Non vorrei morire, ma se proprio debbo, non vorrei assistere all’evento!

Oggi parlerò di un argomento che può apparire triste, ma che penso possa in parte tranquillizzare chi legge, anche se, naturalmente, non si può cambiare il destino umano, nel senso che nei fatti, come è noto, l’unica certezza dell’essere umano consiste nella realtà di non essere eterno.

Penso come tutti che, per quanto poco consolante, tale punto di riferimento sia l’unica certezza che abbiamo e quindi la nostra vita giri attorno all’idea che la vita stessa è limita: stare bene, per quanto normale appaia, è tuttavia un privilegio da coltivare il più possibile.

Certo per alcune persone la via può essere concepita, anche essere breve, purché sia gloriosa come quella di Achille!

Molte persone, specie i più giovani, spesso diventano molto spericolati e euforici, correndo molti gravi rischi di vario tipo. (vedi mio articoletto su questo blog: I giovani e il nuovo sport del rischio)

Se ce l’ho fatta vuol dire che sto vivendo!

In altre parole, queste persone hanno tanta paura di cessare di esistere che sfidano la morte in modo onnipotente per sentire di essere vittoriosi e sopravvissuti.

Vivere è già un rischio, un rischio che è anche utile al miglioramento, ma il diniego onnipotente e magico non migliora la qualità del proprio destino!

Fabrizio De André, poeta e cantautore, suonava la ballata ironicamente e esorcizzando con le parole l’argomento, in questa sua canzone di stile medievale: la morte verrà all’improvviso avrà le tue mani e i tuoi occhi, si tingerà di un velo bianco, addormentatosi al tuo fianco …

Alcune persone sentono i segnali che il corpo emette con qualche sintomo inaspettato, e tendono a demoralizzarsi, anche se il problema è molto leggero.

Non vorrebbero ricordarsi della nostra fragilità fisica complessiva.

Alcune persone, quando percepiscono qualcosa che non va, comprendono che la debolezza del corpo è indice di una malattia organica o anche espressione di una dinamica psicologica somatizzata che sfugge al loro controllo, secondo il quale, invece, si da per scontato quando possibile di stare sempre bene, magari in qualche caso di essere immortali e sempre mostrare la stessa età e un aspetto giovane.

I medici greci dell’antichità, Esculapio, Ippocrate, Epicuro, sono stati tra i primi che si sono occupati della cura del corpo umano per tentare di salvaguardarlo e guarirlo dai malanni.

Epicuro, anche filosofo come quasi tutti i medici di allora, in particolare incoraggiava a non temere la morte.

Il quadri-farmaco epicureo sosteneva: il futuro non ci appartiene, nemmeno però appartiene agli altri.

Le malattie in generale sono croniche oppure curabili o non curabili. Se sono guaribili, siamo tranquilli, se sono croniche, siamo destinati ad abituarci, se sono incurabili, la morte non deve essere temuta, perché quando c’e’ lei non ci siamo noi e viceversa.

Gli dei non si curano di noi umani, anche se per attrazione ci fanno vivere e aspirare a loro.

In altre parole, non incontriamo mai la morte, anche se la nostra vita ha un limite.

Elisabeth Kubler-Ross, medico psicoanalista, grazie al suo lavoro instancabile e paziente al capezzale dei morenti, ha chiarito l’approccio migliore alla visione della vita/morte, cioè la certezza che attende tutti noi. Il senso della nostra vita si costruisce meglio e in modo più felice se consideriamo il nostro fondamentale limite umano e di tutti gli esseri viventi.

L’esperienza personale della scienziata induce alla consapevolezza che ne è derivata, e porta a sottolineare che é il morire che temiamo, mai la morte.

Tale coscienza migliora l’entusiasmo per aspirare a vivere sempre meglio!

Non sempre purtroppo ci riusciamo!

Succede che con il passare degli anni tutti noi percepiamo di avvicinarci a un indebolimento del corpo e di conseguenza alla comparsa di segnali che ci indicano il trascorrere del tempo e quello già trascorso.

I medici pur non volendo essere sgradevoli, spesso dicono a un paziente che lamenta un disagio fisico: signore, mi permetta di ricordarle che lei non ha più vent’anni!

In sostanza temiamo le malattie, il soffrire, il perdere ciò che amiamo, di veder sfumata la nostra identità, non tanto la morte di per sé!

Le malattie però, nelle mani della scienza, nell’imminente futuro non ci faranno soffrire fisicamente.

E cosa dire della scelta del graduale aiuto medico? La civile scelta di chiedere aiuto per non soffrire più inutilmente? L’eutanasia con testamento biologico?

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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