L’abbandono degli animali domestici: negazione o diniego? 

Chi compera o adotta un cane (o altri animali domestici) si suppone che senta in se stesso un desiderio di dare affetto e di riceverlo, magari anche di usare il cane come cane da guardia o per altri servizi. 

Spesso non è così!

 

Ci sono certe persone che trattano gli animali come cose, in altre parole, sono proprietari piuttosto algidi e insensibili, nel senso che, ad esempio, non si preoccupano della salute del cane.

Il cibo che si offre all’animale è spesso inadatto e l’animale è costretto a mangiarlo o a non mangiare niente.

Alcuni cani rimangono al freddo nel cortile e a digiuno per alcuni giorni!

 

Per ueste persone insensibili, il cane è tenuto e usato sino a che egli è in grado di offrire qualcosa di utile ai suoi padroni, oppure sino a che non si ammala in modo importante: ma appena ci sono impegni verso la bestia anche di tipo medico, viene depositato al canile nelle condizioni malandate nelle quali si trova.

Spesso il bisogno di muoversi per un periodo da  parte del proprietario

Una via ancora più breve per liberarsi dall’impiccio che a quel punto creerebbe l’animale consiste nell’abbandonarlo definitivamente per strada.

Il cane è affettuoso di per sé, a meno che non venga esasperato da trattamenti crudeli, viene in questi casi da proprietari senza scrupoli abbandonato a caso, in luoghi qualsiasi, come una strada statale, quando non c’è tanta gente in giro.

 

Di solito lo fanno scendere dall’auto all’improvviso e ripartendo velocemente per allontanarsi dalla povera bestia smarrita e indifesa.

Mi domando come possa avvenire che un proprietario al quale il cane si è affezionato, anche se se è stato adottato malamente per essere utilizzato per la guardia alla casa o giardino, mai ignorato dal proprietario nel senso dell’affetto, e quando non serve più, come se non fosse mai esistito, negli anni precedenti: addio!

Il proprietario ne negal’esistenza, ma forse qualcosa di più, usa il diniego!

 

La negazione in psicologia è un meccanismo di difesa inconscio, che Freud aveva scoperto tra i tanti, che l’Ego usa, frequentemente  per non vedere ciò che ci disturba, ciò che può farci sentire in colpa o ciò che è accaduto e che ci addolora costatare.

La negazione genera un offuscamento dell’esame di realtà e del reale, cioè del mondo esterno in generale e di quello prossimo a noi.

La coscienza viene coperta da un velo che nasconde e ci impedisce inconsciamente di vedere ciò che non ci piace.

Il diniego invece è un meccanismo inconscio di tipo psicotico che forclude massicciamente ciò che potrebbe essere motivo di grave conflitto all’interno di Sé.

 

Un grave trauma, un grave pericolo potenziale stimola il soggetto a mantenere relativamente unita la struttura del Self e così il soggetto si divide, si scinde in due o più parti ed esclude quel che non sopporta. 

Lo getta via e lontano al fine di non raccontarsi automaticamente che l’oggetto in tal caso, il cane, sia mai esistito.

L’essere umano non può non sentire che uccidere o separarsi in modo grave da un altro essere vivente, come fosse un oggetto inanimato, e come se fosse niente, e quindi rimanere indifferente.

 

Prima che un interlocutore interno, una voce interiore gli parli dentro se stesso e metta in allarme la sua coscienza, scatta il lui il diniego.

Il soggetto non soffre perché dice a se stesso: ma dai quello è un cane, chi se ne frega ? E poi qualcuno lo troverà …!

Tuttavia per poter usare il diniego come meccanismo di difesa e liberarsi di un essere vivente che per giunta ti ha servito con affetto e fedeltà, come se fosse un pezzo di ferro, bisogna avere disturbi nella sfera degli affetti.

Il diniego si usa come meccanismo difesa, ma in genere, ci deve essere prima, qualcosa che non funziona bene nell’apparato psichico, (psichismo).!

 

Spesso si tratta di persone alessitimiche, anaffettive che non sanno percepire emozioni e che hanno astio, rancore e vendetta da assumere come atteggiamento di rivalsa, forse per qualcosa che è loro mancato, forse da una sorta di vissuto contro la madre e il padre.

Si tratta di qualcosa di disfunzionale e di disadattivo, perché non permette la risoluzione di un problema psichico, e disfunzionale in quanto provoca in un secondo tempo un danno all’individuo.

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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