Il Teatro Patologico e lo Psicodramma

Sono passati 40 anni da quando Franco Basaglia chiuse i manicomi e liberò in reparti ospedalieri, sotto controllo medico, i malati cosiddetti di mente, secondo la legge180.

Nel mondo non esisteva questa anticipazione illuministica.

Cosa è cambiato?

La psichiatria dinamica si è molto avvalsa del pensiero di Wilfred Bion (1897-1979), psicoanalista britannico, che si orienta a comprendere l’origine del pensiero umano.

Durante la seconda guerra mondiale organizza dei gruppi di riabilitazione occupazionale per soldati feriti o in attesa di congedo e di rinvio in patria.

Nasce Esperienze nei gruppi, 1961.

Osservando i gruppi con cui lavorava, Bion distingue un aggregato di persone che osserviamo stare quasi per caso assieme. Il gruppo è invece il prodotto di un’attività mentale, o meglio di un’elaborazione prodotta dagli individui fantasmatica in gran parte illusoria, frutto di una regressione inconscia e automatica che si verifica in chiunque si confronti con gli altri nella vita sociale.

L’uomo è un animale sociale e inevitabilmente si confronta con gli altri, ma sperimenta un’apparente contraddizione: il rischio che egli e gli altri corrono consiste nel fatto che il confronto con il gruppo può portare come tendenza verso una certa perdita di individualità e di identità: se gli interlocutori interiorizzati sono mal impostati, si può creare un’inconscia con-fusione delle parti del Sé.

In genere tali enormi frustrazioni per i membri del gruppo tendono a essere superate per ottenere sia il senso d’appartenenza, sia per ottenere l’appagamento dei propri bisogni materiali e psicologici.

Nei gruppi gli individui sperimentano, quindi, due tipi di stati mentali: uno cosciente e cognitivo logico, l’altro inconsapevole e di natura biologica.

Il primo è nominato come gruppo di lavoro ed è sostenuto da bisogni di raggiungere traguardi concreti sia per la sopravvivenza, sia per la qualità di vita.

Il secondo si mischia in una dinamica di stati emotivi fortemente regressivi, che permettono l’acquisizione del sentimento distinto e d’identità d’appartenenza al gruppo.

I membri, in seguito ad un automatico adattamento inconsapevole, rinunciano a qualcosa di se stessi, per sentirsi come parti del gruppo, e dal gruppo sono ovviamente condizionati.

Le dimensioni emotivo-affettive che appartengono al sentore emotivo del gruppo interferiscono continuamente sul gruppo di lavoro, cioè sull’esecuzione del compito.

Bion individua tre modalità di funzionamento del gruppo, dette assunti di base che sono vere e proprie fantasie di tipo magico-onnipotenti, che servirebbero illusoriamente a risolvere molte difficoltà e evitando frustrazioni.

Nell’apprendere dall’esperienza, e tollerare sia lo sforzo, sia il dolore, il gruppo cerca di appropriarsi inconsciamente di alcune illusioni. Esse sono gli assunti di base: la dipendenza, l’accoppiamento e l’attacco-fuga.

L’uomo e la mentalità di gruppo oscilla tra il livello cognitivo-razionale e emotivo-sentimentale inconscio che costituisce la cultura di gruppo e la sua struttura organizzativa vivente.

Penso che oltretutto l’individuo prima di entrare in contatto con i membri di un gruppo conosca la famiglia o chi per lei. Ma egli conosce sensorialmente la madre ancor prima di nascere come feto quando entra in contatto con la biochimica del cibo materno, con il timbro della sua voce, con la sua personalità cinestesica del suo corpo, poi dopo la nascita con il seno, ecc. ecc..

Il padre e tante altre persone messe insieme costituiscono già nella sensorialità del piccolo nato un imprinting pre-simbolico e sensoriale di gruppalità.

Questo piccolo gruppo che si allarga sempre più con il passare degli anni cresce all’interno di Sé infantile sino a che egli diventa grande e anche dopo continua a introiettare la personalità di tanti personaggi.

Pertanto con il passare degli anni il protagonista struttura sempre più il suo Ego, all’interno di Sé proprio entrando in contatto con i tanti personaggi quelli con cui ha piccole e grandi esperienze e dai quali apprende a esistere.

Non è strano quindi che la sua mente sia, come dice anche Bion, gruppale.

Il Teatro Patologico dell’artista Dario D’ambrosi utilizza un palcoscenico che si identifica in una ricerca sulle sofferenze della disabilità fisica e psichica, come aiuto alla malattia, ordine nella follia e  con il fine di conoscere l’essenza della natura umana. Come sappiamo, esiste una linea fisiologica sottilissima fra ciò che noi in genere consideriamo patologico e quello che non lo è.

La nostra umanità è affidata a meccanismi complessi che sono simili in tutte le persone.

Si tratta di un teatro faticoso perché ha luogo, e mette in scena, spesso in luoghi non prettamente teatrali: piazze, strade.

Si tratta di un teatro combattivo e arrembante che proprio nella faticosa ricerca di affermazione offre il meglio di sé.

Lo strumento espressivo privilegiato di questa comunicazione è lo psicodramma, la messa in scena cioè, del mondo interiore più profondo dei disabili fisici e psichici in una sola espressione.

Già negli anni venti, e sopratutto trenta, negli USA, Jacob Moreno (1899-1974) psichiatra austriaco aveva inventato il metodo teatrale dello psicodramma catartico che offriva alla gente sofferente di recitare raccontando le proprie pene attraverso episodi richiesti da Moreno ovunque nelle piazze, nelle strade nel quì ed ora della propria spontaneità.

La Scuola francese Sept-SIPsA di psicodramma, di cui personalmente faccio anche parte, ha riformulato grazie a medici psicoanalisti come i coniugi Lemoine, Anzieu e tanti altri offrendo un indirizzo non catartico-liberatorio, ma psicoanalitico ed elaborativo.

In ogni modo, la comunità scientifico-psichiatrica nazionale, e americana in particolare, ha più volte sottolineato l’importanza e l’efficacia che la rappresentazione scenica potrebbe ottenere nella persona.

Se ben condotto da chi è esperto nel settore psicodrammatico, un gruppo teatrale, all’interno di una condizione rassicurante e protetta, potrebbe molto aiutare gli individui che vi partecipano.

Questi sono invitati a raccontarsi e a recitare certe scene della loro vita che possono favorire, l’integrazione di parti psichiche disconnesse.

Questa tecnica teatrale viene spesso usata anche all’interno delle mura carcerarie.

I personaggi inconsci introiettati dalle esperienze passate, e che agiscono nel nostro mondo interno, sono da loro stessi interpretati nel ruolo di attori.

Anche le persone che avvertono disturbi severi possono recuperare integrazioni e senso tra le varie parti di Sè.

E’ ovvio che chi si assume la responsabilità di conduzione di un gruppo deve essere molto esperto affinché il gruppo trovi in scena teatrale l’armonia giusta e che i vissuti dei singoli non degenerino in angosce. Nello psicodramma i partecipanti diventano attori, si offre loro l’occasione di liberare le proprie fantasie, di rivivere situazioni il più possibile simili a quelli che essi sentono interiormente.

Il soggetto sulla scena non racconta solo se stesso, ma deve interagire con gli altri e con l’ambiente circostante. Questo impone anche allo spettatore la partecipazione del Sé nella sua interezza all’azione scenica e si avvia verso un processo di coscienza.

Nelle sedute o nello spettacolo non c’è lo scopo di produrre significati, ma di mettere agire e creare eventi unici in un’unica performance

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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