Crisi matrimoniali e divorzi

Le donne negli ultimi 50 sono, nella media, socialmente evolute e molto aperte, e a parte il lavoro, dove i riconoscimenti economici che nel nostro Paese non sono sempre corrispondenti a quelli dei professionisti uomini, il livello psicologico è evoluto notevolmente a livelli superiori di molti uomini.

Non esiste attività professionale che sia preclusa alle donne, la loro intelligenza, in particolare introspettiva, supera in media quella degli uomini che sono aggrappati ad alcune certezze di un tempo e se comprendono il cambiamento femminile, lo elaborano solo a livelli cognitivo, raramente si identificano nella loro psicologia.

Naturalmente sto generalizzando, perché occorre osservare ogni singolo caso per poter riconoscere che molti uomini rimangono estremamente creativi  e geniali e con impareggiabili qualità.

Questa evoluzione femminile fruttuosa per la società e per la cultura, sembra però non avvantaggi i matrimoni che sono diminuiti e così la nascita dei figli.

Le statistiche ci informano che sono notevolmente aumentate le separazioni di coppia e i divorzi.

Ho trovato triste, ma al tempo stesso comico, che in un ufficio del Comune di una importante città le impiegate abbiano informato che l’ufficio preposto ai matrimoni alternava i giorni della settimana dedicandone tre ai matrimoni e tre alle separazioni e divorzi.

Storicamente la donna era considerata una compagna che si dedicava ai figli molto alla loro principale educazione, non lavorava, era la regina della casa riguardo al cibo e alla amministrazione quotidiana del bucato, riguardo ai lavaggi delle stoviglie, alla pulizia, alla stireria, cucitura, ecc..

Spesso non lavorava e si curava del marito includendo la vita sessuale.

Gli uomini da millenni sono a capo della famiglia sia che questa sia matriarcale, sia che sia patriarcale. Il dominus che aveva un potere assoluto era la norma.

Non dobbiamo meravigliarci che l’uomo sia fondamentalmente rimasto maschilista come oggi viene chiamato quando non vede nella donna altro che una persona in suo possesso della quale può disporre in tutti i sensi. L’estremizzazione di questo lo vediamo nell’atto criminale del femminicidio. Esiste però anche l’ominicidio!

Il possesso della donna da parte dell’uomo non corrisponde al desiderio di appartenenza oppure di appartenere che si dovrebbe dall’amore autentico, ma da un bisogno prevalentemente narcisistico di derivazione infantile. La donna è la prima servitrice del bambino nei panni di madre iperprotettiva, a volte troppo ansiosa e intrusiva.

Per l’uomo tradizionale, quello maschilista, spesso in buona fede, il cambiamento femminile è inaccettabile, perché lo disorienta rispetto alla propria identità psicologica millenaria, anche se naturalmente aggiornata ai nostri tempi attraverso un rispetto civile della donna.

Nella convivenza vengono immesse molte idealizzazioni da parte dei partner: giovani e inesperte alcune giovani donne danno per scontato che i cambiamenti e le conquiste femminili che risalgono alle loro nonne siano conquiste indiscutibili.

Si accorgono che invece dopo un po’ di tempo non è così vero. Allora con l’inconscio intento di salvare il matrimonio e proteggere i loro sogni e idealizzazioni gettano sui compagni e mariti il velo di Maya, che il filosofo Schopenhauer utilizzava per spiegare come l’esistenza umana si basasse sull’illusione.

Egli osservava la differenza fra ciò che appare e la cosa in sé, già anticipata dalla critica della ragion pura del filosofo Kant. Il fenomeno si configura proprio come solo illusione; il soggetto rappresentante e l’oggetto rappresentato, e la conoscenza che ha il compito di distinguere ciò che appare da ciò che é.

Insomma mi immagino il velo di Maya come un tessuto leggerissimo di lino bianco che copre ciò che non ci piace.

Siccome le donne sono persone e interagiscono ovviamente come tali, i conflitti emergono molto più di un tempo.

Il possesso non è più accettato, ma al suo posto si desidera indipendenza, e poi autonomia, collaborazione, complicità, sessualità autentica e non appagamento del bisogno dell’uomo.

L’indipendenza non significa rottura dell’unità della coppia ma solo autonomia, riconoscimento e rispetto delle idee e del pensiero del partner.

Sembra difficile e finché questa evoluzione non si verifica nella coppia pioveranno conflitti e divorzi.

Altri aspetti sono alla base delle rottura dei matrimoni, come quelli economici, caratteriali, di bisogni materni e paterni che prevalgono sulle parti adulte e che impediscono di creare una situazione completamente o quasi nuova.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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