Gli untori seriali

Cerchiamo di identificarci con coloro che divengono untori, diffusori di qualche peste, che ai giorni d’oggi s’identifica con l’immuno-deficienza-acquisita,  cioè con coloro che vanno a contaminare consapevolmente con il loro retrovirus mutante dell’HIV senza alcuna precauzioni donne e uomini. Prima o poi l’AIDS passerà al partner, che verrà infettato, salvo casi fortunati.

Ci piace riferirci a Alessandro Manzoni quando storicamente nei suoi Promessi Sposi descrive la peste scoppiata nel 1630-1 causata dalla sporcizia immonda dei Lanzichenecchi che invadevano dal Nord Italia tutta la penisola Italiana.

La paura per il contagio che mieteva vittime sempre più numerose in città fece nascere nella gente spaventata molte suggestioni che propagavano l’assurda convinzione che alcuni delinquenti spargessero unguenti venefici per propagare la peste.

Si trattava degli untori: Manzoni fa riferimento al re Filippo IV che informava il governatore spagnolo su quattro spie francesi, che sarebbero giunte a Milano per diffondere l’epidemia. Per giunta il 17 Maggio del 1630 alcuni testimoni credettero di vedere persone che ungevano un asse di legno, e il giorno seguente in molti incroci della città si videro porte imbrattate di una certa sostanza giallognola che suscitò vivo allarme nella popolazione.

Si trattò forse di uno scherzo di cattivo gusto, pensato da ragazzini per divertirsi scatenando il panico a causa della rapida diffusione della morte nera.

Si attivò una ricerca affannosa di capri espiatori della peste: gente veniva linciata rapidamente non appena un sospetto poteva colpire qualcuno, come al tempo delle streghe di Salem nei pressi di  Boston che venivano giudicate con violenza e ancora vive venivano bruciate in fretta sui roghi.

L’arrivo della torrida estate dilagò la piaga e la situazione in città nei mesi di luglio e agosto 1630 divenne pressoché insostenibile.

Il numero di decessi giornalieri arrivò anche a 1500, mentre la popolazione del Lazzaretto passò persino a oltre 12.000 appestati, rendendo i curatori come i padri cappuccini, impossibile il loro lavoro. I più morivano e Milano si trasformò in una città deserta e mortifera nelle quale le salme, abbandonate nelle strade in mucchio, venivano caricate su carri della morte dai monatti, autorizzati. Il cardinal Borromeo che si prodigò tra gli ammalati uscì miracolosamente illeso dall’epidemia.

I monatti o chi per loro, immuni dalla malattia, a un certo punto della moria divennero i padroni delle strade e usarono il loro potere per derubare di oro e moneta gli ammalati o minacciarne le famiglie vantando il controllo sulla vita e sulla morte.

Viviamo fortunatamente in altra epoca.

Ma chi è stato contaggiato dall’HIV si può sentire condannato da una malattia che si contrare principalmente per contatti sessuali e che, pur tenuta sotto controllo dalla medicina a tempo indeterminato, non ha trovato una guarigione:
“Perché proprio a me, a me che amo il sesso più di tutti.
Approfitterò di questa condanna a vita, per vendicarmi contro l’ingiustizia”

Quindi rabbia e poi vendetta.

“Ho il potere di fare ammalare tutta la gente che voglio, tutte le donne e tutti gli uomini! Sarà il mio divertimento e la mia vendetta!”

Far soffrire gli altri può essere un piacere?

“Si, se soffro io, puoi soffrire anche tu e anche di più!  Così io non sarò mai solo!”

L’untore ha la coscienza che non ha niente da perdere in quanto è un condannato a una sorta di impotenza. Come se dicesse “mal comune, mezzo gaudio”. Un bisogno narcisistico di non essere l’unico sfigato al mondo lo fa sentire in mezzo a una numerosa compagnia.

Infettare il prossimo si trasforma in un grandioso crudele obiettivo per una Grande Missione.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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