Il panico e la lunga adolescenza di alcuni giovani

Possiamo considerare che, dopo il periodo adolescenziale, tutti giovani sentano che il mondo degli adulti è per loro alle porte.

Normalmente il desiderio di farne parte è in primo piano nelle fantasie, nei pensieri e nei progetti dei diciottenni o ventenni, ma nella nostra epoca, e non solo in Italia, questi entusiasmi sembrano scemati e spesso denunciano il contrario dell’ottimismo.

I giovani sono preoccupati per la mancanza di prospettive concrete, e insieme a loro anche i parenti. Le aspettative sono scarse e la laurea, quando c’è, non sempre offre garanzie di aperture.

Comprendono che occorre non solo essere attrezzati, ma in particolare attenti allo scenario del mondo del lavoro: essere specializzati nei settori adatti, con diplomi, master, specializzazioni ad hoc, per poi accontentarsi di obiettivi modesti, medi. In seguito forse è adito per loro sperare di incontrare opportunità che a livelli diversi potrebbero avvicinare agli obiettivi desiderati.

Ma quali sono i desideri?

I genitori non sanno cosa suggerire: propongono alternative dopo aver interrogato i figli su cosa desiderano, i quali ignari e disorientati non sono convinti di nulla, suggerendo diplomi e lauree che immaginano vincenti, ma che non incontrano le inclinazioni dei figli.

Inoltre, come si sa, gli studi costano e le proverbiali risorse dei genitori, specialmente italiani che nel tempo hanno risparmiato, non bastano più.

Oltre queste premesse ciò che ci interessa è comprendere alcune crisi psicologiche della tarda adolescenza che mettono in ansia gli adulti e che non trovano facilmente una soluzione nei giovani.

Entrare nel mondo degli adulti significa metaforicamente atterrare in un palcoscenico del teatro della vita adulta.

Significa diventare attori, non solo bravi, preparati accademicamente, ma anche muniti di quella dose di abilità artistica che non è facile sentirsi addosso.

Il mondo adulto spaventa i giovani per tutto quello che la società insieme alla politica paventano.

Inoltre il background familiare ha influenzato i fanciulli, e si sa che qualche debolezza degli allora giovani genitori può essere stata normalmente assorbita e essersi infiltrata nei figli.

Alcuni giovani dopo essersi laureati, non avendo più guide scolastiche, si sentono senza binari e invece messi alla prova nel recitare da protagonisti un copione mai appreso nel palcoscenico della realtà.

Se si sono laureati, si trovano ad una età non tanto adolescenziale, quanto assai matura, forse trent’anni.

Il senso di responsabilità spesso gioca a loro sfavore, perché tra colpa di essere di peso alla famiglia e incapacità di gestire i propri desideri, si sentono tra le forche caudine.

La pressione di queste due forze, il senso di colpa verso i genitori e vergogna sociale e necessità di entrare nel mondo del lavoro per essere indipendenti, generano una crisi che spesso sfocia nell’angoscia e nel vero panico.

Quando c’è il panico, si manifestano anche crisi dissociative e di identità.

Alcuni di questi giovani hanno avuto una carriera scolastica normale e anche brillante, grazie al clima familiare che, sebbene avrebbe potuto essere stato anche conflittuale, avrebbe ugualmente offerto sicurezza,  unito anche al clima della scuola dove il dover essere forse funzionava da indicazione del fare.

Qualora il percorso è stato brillante il meccanismo di difesa atto a rafforzare la propria identità è apparso come narcisistico e cioè mirare a essere perfetti.

In età adulta tale meccanismo non aiuta i giovani quando incontrano il contatto con l’imperfezione che nella variata posizione, la realtà fa scoprire.

La delusione di non essere perfetti si svela come un crollo del Self, cioè di non valere nulla e porta a un senso di completo deprezzamento della propria immagine.

I giovani in tal caso vivono un senso di disperazione e puntano i piedi verso il divenire e l’avvenire.

I meccanismi di difesa dell’Ego sono utili al fine di avviarsi gradatamente nel palcoscenico nel quale i giovani sentono di salire.

Si organizzano in tal modo nel fronteggiare gli sguardi del giudizio severo che derivano dalla proiezione all’esterno degli interlocutori interiorizzati dei padri o degli insegnanti in genere, ma se le difese sono abusate, prima o poi decadono.

Questi ragazzi si trovano a viversi nudi nel palcoscenico senza saper recitare alcun copione, nemmeno quel copione che potevano imitare nella scuola come bravi e intelligenti.

Come aiutare?

Occorre intanto potere ascoltare.

Penso che occorra aiutare a diminuire la pressione che ingorga il Self e impedire metaforicamente che si affoghi.

Un sentito spazio di libertà, forse permette di re-impadronirsi dei propri desideri e ri-attivare il percorso.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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