Numero uno: Corpo e mente nella malattia psicosomatica

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La dopamina nei circuiti cerebrali, che mediano le gratificazioni naturali, è il più importante neurotrasmettitore dei quali è rappresentato dai neuroni dopaminergici e proiettano a livello corticale (aree prefrontali) e sottocorticale.

Le emozioni che si attivano in seguito agli incontri e alle esperienze precedenti, a cominciare da quelle sensoriali, stimolano e attivano i processi pre-sinaptici e sinaptici neuronali.

Le emozioni, in sostanza, trasmettono indirettamente gli stimoli al sistema endocrino che emette ormoni nel sangue tramite i neurotrasmettitori ormonali.

Gli ormoni sono sostanze chimiche, come gli steroidei, proteici o derivati da amminoacidi, che hanno il compito di regolare le attività di tessuti e organi.

Sono prodotti da ghiandole endocrine diverse, ma ciascun ormone è specifico e agisce su un determinato organo, detto organo bersaglio.

Generalmente, l’organo bersaglio è distante dal luogo di produzione dell’ormone e viene raggiunto attraverso la circolazione sanguigna. All’interno dell’organo bersaglio, gli ormoni attivano o disattivano enzimi già presenti nel citoplasma, o promuovono la sintesi di nuovi enzimi. La specificità dell’azione dell’ormone avviene perché la molecola stessa dell’ormone viene riconosciuta dal recettore dell’organo bersaglio.

La concentrazione degli ormoni nel sangue è mantenuta in equilibrio dalla continua inattivazione svolta dal fegato, che si oppone alla continua produzione secreta dalle ghiandole endocrine.

In buona parte, emozioni e sentimenti generano i vari vissuti della mente, rispetto alle cose e situazioni, in una catena che va dal passato antico al contatto con il mondo attuale.

Alcuni vissuti fantasmatici attivano neurotrasmettitori che generano piacere e ottimismo, altri generano ansia, fantasmi persecutori, ecc.

Il sistema nervoso centrale, particolarmente l’area prefrontale e limbica dell’emisfero destro, tramite l’ipotalamo e l’amigdala, dispone di agire in base ai vissuti emozionali.

Prende decisioni di poca importanza sino a scelte fondamentali.

Secondo Peter Fonagy l’armonia nella relazione di attaccamento madre-bambino favorisce lo sviluppo del pensiero simbolico e la presenza di una base sicura contribuisce al processo di mentalizzazione precoce.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Mentalizzazione

Si intende un processo psicologico che avvicina la comprensione di come noi funzioniamo psichicamente e anche come funzionano gli altri. Possiamo comprendere gli stati mentali, cioè sentimenti, convinzioni, intenzioni e desideri

In altre parole si fa riferimento ad una capacità metacognitiva dalla quale dipendono la capacità di cogliere le manifestazioni affettive altrui, la capacità di regolazione affettiva, di controllo degli impulsi e di automonitoraggio.

L’acquisizione di una buona mentalizzazione è strettamente legata allo sviluppo della teoria della mente che consente all’individuo di differenziare ciò che è da ciò si vorrebbe essere.

Un soggetto che non possiede un modello di teoria della mente, non sarà in grado di dare un senso ai comportamenti altrui, avvertendo una mancanza di controllo sulla propria vita e sull’ambiente circostante che si traduce in difficoltà a relazionarsi con gli altri in maniera adeguata.

Per comprendere la mentalizzazione non può essere trascurata la teoria dell’attaccamento; la funzione riflessiva è infatti mediata dalle relazioni di attaccamento con i caregiver, i quali devono essere, a loro volta, in grado di mentalizzare ed essere amorevoli e riflessivi, ponendo, in questo modo, le basi per un attaccamento sicuro.

Il bambino, inizialmente, non ha la capacità di discernere i contenuti mentali dalla realtà, ma li considera coincidenti. Tale capacità cognitiva è definita equivalenza psichica e consiste nell’effettuare un parallelismo tra tutto quello che è presente nella mente e il mondo esterno e viceversa.

La capacità di attribuire stati mentali intenzionali a se stessi e gli altri, però, non si sviluppa prima dei 4 anni di età.

Tuttavia, esistono dei segnali che fungono da precursori di tale attività, quali indicare, guardare o controllare le reazioni della madre.

Tra i 6 e i 18 mesi, infatti, il bambino comincia a essere in grado di interagire mentalmente con il caregiver. Quindi, se la madre è in grado di rispecchiare lo stato emotivo presentato dal bambino, offre al figlio la possibilità di riconoscere ciò che egli stesso prova. Di conseguenza, la rappresentazione che la madre elabora dello stato affettivo del bambino è interiorizzata dallo stesso tra le rappresentazioni del proprio Sé.

Se, al contrario, il rispecchiamento esercitato della madre è equivalente allo stato emotivo del bambino, la percezione che egli ha del proprio disagio può tramutarsi in una fonte di paura, amplificando l’emozione e perdendo così il suo potenziale simbolico.

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Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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