Solitudine estiva all’italiana

Se parare è l’antecedente linguistico latino che si riferisce alla solitudine.

Penso: separarsi dalla madre al momento della nascita.

La fecondazione stessa che comincia l’esistenza, conduce verso la separazione, verso la solitudine.

Da un punto di vista biologico e psicologico, l’embrione è un organismo estraneo che mantiene l’ombra della madre e del padre.

Infatti l’embrione che, con il tempo diventa feto, è destinato a crescere per vivere nella sua unicità nella solitudine del ventre materno, contenendo in Sé il patrimonio genetico di entrambi i fautori di Sé.

I gemelli identici fanno eccezione, ma infatti soffrono a loro volta per staccarsi psicologicamente da se stessi e molti di loro non ci riescono affatto.

La nascita, la crescita, il contatto aspro con il mondo rievocano spesso la solitudine originaria.
Socialmente vediamo che il terrore di dipendere da qualcuno affettivamente tipico di molte persone equivale al terrore che è insito nell’essere umano di rimanere separati, cioè soli.

In estate è tradizione, particolarmente con la bella e calda stagione, di andare in vacanza e godersi un periodo di relax lontano da pensieri opprimenti.

Coloro che non possono usufruire delle vacanze spesso associano a punizione e all’abbandono nel restare soli.

E’ come se sentissero di non essere amati e di non meritare l’amore.

Si potrebbe ipotizzare che in qualcuno riecheggi il vissuto solipsistico ancestrale di una famiglia che ti lasci sola/o in castigo.

La solitudine è vissuta diversamente dalle persone.

C’è chi si deprime poco o molto e tal caso adotterebbe qualunque strategia per non ritrovarsi in quella condizione abbandonica.

Un tempo, durante i mesi estivi, le città si svuotavano di gente e molti negozi si apprestavano a chiudere la loro attività.

Sembrava di vivere nel deserto, mentre simbolicamente i fratelli fortunati cioè la gente che se ne erano andata in vacanza con i genitori sembrava avesse ottenuto come premio l’amore per la loro giusta condotta cosicché sembravano aver meritato fortuna e  felicità dato che  non erano stati abbandonati.

Gli anziani ne soffrivano molto di più che i giovani a causa della loro dipendenza fisica, specialmente se i parenti non si preoccupavano di loro.

Sembrava rimanessero in città per scontare i loro peccati giovanili.

Le malattie si accentuavano con tutte le conseguenze psicologiche.

Tale problema negli anni è stato compreso dalle Autorità e da tanta gente, cosicché i costumi sono molto cambiati riguardo ai turni di assistenza sociale e di organizzazione per i ritrovi di compagnia.

Ma non è solo negativa e depressiva tale situazione abbandonica che riguarda la separazione degli altri che vanno in vacanza.

Molta gente non vive l’abbandono, ma ne approfitta per fare tante cose che non ha mai fatto durante il resto dei mesi dell’anno.

E’ come se il tempo vuoto trasformasse le città in un meraviglioso deserto dove è possibile ritrovare alcune dimensioni umane nel silenzio e nello spazio dei luoghi.

E’ come se sentissero di esistere beati anche loro finalmente!

Certo che spesso questa gente vive per se stessa e raggiunge la meta dell’autosufficienza nel goderne senza invidiare, né disprezzare, ma anzi rispettando gli altri.

Possono scoprire posti che non conoscevano, conoscere gente che socializza facilmente, leggere tanto e vedere vecchi film e ascoltare tanta musica rinnovare la fiducia in se stessi.

La loro solitudine tanto non dura molto!

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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