Mangiare al lunch? Abitudine di un passato scomparso

Nei film, e non solo, degli anni 70/80 e buona parte degli anni 90 in Europa, e specialmente in Italia, si vedono scene che riportano alle abitudini dei pasti di quell’epoca.

Si vedeva che, anche nelle città grandi come Roma, Milano e Napoli, la gente che non lavorava nelle grandi strutture aziendali faceva una breve colazione con un caffè e una brioche o una o due fette di pane tostato con burro e marmellata spalmata.

Un secondo caffè come sosta al bar, a metà della mattinata, interrompeva il ritmo di lavoro e poi si andava a pranzo di solito a casa propria, dove la moglie aveva preparato a figli e marito un pranzetto.

Non parliamo dei paesi dove i due pasti scandivano la giornata fortemente con tanto di riposino pomeridiano.

Alberto Sordi, Nino Manfredi e Ugo Tognazzi e tanti altri che interpretavano la vita quotidiana dell’epoca ci offrivano nei film questi stili di vita, oggi quasi completamente scomparsi, a meno che non ci si riferisca a persone che abbiano superato i 65 anni d’età e escludano le grosse Strutture Industriali di lavoro e Comunità ospedaliere.

Le persone non incapsulate nelle grandi aziende, negli anni 90 hanno cominciato a disdegnare questa abitudine a partire dal Nord Europa e quindi in Italia, da Milano, allargandosi a tutte le aree del Nord sino ad almeno al Centro e poi gradatamente scendendo verso il Sud del Paese.

Secondo una mia personale ricerca però il Centro Sud non ha rinunciato completamente alla tradizione degli anni passati.

Molta gente del Sud segue le abitudini di anni fa e mantiene il lunch quasi come il principale pasto del giorno.

La cena viene ancora considerata come un pasto leggero.

Alcune signore che abitano al Nord, interrompono il lavoro consentendosi una sosta, chiedendo ai barman dei vari Cafè uno snack con insalata e mozzarella o facsimile, ma sempre è presente la mozzarella.

Quali ragioni hanno portato a tali cambiamenti di abitudini?

I ritmi di lavoro che non permettono di tornare a casa per mangiare, per esempio… anche perché non c’è molta gente che abbia il tempo di preparare il cibo.

Un altro motivo è dato dalla programmazione di compattare gli orari di lavoro, andando verso un orario unico, per guadagnare tempo serale e separare il lavoro dal tempo libero.

Trovare il tempo di andare in palestra per fare ginnastica aerobica, running, yoga, body-building, tango, ecc..

In tal modo cala il pancino, ecc..  Infatti invece di mangiare, l’ipotesi sta nel fatto che si  desidera consumare molte calorie e cosi si diventerebbe magri.

La sera si arriva a casa con una fame difficile da gestire, perché tutto il giorno non si quasi mai toccato cibo, se non bevuta acqua e caffè.

Un po’ di vita sociale induce a riunirsi attraverso cene che di solito sono abbondanti perché si riversa un po’ di di-stress e un bisogno di compensazione di molti item accumulati durante le giornate e la settimana.

Osservo che un tempo i nostri nonni dividevano la giornata in due parti: la mattina e il pomeriggio.

Oggi il giorno è indifferenziato caratterizzato da un unico grande pasto serale che rappresenta il premio.

Spesso le ore del giorno hanno un solo suono e costituiscono un solo ritmo, che è finalizzato ad arrivare alla fine del lavoro giornaliero.

La compensazione extra lavoro non sempre è gradita o non sempre svolge la sua funzione e così alcune frustrazioni anche dovute al cibo mancante rimangono.

I dietologi non suggeriscono di dimagrire caricando il cibo nella serata, ma qui mi fermo.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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