Il transfert in psicoanalisi non è l’unico fattore psicoterapico

Dopo il 1885-6 Freud, reduce dalla Salpetriere di Parigi e dal grande medico, maestro del metodo ipnotico, Charcot, convinse Breuer a superare l’uso dello stesso metodo ipnotico, sostituendolo con quello catartico o abreativo per curare le severe patologie isteriche di quei tempi.

Quest’ultimo metodo consisteva nella cura del raccontarsi, talking cure, per consentire alle pazienti assai sofferenti, come nel celebre caso di Anna O, di aprirsi e liberarsi dei gravi sentimenti legati a eventi psichici per lo più connessi con la figura paterna.

Con la pubblicazione di Studi sull’isteria (1892-95) da parte di Breuer e Freud si evince una speciale relazione affettiva ambivalente, assai significativa che appariva inspiegabile e imbarazzante.

Ma Freud subito comprese la validità del metodo delle libere associazioni e gradatamente si accorse che certi sentimenti inconsci delle pazienti e dei pazienti rappresentavano delle trasposizioni di un passato assai significativo che oltre ad essere esplicitato, doveva in verità essere assimilato, cioè metabolizzato.

Freud si accorge che tra i bisogni più profondi, essendo inconsci non possono essere ricordati con uno sforzo di memoria, ma solo trasposti e rivissuti nella stessa figura del medico.

Il transfert comincia a operare nel momento in cui si arresta il processo di richiamo alla memoria.

Il transfert diventa un bisogno quasi compulsivo di ripetere e porta alla coazione a ripetere nella figura di chi si prende cura che appunto può utilizzare a fini curativi dei pazienti.

Sembrava a quei tempi che i pazienti sperimentassero una dissociazione tra la realtà del momento e quella del passato che veniva unificata e integrata nel qui ed ora nelle stesse emozioni verso lo psicoanalista.

Il transfert o traslazione era una scoperta eccezionale perché permetteva l’avvio ad un processo di appropriazione di Sé da parte dei pazienti costituiscono che consentiva una sorta di guarigione dalle loro principali sofferenze.

Il meccanismo del transfert che ricordiamo è utile solo perché è inconscio, non è il solo fattore psicoterapeutico che rende la psicoanalisi una notevole metodo di cura.

Non sempre il transfert viene verbalizzato dallo psicoanalista anche se ne è consapevole, ma usato a fini curativi e assai utili per chi è in cura.

Il setting analitico che crea un’atmosfera particolare costituita da tenti elementi visibili e sensoriali, svolge una funzione contenitiva e assai libera tanto da permettere importanti elaborazioni.

L’ascolto a multiplo dello psicoanalista, il silenzio accogliente che allarga l’immaginazione, la chiarificazione dei vari contesti psichici che si sono intrecciati confusamente spesso nella mente dei pazienti contribuiscono alla cura e all’arricchimento del mondo psichico permettendo al soggetto di diventare più padrone in se stesso e in casa propria.

La psicoanalisi quindi non soltanto grazie alla scoperta del transfert, ma a contributi notevoli ottenuti grazie anche alla collaborazione di altre Scienze affini tra le quali le Neuroscienze,

si è avvantaggiata notevolmente dagli anni 40 sin ad oggi grazie al contributo di una moltitudine internazionale degli autori coinvolti.

La psicoanalisi non è oggi costituita da diversi indirizzi separati tra loro, ma è una sola scienza integrata da una letteratura vasta e corrisponde a tante conoscenze del mondo interno o interiore del soggetto in cura.

Le conoscenze psicoanalitiche includono il funzionamento delle psicodinamiche della corporeità, sebbene non in senso organicistico.

Si considera quasi improprio citare termini come psicosomatico o somatopsichico, solo perché sono in pratica due facce della stesa medaglia. Non esiste in assoluto lo psichico senza il somatico o il somatico senza lo psichico. Non esistono le emozioni e sentimenti senza i neurotrasmettitori. Il corpo sofferente non parla senza che vi siano componenti psichiche e viceversa.

Però molte persone chiedono se il transfert esiste al di fuori della cornice-laboratorio del setting psicoanalitico.

Certamente esiste la proiezione o meglio dire la identificazione proiettiva e la identificazione introiettiva.

La proiezione come meccanismo inconscio, a differenza del transfert non è utilizzabile come durante le sedute analitiche e non raccolgono dinamiche così profonde come nel transfert riferito a una figura come quella dell’analista.

Significa però che in tutte le relazioni umane i sentimenti e le emozioni si sviluppano grazie a contatti che si rispecchiano tra loro grazie identificazioni che introducono in sé parti dell’altro anche se per breve tempo e/o vengono proiettate nell’altro generando simpatia, antipatia, empatia, emozioni varie imitazioni, ecc

La bellezza dell’essere umano è offerta dall’interazione e comprensione dei sentimenti: spesso però la proiezione massiccia di certi sentimenti quali l’invidia distruttiva, la gelosia, la svalorizzazione di Sé e degli altri e porta alla paranoia e alla diffidenza e alla guerra.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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