Commento al Film di John Hillcoat “The Road” – Cinema Lumiere di Bologna, venerdì 8 Febbraio ore 22.00

Una misteriosa e terrorizzante catastrofe ha distrutto la terra e creato un mondo di pochi morti viventi che si aggregano in piccole bande.

Gli altri sono probabilmente già morti e la maggior parte si sono uccisi.

La famiglia protagonista del film e pochi altri, sembrava felice, (lei Charlize Theròn), ma in seguito trova nella morte il normale atto da attuare.

Charlize, la moglie, decide di non sopravvivere come quasi tutti gli esseri viventi decidono di non accettare di vivere in un mondo devastato e una vita senza scopo.

Padre (Viggo Mortensen) e figlio (Kodi Smitinvece decidono di sopravvivere e si mettono in cammino verso Sud.

La Strada è lunga a piedi in mezzo alle macerie, al fango, all’umido, senza cibo, piena di pericoli tra i quali quello di essere uccisi dai cannibali. 

A questo proposito, penso che gli esseri umani siano perseguitati da tre terrori:

  1. dal fantasma della solitudine,
  2. dalla morte, o meglio dall’angosce di vedersi morire nella sofferenza e perdita d’identità.
  3. dalla miseria indignitosa.

1. Paura della solitudine e dell’abbandono: è molto presente nella vita moderna più vuota di un tempo quando la vita gli riempieva a sufficienza l’esistenza, con i suoi ritmi naturali, con i suoi quotidiani contatti sociali.

Nei villaggi rurali non si è mai soli: si è più soli nelle grandi città moderne. E più grande è la città, il grattacielo, più si sente il peso della solitudine.

La solitudine angosciante è una malattia moderna che nasce dall’individualismo esasperato, dall’egoistica corsa sul successo, dalla competizione sfrenata di tutti contro tutti.

Si è soli quando intorno a sé non si hanno più dei simili, ma solo e unicamente dei potenziali antagonisti.

Si è soli quando il rumore delle cose inutili non basta a riempire il silenzio dell’anima.

Ecco perché i giovani di oggi, appena rientrati a casa dopo una giornata stressante, per prima cosa spesso cercano d’annegarsi in forti ed emozionanti distrazioni: sembrano alcuni come se fossero alla ricerca di anestetico, non possono vivere senza quantità sempre più grandi di rumori superflui, di voci inutili.

Non sono capaci di stare soli con se stessi nemmeno per qualche ora: perché non sono in pace, non sono in armonia con se stessi, non si vogliono bene, non si ascoltano e non si comprendono.

Alcuni di loro sono continuamente fuori centro, continuamente protesi verso l’esterno: ma chi non è in pace con se stesso, non può esserlo nemmeno con gli altri. Né con l’ambiente, né con il sacro e i valori.

2. Terrore di vedersi morire e di uccidersi: Il terrore della morte non esiste, e come dice Epicuro e la Kubler Ross, mi sembra che il morire costituisca il vero terrore, quello che scaccia l’illusione dell’immortalità.

3. Paura della miseria: la povertà potrebbe non far paura, ma sotto forma di miseria potrebbe angosciare, cancellare ogni dignità umana e quindi la propria identità.

Mi sembra che il regista, in questo film del 1991, John Hillcoat metta in primo piano nel film  questi tre temi.

Se il mondo non è più vivibile, la natura ci ha abbandonato, ci ha tolto ogni protezione di base, fornendo solo le tre paure le più temute, non possiamo attaccarci a nulla di protettivo, la disillusione è totale e la fiducia di base, la speranza che sostiene con coraggio l’affrontare le avversità, è nullificata: l’angoscia della solitudine e di abbandono, che significa la perdita della famiglia e dei figli, l’angoscia del vedersi morire e la miseria perdita di ogni dignità e identità.

Si sperimenta la realtà di homo homini lupus, ecc, la perdita della natura, la natura matrigna, la perdita di ogni sicurezza e protezione che il bambino evidenzia nel film.

Nella trama del film, il bambino, dopo che il padre è morto per la ferita alla gamba, colpito da una freccia, straziato dal dolore di lasciare il figlio solo, ritrova una famiglia buona, non come gli  uomini cattivi quelli che hanno ucciso il padre.

