Gli antichi valori etici della vita rispetto a quelli attuali

L’industrializzazione, il consumismo, la globalizzazione, il controllo sociale e burocratico con la forza dell’elettronica e il potenziamento della comunicazione immediata attraverso i media, hanno creato gradualmente una nuova epoca positivistica e visione della vita  differente rispetto a qualche decina di anni fa’.

Intendo dire che i diritti umani, i diritti di cittadinanza globale, lo spazio e il senso delle religioni, dell’educazione hanno contribuito alla modificazione dell’amministrazione della giustizia e quindi i valori stessi.

Personalmente da uomo completamente laico, ho sempre pensato che la giustizia non debba usare strumenti di pena, alimentando possibili vendette sociali.

Le vittime alle quali sono state portate via parenti e cari amici hanno sempre identificato la giustizia con le assegnazioni di pene più o meno severe. Il criterio si rafforza concependo la pena come una vendetta che dovrebbe attenuare la sofferenza di un grave lutto. Di solito non pacifica niente!

I suicidi nelle prigioni aumentano a causa delle celle sempre più sovrapopolate, a vantaggio di cosa?

Penso che il concetto di pena non aiuti all’evoluzione della Società, ma possa aiutare l’attento lavoro educativo nelle Istituzioni preposte al recupero psicologico che possa ottenere qualche, seppur limitato, risultato: sarebbe meglio di quasi niente. 

La privazione della libertà, con il fine di educare rinchiudendo gli infrattori nelle varie Istituzioni, sarebbe già una pena di per sé, ma andrebbe potenziato un’aiuto per cercare e trovare uno spazio mentale affinché siano percepiti potenziali valori che evidentemente nella criminalità alla base dei loro principi psicologici sembrano scarsi.

La dignità umana però dovrebbe essere messa in primo piano, promuovendo il desiderio di essere attori creativi e orientati al miglioramento di se stessi e dei simili come un sorta di intima soddisfazione e piacere.

Penso che la pena favorisca metaforicamente l’ira contro un padre ancora sconosciuto (l’istituzione carceraria che gestisce la colpevolezza dei figli ribelli e forse clinicamente psicopatici aumentando sentimenti di vendetta, di invidia con la legge del taglione). Molti giudici che mi sembrano illuminati la pensano in tal modo, ma la Costituzione nella parte penale, andrebbe riscritta, anche in Europa, ecc..

Le certezze di un tempo si basavano su unità di principi storici costruiti in parte, ma erano comunque ipotizzati, dopo la seconda guerra mondiale.

Alexander Mitscherlich, medico e psicoanalista tedesco, direttore dal 1967 dell’Istituto Freud di Francoforte, scriveva nel 1963 il libro dal titolo Verso una società senza padre, pubblicato in Italia nel 1970 da Feltrinelli editore.

Si doveva considerare l’Europa futura dopo lo shock della guerra, voluta dalla dittatura scriteriata, la cui tendenza dei tempi consisteva nel contrapporre alle esperienze autoritarie del nazismo e del socialismo la pressione ant-autoritaria.

Questa tendenza all’ant-autoritarismo cominciava a crescere all’inizio degli anni sessanta e metteva in luce l’avviarsi delle diverse società verso organizzazioni prive di gerarchie che appunto l’Autore ha chiamato: società senza padre.

Mitscherlich si domandava: come ritrovare l’autorevolezza, che bene o male aveva guidato i popoli, considerando che dopo il nazismo veniva gradatamente abbattuta ogni Autorità politica, sia etica che morale?

I valori sono stati per lungo tempo soverchiati in seguito alle eccessive ribellioni del recente passato e confuse con la demoocrazia.

Infatti allo psicoanalista non sfuggiva che insieme alla giustissima reazione al modello del paternalismo autoritario si corresse il rischio di una nascita di realtà di una infanzia fatta di modelli senza padri, che però non avrebbe significato, per Mitscherlich, un progresso a vantaggio della libertà dei giovani.

In che modo e grazie a quale figure si sarebbe evoluto l’individuo?

La società senza un modello simbolico paterno, incluse anche le connotazioni affettive, avrebbe forse portato ad un sconvolgimento affettivo, educativo e psicologico. Non parlo del mito del padre di un modello stabile, di una funzione paterna.

