Il fantasma della madre arcaica

Su questo tema la letteratura psicoanalitica è molto vasta.

Dopo l’era freudiana molti autori si sono concentrati nello studio psichico del bambino durante la fase precedente ai 3 anni, includendo anche il periodo fetale.

Agli studiosi è apparso evidente l’esistenza potenziale di una attività mentale antica che attinge le sue radici da una memoria sensoriale e fantasmatica molto importante.

Si tratta di una memoria cosi detta implicita, o anche procedurale, precedente a quella individuata da S. Freud, nota come memoria esplicita.

Il fine riguarda il funzionamento psichico delle persone adulte in stato di disagio psicologico.

La memoria esplicita presuppone che il soggetto non possa ricordare certe situazioni perché ha rimosso a livello non consapevole esperienze primarie come si denomina freudianamente situazione edipica.

Solo rivivendo in un certo contesto o setting, per esempio durante sedute psicoanalitiche, è possibile recuperare emozioni ed eventi significativi.

Il fine mira a elaborare in modo più completo le cause di ansie, angosce e quindi sintomi che generano disagi i cui antecedenti psichici sono stati rimossi.

Gli eventi sensoriali della memoria implicita risiedono invece nella corporeità e nel suo insieme: e siccome non sono mai stati codificati e registrati nella mente perché nemmeno sono stati rimossi, non possono essere rievocati se non attraverso un ascolto psicoanalitico assai sofisticato ed esperto.

E’ il corpo dunque che contiene lo stampo (imprinting) sensoriale delle esperienze primitive di certi eventi.

Il soggetto bambino non poteva recuperare quel che non appariva se non più tardi attraverso l’espressione di segnali emotivi, perché egli a quei tempi era privo di strumenti psichici utili per appropriarsi della coscienza mentale di Sé e registrarla.

In alcuni casi, i protagonisti adulti che sono desiderosi di realizzare i loro programmi di vita autonoma e ne hanno piene capacità, rallentano l’attuazione dei loro desideri come se fossero vincolati a qualche àncora.

A mio parere, nelle mie ricerche universitarie del passato osservavo in pazienti un legame ancora simbiotico e spesso anche fusionale vincolato a un’imago materna arcaica e simbolicamente implicita.

Per spiegarmi meglio, ricorro a una metafora: immaginiamo una persona adulta indipendente che conduce una carrozza tirata da cavalli che si contano a due, o quattro o addirittura sei o più.

Molti cavalli renderebbero la guida del conducente ardua come potrebbe essere la stessa vita che il protagonista vive.

Le redini dei cavalli sono tenute tra le mani e braccia del cocchiere con difficoltà oppure con disinvoltura in base alla propria insicurezza o padronanza.

Per quanto bene il conducente proceda durante il viaggio sembra percepire la presenza di un’immagine che rimane appostata dietro le sue spalle.

Si tratta di una figura che impreca qualcosa, una figura che proviene dall’interno della carrozza.

Il nostro cocchiere protagonista della guida non vede, ma dalla voce si sente giudicato come se questa lo sgridasse o accusasse per qualcosa di sbagliato che ha commesso.

Tale presenza non fa sentire al nostro cocchiere la libertà della propria guida, ma nemmeno può egli può fare a meno di tale presenza.

Il protagonista sente che alcuni dubbi sulla sua guida e sulla via che sta percorrendo aumentano con il scorrere del tempo: sente solitudine e al tempo stesso vede riflettere lo spazio davanti a Sè occupato dalla propria ombra insieme all’ombra dell’altra presenza.

Naturalmente la metafora da me inventata, e che può sembrare tratta da una favola del terrore, vuole indicare angosce che si risolvono, specialmente se ci si lavora un poco.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
__________________________________________

E tu come la pensi? Scrivimi un commento o una domanda sull'articolo...

Rispondi