Felicità. Come e quando?

Nel Disagio della Civiltà del 1929 Freud scrive che la felicità è difficile da raggiungere.

Gli uomini seguirebbero il principio del piacere, ma il principio di realtà riduce di molto il sentimento di felicità.

Inoltre inducendo l’Ego a maturare e a rafforzarsi, c’è sempre in noi un’istanza molto influente all’interno della nostra psiche con cui fare i conti: il Super-Ego.

Questi corrisponde a uno tra gli interlocutori morali più potenti perchè alimenta facilmente sentimenti di colpa, di punizione, di svilimento e poi di depressione anche grave ed è difficile ridurne la sua influenza, anche quando la ragione potrebbe ridimensionare in noi la sofferenza della colpa.

Il Super-Ego nella maggior parte de casi agisce a livello inconscio e, seppur viene spesso rimosso dall’Ego dell’essere umano al fine di non soffrire, continua a generare angoscia specie quando è sadico e punitivo.

La rimozione non ha a che fare con la repressione, che è un sentimento conscio che permette di reagire con successo: la repressione, per esempio durante una dittatura repressiva, induce l’uomo a ribellarsi e in tal modo abbattendola potrebbe recuperare la sua libertà.

La colpa inconscia non è dunque estirpabile dall’uomo perché non è un oggetto visibile e concreto, e così il Super-Ego lo mantiene impotente.

Freud non era quindi tanto ottimista verso la felicità come piacere. Il piacere illusorio si poteva cercare nelle droghe come la cocaina della quale lui stesso aveva avuto esperienza assai negativa.

Oggigiorno viviamo in un mondo eccitato che oscilla tra euforia e malinconia, tra indipendentismo e efficientismo, dove l’ottimismo inneggia a un futuro che appaga soltanto i bisogni del momento senza che la gente abbia sufficiente coscienza del cosa autenticamente si desidera.

Il desiderio è invece il risultato di una conoscenza di Sé più profonda e completa sul modo del proprio funzionare e quindi sia lecito per noi desiderare.

Vediamo che la gratitudine e solidarietà appaiono spesso sentimenti deboli, e anche confusi.

Sembra che la capacità di amare in modo costruttivo secondo il desiderio, e non in forza del bisogno urgente che spegne in un attimo ogni fame, sia ridotta in molta gente, nel senso che non raggiunge lo scopo di una soddisfazione costante.

La compulsione patologica sembra in molti casi essere appunto espressione dei nostri tempi!

Ora pensiamo alla felicità che deriva dall’attimo fuggente, al carpe diem del quì e d’ora (hic et nunc), durante il quale noi percepiamo di essere fortunati nel godere di una condizione di privilegio, di ricchezza interiore di fortuna di un guadagno aspettato, o non aspettato, ma che è stata spesso fraintesa.

Infatti, l’hic et nunc, il quì ed ora, non significano momenti di ricerca con l’unico fine di appagare bisogni immediati!

Per godere appieno del quì ed ora occorre aver raggiunto una sufficiente maturazione psichica che permette disinvoltura e spontaneità dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni e fiducia in noi stessi.

La felicità è un sentimento che implica e forse deriva da sicurezza e stabilità e un senso di relativa chiarezza nel nostro mondo interno e in noi stessi.

Mentre il sentimento positivo di buon umore riguarda uno stato costante dell’anima che dura un periodo prolungato nel tempo, cioè riguarda uno stato di benessere, di buona salute che ci fa sentire abbastanza padroni della nostra vita e del senso che ha per noi.

In realtà sperimentiamo un senso di riconoscimento e conferma della nostra identità, ossia del senso della nostra esistenza.

Dubitiamo di esserci guadagnati certi privilegi e così, di aver incontrato con fortuna certe persone e per questo, siamo stati riconosciuti e confermati da altri con un successo o attraverso una sorta di premio. Sentiamo di essere forse stati bravi e capaci, o forse solo molto fortunati?

E’ come se qualcuno ci proteggessre e avesse voluto essere generoso con noi!

Spesso la fortuna si rivela dopo aver vinto un concorso o per essere saliti sul palco del successo: abbiamo fatto bella figura quindi ci sentiamo amati, desiderati da qualcuno e in particolare riconosciuti nella nostra identità come qualcosa di nostro e di forte!

Da un punto di vista fisiologico, in medicina vengono usate alcune sostanze spesso già presenti in noi stessi, cioè neurormoni, che circolano nell’organismo, come la calcitonina, ossitocina, quercitina, la serotonina, le endorfine, la dopamina, l’acetilcolina, la noradrenalina: queste sostanze medicali possono rendere un senso di piacere e indirettamente di felicità, ma per poco tempo.

Sarebbe bene che tali sostanze, più che somministrate come farmaci dall’esterno, potessero circolare prodotte dal nostro stesso organismo in forza del nostro entusiasmo, delle nostre convinzioni e passioni, cioè in seguito ai nostri vissuti positivi riguardo a noi stessi.

I sentimenti di felicità invece non sono costanti, ma spesso oscillatori tra alto e basso, e si rivelano spesso solo stati di euforia subitanei  e non costanti.

L’emozione della felicità, è comunque un sentimento molto soggettivo e sappiamo che ciascun essere umano sia lieto in modo differente e  diverso.

Tante sono le felicità che esistono al mondo quante sono le persone che esistono sulla terra.

Ci sono infiniti modi d’amare.

Quel che si può fare per il futuro nella nostra società dovrebbe mirare nell’allenare i ragazzi nelle scuole a riconoscere e a esprimere le emozioni e i sentimenti. Riconoscere le passioni e le proprie motivazioni al fare, altrimenti non c’è divenire.

Si tratta di accendere luci nel buio di un mare oggi quasi-morto.

La motivazione insieme alla fiducia sono sentimenti che si rinforzano reciprocamente ed insegnano a tollerare le esperienze negative prevalendo su di loro.

L’espressione del ridere è dimostrato abbassare il tasso di sedimentazione, aumenta l’ossigenazione del sangue per questo l’organismo è più protetto dagli elementi nocivi.

Le pulsazioni del cuore aumentano la pressione del sangue ma poi le arterie si rilassano, causando la diminuzione delle pulsazioni e della pressione arteriosa stessa. La temperatura cutanea si alza perché la circolazione periferica del sangue è più veloce.

Il ridere quindi sembra avere un grande effetto positivo anche su alcuni problemi cardiovascolari e respiratori.

Poter ridere sembra un eccellente antidoto allo stress e può aiutare a rinforzare il sistema immunitario e quindi guarire prima dalle malattie.

Il medico Patch Adams ha passato già metà della sua vita negli Ospedali allo scopo di far ridere i pazienti, in particolare i bambini malati di cancro, e ha creato il metodo Patch che consiste nell’allenare altri medici a somministrare la cura del buon umore, trasformandosi in clown egli stesso.

I buoni rapporti umani vivaci, ricchi d’ironia e di simpatia sono rilassanti, divertenti e salutari.

Le osservazioni dei primi filosofi e medici greci come Ippocrate,  Epicuro e Esculapio avevano notato che il ridere migliora la qualità della vita purché sia collegato al senso dell’esistenza.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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