La svalutazione del padre non porta ad alcun investimento per il futuro, e quindi potrebbe causare una riduzione della passione e della chiarezza nella bussola orientativa di ciò che costituirebbero le potenzialità e risorse nei giovani: di conseguenza la mancanza di convinzione e passione avrebbe alimentato uno spirito passivo verso l’orientamento e uno atteggiamento abulico verso la ricerca e il desiderio di realizzare e programmare.

Ne consegue l’impossibilità di superare i conflitti e l’ambivalenza, l’individuzione di Sé,  ma avrebbe generato dipendenza da figure inventate, mitiche come gli eroi o i mostri preistorici.

Sarebbe cresciuta la rivalità, le tensioni affettive, rendendo difficile il processo verso la chiarezza. Attraverso processi identificatori involutivi, si determinano un persistente senso di frustrazione che accresce la tensione e l’aggressività, anche se espressa indirettamente.

Mitscherlich già circa sessant’anni or sono sosteneva, a quei tempi, che il modello fraterno in assenza di figura paterna, avrebbe fatto sviluppare il fantasma dell’assenza e del vuoto.

Ciò implica che il fantasma dell’assenza, in assenza di gerarchia, avrebbe fatto predominare un modello di riferimento ispirato alla competitività orizzontale esasperata, tipica dei fratelli dove il conflitto principale non è caratterizzato dalla sana rivalità, quella che contende al padre i privilegi del potere e della libertà. In questo contesto avrebbe trionfato l’invidia tra fratelli, tra vicini, considerati solo  concorrenti che hanno ottenuto più privilegio di te.

In altre parole e in pratica, il pensiero è come se formulasse: io non desidero raggiungere una meta perché rappresenta un valore per me, una sorta di molla, di riscatto. Dopo la mia impotenza infantile quel che si accende in me è rabbia, confusione vuoto e smarrimento, non sopporto di essere privo di ogni eredità.

Ci si aspettava a quei tempi facili riconoscimenti, rapido successo, facile indipendenza nel mondo contemporaneo:  molti giovani reagiscono aspettandosi di ricevere i benefici che virtualmente sono stati promessi, ma non mantenuti.

Spesso solo la figura materna si frappone tra il padre e la società deludente e confusa!

Mitscherlich mette in evidenza come la presa di distanza da modelli patriarcali e autorevoli non abbia lasciato il posto ad un sistema fraterno pacificato, ma ad una gestione del potere incapace di reinventare nuove forme di soddisfazione.

Sempre Mitscherlich afferma che la nostra società, oggi in preda ad una crisi dei valori tenda a sopprimere la figura paterna piuttosto che a modificarne l’immagine e il ruolo.

L’autore arriva a queste conclusioni dopo una analisi psico-sociologica sulla formazione psicologica dell’individuo.

Mitscherlich, infatti, mette in evidenza che  l’essere umano non é, ma diventa tale.

Per tali motivi l’alternarsi delle generazioni è così importante tanto quanto continuare a imparare sul mondo, cosa che consente di avvicinarsi anche alla verità imparando dalle esperienze ricavate da sé.

Dice l’Autore: i vecchi stati che finora erano riusciti a imporre soluzioni imperialistiche, si trovano oggi di fronte a questo grande numero di stati di nuova formazione che lottano contro gli stati imperialistici con la stessa debole autorità di tanti genitori che non riescono a stabilire un contatto con i loro figli adolescenti.

Le crisi di sviluppo di certe collettività sono paragonabili a quelle dell’adolescenza e appaiono tanto più pericolose in quanto, nel periodo precedente alla conquista violenta dell’autonomia, l’ambivalenza non è stata né integrata né organizzata all’interno in nuove norme e idee-guida.

Il pensiero del filosofo Galimberti, riprendendo il concetto di Friedrich Nietzsche a proposito del Nichilismo pur parlando della caduta di ogni sacralità guida dei valori, descrive la mancanza di una funzionalità paterna che è venuta nel corso degli anni a mancare.

Alcuni giovani sono disorientati e contano sulla apparenza: esistono perché appaiono ovunque, da Instagram ai Selfie.

Almeno le foto si vedono, quindi esisto.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
__________________________________________

E tu come la pensi? Scrivimi un commento o una domanda sull'articolo...

Rispondi