imperatore l’incendio della capitale nel 64.

Nerone incolpò della tragedia gli ebrei di Roma inclusi Pietro e Paolo mandandoli a morte.

Nerone morirà suicida, nel 68, durante una rivolta del popolo di Roma.

Lucio Aurelio Commodo governò su Roma per 12 anni, dal 180 al 192. Non appena ottenuto il comando di Roma, alla morte di Marco Aurelio, Commodo si sbarazzò di tutti i suoi possibili rivali, inclusa la sorella Lucilla.

La sua megalomania non conosceva paragoni, si inimicò il senato e ordinò di mutare il nome di Roma con il suo.

Adorava i combattimenti fra schiavi e fra schiavi e belve feroci; egli stesso si considerava il migliore fra i combattenti, tanto che pretendeva di essere chiamato Ercole figlio di Giove.

La sua fine fu la stessa che toccò altri imperatori romani che si erano macchiati di superbia e cattiveria: assassinato dai congiurati.

Le uccisioni della storia antica e contemporanea ci ricordano che l’affetto familiare spesso è perverso.

Consideriamo che normalmente i genitori desiderano i figli e spesso fanno anche troppo per accompagnarli nella vita iper-proteggendoli, creando anche illusioni per generare ottimismo e fiducia in se stessi.

Dobbiamo anche considerare madri e padri esercitano una funzione sui figli che dopo la nascita accettano, ma non sempre sono felici che qualche volta non riescono ad accettare quel ragazzo o ragazzo per motivi in genere connessi con il loro narcisismo e grandiosità.

Quel che succede in rari casi, consiste, specialmente da parte materna, nel sentirsi in colpa perché la donna si convince di non essere una brava madre.

Questa colpa che in alcuni casi si rivela un vero e proprio tormento materno, potrebbe essere il nucleo del proprio senso d’identità.

Se la madre storicamente ha l’obbligo di funzionare come una ottima madre, ottima allevatrice dei figli, ma non si sente all’altezza di tale compito, se non sente di amare i propri figli, se sente che loro screscono diversamente da quel che si sarebbe aspettata, si colpevolizza cronicamente.

La sua stima si abbassa notevolmente, custodisce il suo segreto in se stessa e si punisce

La colpa la logora profondamente, e la madre diventa ambivalente perché sente i propri figli come se fossero estranei.

Anche i figli possono sentire la madre una sorta di estranea, anche se forse loro hanno più bisogno di lei.

Ricordo la metafora dello scomparso J. Lacan, psicoanalista francese di fama mondiale .

Egli sostiene metaforicamente che la madre coccodrillo tiene in bocca il nuovo nato forse per proteggerlo dagli altri primordiali e preistorici coccodrilli che non hanno remore a mangiare i propri ma anche figli degli altri quando hanno fame.

Ad un tratto, la madre coccodrillo chiude la bocca e si mangia il piccolo.

Forse i muscoli della lunga bocca erano stanchi, forse, mentre la pulsione conservatrice intendeva proteggere il piccolo, ma poi non le riesce di portare a compimento il suo salvataggio, oppure prevale il lei la pulsione di morte che coinvolge anche il neonato?

Questo è un esempio di una madre ambivalente che può proteggere, ma anche uccidere.

Non conta quindi l’amore viscerale, poiché spesso è soltanto suggestivo. Figli e genitori sono sostituibili e interscambiabili. A volte è meglio adottare i figli!

Si mantengono i figli nati all’interno di una famiglia, per profondo e sincero desiderio che implica l’accettazione di qualunque figlio venga partorito, secondo principi morali, rispettando  i figli sono così come sono e fatti.

Ma spesso per colpa interiore in quanto le donne madri sono giudicate e rimproverate dalla società fra l’altro molto cattolica in Italia.

La colpa enorme che certe madri sentono in sé, diventa il perno sul quale mantengono la loro identità, quella che impedisce di cadere nel peccato e nel disonore, come donne fallite perché senza figli o madri matrigne macchiate dalla natura per aver abbandonato i figli.

Potrebbero adottare e sarebbero ugualmente felici

 

i

 

 

 

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
__________________________________________

E tu come la pensi? Scrivimi un commento o una domanda sull'articolo...

Rispondi