Vivere senza accorgersene una posizione psicologica non autentica. Quali conseguenze?

Ci sono giovani che incontrano difficoltà nell’affrontare alcune situazioni, convivendo con la famiglia che sembra non comprenderli, pur essendo generosa, apparentemente disponibile, materialmente compiacente e capace di accontentare i ragazzi come possono.

I ragazzi però a volte si sentono abbandonati, non presi sul serio, oppure fortemente illusi.

Alcuni genitori in effetti non sanno funzionare come tali: pur essendo bravissime persone in generale, non si pongono nella posizione giusta.

Non sono autorevoli, ma piuttosto nascondono la loro incapacità o debolezza psicologica trasformandosi in amici alla pari dei figli.

Spesso sono troppo dittatoriali e prepotentemente autoritari nonché sbrigativi nell’assolvere un compito educativo.

I figli in seguito si arrabbiano, protestano perché non trovano più i genitori che avevano conosciuto illusoriamente all’inizio della loro vita.

Allora questi ragazzi sentono disprezzo, ma non sanno il perché: probabilmente si sentono soli, si sentono in colpa e si angosciano sperimentando un baratro attorno a se stessi.

Questa situazione adolescenziale la possiamo considerare come un’epoca psicologica caratterizzata da alcune frustrazioni e disillusioni.

La situazione con il passare del tempo, il più delle volte, migliora; i giovani entrano così in un’epoca psicologica e sociale diversa, durante la quale trovano indipendenza, affetto da parte di altri giovani adulti, e la caratteristica non è più frustrazione ma soddisfazione, compiacenza.

Un’alternativa esistenziale e opposta vede che, sin dall’inizio dell’adolescenza, alcune persone sono indirizzate, o si trovano a dover seguire, verso atteggiamenti e comportamenti che assorbono dalle aspettative della famiglia, di un genitore o fratello maggiore verso cui c’è competizione, da amici o amiche, da una cultura prevalente, persino da una moda che fa sentire cool, figo , ecc.

Questa posizione psicologica che assumono  avviene senza consapevolezza, per captatio benevolentiae, portandoli ad sempio, ad essere bravi ragazzi: vanno bene all’asilo d’infanzia, alle scuole primarie e secondarie sino al diploma superiore.

Si iscrivono all’Università scelgono la Facoltà più propizia, quella che sembra prometta meglio nel futuro e una volta laureati, sono così brave/i da costruirsi un lavoro più che soddisfacente.

Succede a volte che circa a cinquant’anni nel pieno della loro carriera con un matrimonio niente male, con figli che amano e dai quali sono ricambiati, entrano improvvisamente in una grave stato di crisi che li sorprende e che quindi debbono negare a stessi.

“Chiedo perdono a tutti”. Queste le ultime parole pronunciate da un uomo di 49 anni dirigente di azienda prima di buttarsi da un viadotto presso Chieti.

Aveva prima ucciso la figlia di dieci anni, e forse anche la moglie di 51 trovata morta dopo una defenestrazione. C’era stato precedentemente un femminicidio? Non si sa!

Meno di due mesi prima, l‘uomo aveva perduto la madre.

Potrebbe l’uomo di quasi cinquant’anni, riconosciuto sano, brillante e gioioso aver tenuto nascosto il dolore di quella perdita?

In effetti qualcuno che gli era vicino aveva notato un cambiamento di umore negli ultimi cinquanta giorni, anche se la maggior parte della gente non aveva ravvisato alcun cambiamento.

Ma in ogni modo, la morte della madre può provocare in un uomo molto adulto, di discreto successo a cui nulla andava male nella vita, una strage familiare tanto da uccidere moglie, figlia che sembrava egli amasse e poi se stesso?

La risposta è certamente sì, visto che è accaduto.

Ma molti tragici accadimenti di questo genere sono diffusi in tutto il mondo.

Certo le cause sconosciute potrebbero essere diverse e rimanere sconosciute: malattie tenute nascoste, infelicità amorosa …

La mia considerazione che può far ipoteticamente comprendere molte di queste tragedie consiste nel fatto che alcune di queste donne o uomini entrano in un’epoca psicologica  soggettiva che li annienta!

Perché?

Queste particolari persone s’accorgono, dopo aver realizzato molto di ciò che sembrava desiderassero, che la loro vita non ha più senso!

Hanno vissuto la loro esistenza sino a quel momento su una gamba sola, come le gru quando dormono.

Queste persone non hanno vissuto per se stessi, cioé per quello che autenticamente desideravano, ma per compiacere un interlocutore interiore, un personaggio che era sempre stato presente attivamente nel loro mondo interiore.

Nel caso specifico il personaggio avrebbe potuto essere rappresentato dalla madre morta?

Senza di lei non potrei vivere! – E’ la considerazione che emerge in queste persone, perché la mia vita aveva valore se non per lei.

Si accorgono tardi di essersi nascosta tale verità.

Hanno vissuto non ascoltando ciò che era importante realizzare per se stessi, se la sono raccontata in quel modo illudendosi di essere al riparo da una realtà che hanno affrontato come un gioco sportivo, ma che non corrisponde totalmente al senso della propria vita. E adesso dove vado ? come se se lo domandassero tristemente!

Si parlerebbe di falso Sé ?  Cioé di un personalità che non ha riconosciuto quel che desiderava e si è costruita in attesa di una ricompensa di qualcun altro che non avverrà mai, anzi con il tempo, verrà sottratto potere di convincimento al senso della loro vita ? Di non aver potuto dare spazio o ascolto al desiderio di completezza di se stessi in un mondo caotico e istrionico che ti chiede di dare spiegazioni su tutto ma che non le trova mai?

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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