Le famiglie clan possono essere traumatiche per alcuni giovani

Diversi anni or sono, quando lavoravo a un Sevizio Clinico dell’Università, venne un giovane di nome Leo per un colloquio professionale.

Mi disse di soffrire psichicamente da quando era piccolo.

Mi raccontò che a circa dieci anni era consapevole di essere sempre più peggiorato, per angosce dovute a sintomi di abbandono, e che all’età dei dodici anni era praticamente insonne, si addormentava con fatica a circa le cinque del mattino, con un’immaginabile tormento.

I primi dieci anni di vita, Leo visse ospitato dalla nonna materna perché la madre, incurante del figlio, conviveva con un altro uomo in un’altra abitazione.

Molti farmaci ipno-inducenti prescritti dai medici che Leo assumeva, venivano da lui stesso aumentati nelle dosi per cercar e di combattere e di anticipare il sonno che non veniva mai, anche per riuscire ad andare a scuola e dormire quel tanto da non essere sempre in difficoltà rispetto alla concentrazione e all’ascolto durante le lezioni.

Leo, successivamente durante la sua infanzia, viveva in una stanza ammobiliata, in casa di una perpetua vicino ad una Chiesa.

Gli chiesi di parlarmi della sua famiglia.

Mi raccontò che i due genitori si erano conosciuti in una cittadina delle Liguria e la madre aveva voluto sposarsi subito.

Il motivo era dato dal bisogno impellente di staccarsi dalla madre di lei, cioè dalla nonna materna di Leo, con l’intento di diventare indipendente e scoprire immondo da sola.

Il padre, cioè il nonno di Leo, era morto prematuramente, quando la madre del ragazzo aveva quindici anni e lei si sentiva legatissima, o meglio simbiotica, con la madre che l’aveva guidata assiduamente sino a quel momento dopo la morte del padre.

Entrambe le donne possedevano una grande azienda artigianale che, per incompetenza delle due proprietarie, precipitò in disgrazia in pochi anni.

Il nonno invece conosceva bene il suo mestiere e sapeva ben dirigere l’azienda e dopo la sua morte, abbandonata in mano a impiegati che avevano i loro interessi personali ed egoistici in primo piano, era in breve finita in malore.

Alcune ricchezze erano rimaste alle due donne, che però con il passare di pochi anni si erano assai ridotte.

Le due donne vivevano per conto loro in un appartamento grande, ma composto da due stanze da letto.

Poiché mancava la terza stanza da letto, la madre particolarmente rifiutava di ospitare il figlio Leo.

In quello stesso appartamento la madre aveva vissuto con un uomo per quindici anni, ma poi lui la lasciò per una donna più giovane, forse anche stanco delle sue eccessive richieste.

Leo aveva sin da allora chiaro di non essere stato desiderato dai suoi genitori.

La madre, molto giovane, si era sposata impulsivamente per sentirsi libera dalla propria madre, ma Leo era già in viaggio per nascere, tanto all’improvviso quanto inaspettato e quando il padre se ne era già andato da casa.

Leo si sentiva odiato dalla madre e ignorato dal padre per il fatto di esistere e di costituire un peso economico e ingombrante per il suo mantenimento.

Ciononostante, Leo riuscì a laurearsi in Medicina e Chirurgia e così e fu in grado rapidamente di trovare lavoro in una Clinica privata.

Riuscì a comprarsi con fatica un piccolo appartamento e a viverci dentro.

Diversi anni dopo si sposò con una ragazza americana, più giovane di lui, dopo aver trovato precedentemente conforto affettivo da parecchie storie amorose. Il matrimonio fallì in pochi mesi! Causò depressione e disperazione.

Leo però mi confessò di non essere mai stato felice e di essersi sempre sentito nei panni di un figlio adottato, prima dalla nonna materna, poi dalla moglie Luisa, anche lei giovane medico.

A quel punto feci con Leo molti altri colloqui.

Il secondo matrimonio con una donna molto più giovane di lui sembrò andare molto meglio.

Nei successivi incontri il Dottor Leo proseguì il suo racconto riguardante il suo matrimonio, che i primi anni andava discretamente, ma poi emerse da parte di Luisa una improvvisa diffidenza in particolare rivolta verso il denaro che Leo guadagnava.

Luisa si aspettava di poter mettere da parte quel che lei stessa guadagnava, ma desiderava che la famiglia, senza figli, venisse sorretta quasi completamente dai guadagni del marito, Leo.

Luisa era presa da un’improvvisa angoscia di diventare povera, anche senza alcuna oggettiva ragione, forse da insicurezza, dati i tempi duri che stavano alternandosi.

L’originaria famiglia di lei, padre, madre, sorella, zie e cugine, ecc, la sostenevano moralmente, pensando che a lei spettasse il privilegio di costruirsi un bel tesoretto per proteggere la qualità della sua futura vita, una volta andata in pensione.

Luisa pensava e ragionava in termini statistici e poiché lei era più giovane, di diciassette anni, del marito desiderava scongiurare la povertà, dando quasi per scontato che lui sarebbe morto prima di lei…

Per questa ragione, e susseguenti fantasie che accompagnavano tali considerazioni, immaginava l’eventuale possibile morte di Leo come un’eventualità che la portava drammaticamente a vedersi sola e povera.

L’indubbia insicurezza di Leo a causa del suo passato di figlio precariamente adottato, aumentava gradualmente l’insicurezza di Luisa.

Un brevissimo tradimento di Leo con una donna, dovuto anche alla loro mancanza di rapporti sessuali e affettuosi, contribuì e aggravò il raffreddamento inaccettabile del loro rapporto.

Tale rapporto si era mantenuto per molti anni forse per paura di reciproca solitudine e forse perdita del patrimonio a causa della separazione.

La famiglia di Luisa era ed è sempre stata solidale con la figlia e tutti gli altri parenti avevano sempre cercato di esserle vicino condividendo i suoi dubbi e sostenendola in tutto, seguendo la posizione di ciascuno nella parentela.

Leo ha rafforzato il suo sentirsi tremendamente solo e abbandonato come il suo passato gli aveva fatto sentire sin da allora, quando era bambino.

La famiglia allargata e numerosa di Luisa, includeva, oltre il padre assai debole come personalità, la madre, la sorella e diverse cugine, nonchè tanti amici che avevano cercato in passato di sedurla, forse un po’ gelosi del successo di Leo verso Luisa.

Tutto ciò aveva comunque oscurato ogni autonomia e potere di Leo.

Nei fatti tutte queste persone nella vita di Luisa, rispetto a Leo, contribuivano alla formazione di un grande Clan unito e ostile a Leo.

Da quel che avevo compreso, Leo mi stava comunicando di ottenere da me d’essere aiutato a non sentirsi così solo e impotente di fronte a quel che a lui appariva essere un Clan paralizzante che usava l’arma del ricatto, attuato anche in buon fede contro lui.

Il ricatto attuato per ogni richiesta, anche affettiva, ingigantivano il suo senso di impotenza e isolamento, anche da un punto di vista economico.

In effetti il Clan si era inevitabilmente costruito di fronte alle lamentele di Leo.

Nessuno lo ascoltava più.

Penso a come il Clan aiuti in molte occasioni i suoi membri, ma quanto fortemente possa anche danneggiare la vita di tante persone, incarnando un potere invisibile e micidiale attraverso l’atteggiamento ricattatorio: o fai quel che voglio io, oppure sei solo e spacciato!

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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