Psicologia dello stupratore

Ho avuto alcune esperienze di cura istituzionale nei confronti di stupratori.

Cerco di raccontare ciò che mi ha colpito di questi atti violenti e perversi.

In genere lo stupratore è vissuto in un ambiente degradato e violento.

La solitudine non è sperimentata come tale dallo stupratore, cioè egli non ne ha coscienza.

Nella sua mente lo stupratore sperimenta e trasforma l’ingiustizia, deformata in aggressività verso la donna o anche l’uomo.

La solitudine viene percepita come un sopruso sociale perché gli viene tolta la gioia e il piacere di cui avrebbe diritto.

Lo stupratore si sente autorizzato a vendicarsi e a prendersi quello che sarebbe suo e che gli sarebbe stato negato da sempre.

La violenza da lui espressa indica il potere nelle sue mani e il possesso che gli sarebbe dovuto e che lui sprigiona in punizione verso la società che gliela toglie.

Particolarmente odia le donne che non sono generose ed è come se agissero per dispetto verso di lui non offrendogli quel che possiedono in natura, come se la natura sessuale femminile fosse un dono che le donne sarebbero obbligate a donare a quella parte dell’uomo rimasto bambino e che è stato deprivato del piacere.

Naturalmente si tratta di una appropriazione indebita tanto violenta quanto vendicativa, ma anche molto invidiosa.

L’invidia gioca nell’adulto stupratore una reazione emotiva molto importante nella scena sessuale.

La psicoanalista Melanie Klein più giovane, ma contemporanea di Freud, si è occupata studiando le fantasie inconsce dei neonati.

Riconobbe la scissione della mente del neonato che occupava la psiche durante i primi sei mesi a circa un anno di vita nel processo di integrazione del nutriente dolce, tenero da un lato ma cattivo, aggressivo e persecutorio dall’altro.

Il comune denominatore di tale processo dinamico e oscillatorio tra buono e cattivo era ed è basato sull’invidia distruttiva.

L’invidia distruttiva significa: quello che tu hai in abbondanza e che non mi offri deve scomparire dalla mia vista, deve essere cancellato e distrutto, a meno che non diventi completamente mio e io ne abbia pieno potere e dominio.

Naturalmente tale processo di fantasmitizzazione conserva una natura del tutto primitiva che fa parte di una memoria implicita, non cognitiva, e quindi non ricordabile dal neonato.

Si tratta di un mondo appena abbozzato sensorialmente, nemmeno ancora emozionale nella mente tanto che sfiora la natura psicobiologica del neonato.

Ho preso in considerazione tale modello ancestrale che nello stupratore si integra con fattori rudimentali a livello culturale dove fa capolino il bisogno di una ricompensa attraverso  un appagamento totale e onnipotente, quasi di una restituzione di ciò che egli sperimenta come mai avuto e goduto.

Il senso di onnipotenza che pervade lo stupratore, in qualche caso può portare anche ad uccidere la vittima.

Alcuni gravi psicopatici uccidono senza nemmeno violentare sessualmente chi subisce (serial killer).

Molti stupratori sono sopraffatti dalla convinzione delirante che le donne desiderino svalutarli per fare loro un dispetto e prenderli in giro.

Le fattezze delle donne, oggetto di parziale desiderio, sarebbe mostrate e esibite per sfidare l’uomo, sollecitando il suo legittimo  maschilismo, tanto più che le donne stesse proverebbero un grande piacere sessuale, ma lo negherebbero per cattiveria come la madre cattiva descritta da M. Klein.

Queste donne andrebbero punite onnipotentemente con lo stupro selvaggio per affermare il disprezzo, il dominio e il trionfo.

La donna, secondo il delirio dello stupratore, mentre si rifiuta di farsi stuprare, in realtà lo desidererebbe fortemente.

Tali soggetti soffrono di distorsioni cognitive attraverso le quali accusano le donne di essere provocatorie e l‘uomo quindi indotto allo stupro e violenza.

Lo stupratore, se riesce a vedere il seno e le gambe delle donne, non può resistere nel non punire violentemente il mondo femminile, come se le donne invitassero a fare sesso provocando apposta l’uomo perverso.

La pubblicità dei giornali porno, la pornografia in internet confermano allo stupratore la mala fede femminile, specialmente se alcuni uomini appartengono ad una cultura religiosa diversa da quella cattolica, per esempio mussulmana. Ciò non significa affatto che siano i mussulmani maggiormente responsabili degli stupri, ma lo è un mondo di persone malate!

Gli stupratori sono spesso impotenti in molte circostanze.

La violenza fine a se stessa spesso appaga più del sesso che eccita nell’atto libidinoso.

Le donne vestite all’orientale spesso sono più attraenti per uno stupratore in confronto alle donne occidentali.

Il piacere di scoprirle, di strappar loro i vestiti è quasi più forte che trovarsi davanti alle grandi scollature femminili.

Spesso sotto l’effetto dell’alcol, in una società percepita blasfema,  aumenta negli stupratori la frustrazione, l’aggressività e il bisogno di punire le donne disinvolte e che amano la libertà di costume.

Nello stupro non c’è desiderio, ma solo bisogno per malattia.

Il degrado culturale e l’emarginazione sociale, una situazione familiare conflittuale, contribuiscono come importanza allo sviluppo emotivo di un ragazzo e abbassa il suo livello di socializzazione.

Anche l’ambiente in cui si cresce ha quindi  una sua rilevanza d’impatto.

Un clima violento contribuisce a diventare violenti.

La degradazione culturale dello stupratore lo incoraggia a prendersi ciò che non possiede.

L’educazione in famiglia e la scolarizzazione da questo punto di vista attribuiscono una grande responsabilità ai caregiver per una corretta formazione della personalità del ragazzo e quindi anche del modo in cui controlla i propri impulsi sessuali.

Vivere in una famiglia povera e deprivata può determinare una carente socializzazione e può determinare delle distorsioni cognitive che gli permettono di giustificare e minimizzare il danno della violenza sessuale a una donna.

Tutti gli studi dimostrano che laddove c’è ignoranza, povertà ed emarginazione sarà maggiore la possibilità che un bambino e poi un adolescente sviluppi meno capacità empatica, abbia difficoltà a riconoscere il punto di vista dell’altro.

Gli aspetti umani, l’identificazione con l’altro e la compassione sono sensibilità sociali e civili che vanno sempre considerate e tenute d’occhio.

Se si è circondati dalla solitudine emotiva che aumenta la frustrazione e l’aggressività.

La violenza chiama violenza!

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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