La nuova famiglia sembra molto accogliente e generosa. La madre e padre che hanno due figli mostrano felicità nell’accettare il piccolo  orfano  e tutti  insieme si avviano per la strada lasciando sperare in un futuro e forse la vita del pianeta. Per lo meno sembra sconfitta la solitudine e apertala speranza.

Perché Hillcoat ha creato un film così angosciante? Mettere su pellicola i suoi terrori?

Teme un futuro terrorizzante e già nel 1991 tenta di esorcizzarlo?

Effettivamente oggi è presente in Occidente il clima tropicale, tempeste di vento, di neve, un surriscaldamento delle terre e delle acque, un clima disordinato che genera uragani, cicloni, caldo e freddo senza una coerenza costante delle stagioni che offrivano sicurezza rispetto alla precisione con la quale avvenivano un tempo i cambiamenti.

The Road è un’esperienza a tratti claustrofobica, mai piacevole, sempre tesa, che lascia nello sconforto e nel disagio anche quando tenta di sciogliere la tensione nel finale, ma la narrazione di un mondo che si sta spegnendo, dell’impossibile educazione di un figlio che presto sarà costretto a lottare da solo, che non avrebbe potuto ricevere trattamento e più coerente insegnamento.

Potrebbe il regista John Hillcoat, volersi liberare di questi fantasmi, la solitudine, il fantasma dell’assistere al proprio modo di morire, e la brutta miseria che costringe l’umanità a vivere l’essere umano non dignitosamente, con quattro stracci sporchi nel fango ?

Il protagonista vive continuamente i flashback dei 14 anni durante i quali è nato il bel bambino che assomiglia molto alla madre. L’amore del padre non è corrisposto perché la donna, Charlize Theròn, si uccide e lascia solo lui e il bambino.

Durante il sonno, l’uomo è turbato dal ricordo della moglie, che dopo aver dato alla luce il loro figlio, non riesce ad accettare la nuova situazione, fatta di privazioni e stenti, fino a quando una notte, dopo una discussione col marito, decide di uscire di casa nella notte, al buio, con l’intenzione di suicidarsi.

Allora padre e figlio si mettono in viaggio e cercano di raggiungere a Sud la costa.

Ma  i due non trovano quello che si aspettavano, ma unicamente la solita desolazione.

Le cose si complicano quando un’imboscata tenuta da un’altra coppia di sopravvissuti con arco e frecce ferisce il padre a una gamba, cosa che gli renderà impossibile trascinare tutte le provviste accumulate.

Mentre l’uomo, il protagonista, il marito , il padre Kodi Smit cerca rifornimenti, uno sconosciuto ruba ai due tutto il loro avere e fugge.

In seguito il padre viene colpito da una freccia alla gamba.  Poi viene derubato del suo avere da Eli , (Robert Duvall).

Nonostante Il padre sia indebolito a causa delle pessime condizioni di salute, riesce a raggiungere il ladro che, sostenendo di essere disperato, prega l’uomo di lasciarlo vivere. Nonostante le suppliche del ladro Eli, il padre gli ordina di spogliarsi e di dargli tutto quello che ha con sé, gridando: Tu non avresti avuto problemi a lasciarci morire. Detto questo lo abbandona senza i vestiti sulla spiaggia.

Così come è successo per il vecchio Eli, anche in questa situazione è il figlio a dare un epilogo positivo all’evento: convinto il padre, i vestiti (oltre a una scatoletta di cibo) verranno restituiti e lasciati in terra, anche se dell’uomo non si ha più traccia.

In punto di morte, l’uomo ricorda al figlio come usare la pistola e come comportarsi, sostenendo che non deve arrendersi alle immoralità e cercare i buoni. Perduto il padre, il ragazzo incontra una famiglia di sopravvissuti non aggressivi e, dopo iniziali dubbi e paure, accetta di unirsi a loro.

Vediamo un padre che insegna al figlio a suicidarsi sparandosi in bocca, solo in caso di necessità.

In alcune sequenze assolutamente orribili, che magari fanno pensare a un film horror, appare  un realismo e una forza espressiva notevole.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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