Premessa sui disturbi psicosomatici

Corpo e mente sono indissolubilmente integrati in un’unità sintetica.  Si riflettono e si connettono reciprocamente grazie ai neuro-ormoni che si intrecciano con il mondo interiore psichico.

Corpo e mente sono due facce di una sostanza che esiste sotto forme molto simili.

Il nostro vissuto delle cose deriva da una armonica sintesi tra tutti gli incontri, cioè le esperienze della nostra vita, sino a dove ci troviamo in quel momento della nostra età anagrafica, e i vari neuro-trasmettitori e biochimica del nostro organismo con le sue funzioni dei vari organi.

Il corpo possiede un’equivalenza psichica e viceversa.

Il cervello, il sistema nervoso centrale ed endocrino, metaforicamente può essere denominato, come S. Freud aveva inventato e cioè Ego.

L’Ego è il protagonista dello psichico, delle nostre azioni e del nostro organismo corporeo, quindi sensoriali e sensibilità.

Dal feto, alla nascita, e in seguito nella nostra vita, il colore del nostro vissuto varia con le emozioni connesse in base ad una continua riformulazione del vissuto che si accomoda mano a mano che assimila nuove sensazioni e intuizioni.

Inoltre, se il rispecchiamento non si verificasse, o fosse contaminato dalla preoccupazione della madre, il processo di sviluppo del Sé sarà negativamente influenzato.

Secondo Fonagy l’armonia nella relazione di attaccamento madre-bambino favorisce lo sviluppo del pensiero simbolico, e la presenza di una base sicura contribuisce al processo di mentalizzazione precoce.

Oltre al concetto di equivalenza psichica, l’esistenza di una realtà psichica si realizza anche attraverso il far finta, ovvero idee scaturite come rappresentazioni senza che siano sottoposte a un esame di realtà.

Questa modalità è espressa attraverso il gioco, in cui il bambino attribuisce significati agli oggetti.

Intorno al quarto, quinto anno di vita le modalità dell’equivalenza psichica e del far finta vengono sempre più integrate tra loro, e il bambino riesce a rappresentare gli stati mentali in quanto tali e riconosce che questi stessi stati costituiscono delle rappresentazioni che possono essere fallibili o modificabili, perché potrebbero essere diverse da quanto accade nella realtà.

Ovviamente in questo processo apparentemente semplice, il bambino ha bisogno invece della presenza costante di un adulto che lo aiuti e non lo iper-protegga, a sperimentare ripetutamente i  pensieri e i suoi sentimenti che devono, a loro volta, essere rappresentati nella mente del genitore, orientandoli nel mondo esterno.

Durante il gioco, chi si occupa del bambino dà un modello e, per così dire, forma idee e emozioni del bambino creando un legame con l’ambiente esterno.

Per questa ragione, è necessario creare un legame con la realtà, individuando una prospettiva alternativa, che non è presente ancora nella mente del bambino.

Questo processo è determinante per favorire nel bambino la comprensione e l’accettazione delle due realtà, interna ed esterna, senza dover scindere il funzionamento dell’Io per mantenere una duplice modalità di pensiero. Lo scopo, dunque, è creare un continuum tra ciò che è presente in se stessi e il mondo esterno.

Quindi, la funzione riflessiva espressa dal genitore svolge un ruolo fondamentale nel processo di adattamento alla realtà, agevolando non solo lo sviluppo della capacità di gestire le proprie idee e i propri affetti, ma anche di riflettere prima di agire.

Insomma, lo sviluppo della capacità riflessiva infantile risulta essere direttamente influenzata dalle modalità relazionali espresse dal genitore come sensibilità e disponibilità, grazie alle quali il bambino impara ed elaborare il mondo percettivo ed emotivo.

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Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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