Aiuto psicologico ai medici e personale sanitario (i nostri eroi del coronavirus)

Il personale sanitario è stanco stressato per il super lavoro che, in genere, si aggira a circa 12 ore al giorno.

I casi che giungono in Ospedale sono da diagnosticare con vari metodi, inclusa tac, biopsie e poi via alla cura spesso disperata.

L’ansia che si aggira nell’ambiente è alta e complicata dal fatto che spesso non ci sono strumenti di cura sufficienti, quali ventilatori polmonari, strumenti per intubazione orotracheale, ossigeno, mascherine, guanti e altro materiale medicale.

La stessa vita dello staff è a rischio perché il contagio è relativamente facile, nonostante si crei una distanza minimale tra pazienti e sanitari.

Quel che angoscia di più è il clima psicologico. La frenesia di salvare vite in pronto soccorso, durante le terapie intensive, genera nel tempo un logoramento, di chi è in prima linea, che è preoccupante.

Certo che i medici più esperti reggono lo stress meglio più dei giovani, quelli che si apprestano, pur avendo imparato le tecniche per salvare i pazienti, quelli con l’apparato respiratorio compromesso.

Per fortuna, nuovi medici si accingono a gestire pazienti ordinari che necessitano di cure come sempre è stato.

Il logorio nel vedere i reparti di pneumologia sempre più allargati, pieni di corpi inerti, è devastante. Si vedono pazienti che con gli occhi chiedono di essere strappati alla morte, avendo quasi per certo la consapevolezza che sono condannati a desistere.

Alcuni sono in grado di proferire qualche stentata parola, altri si esprimono solo con gli occhi e con le mani e con le espressioni di un volto a metà, perché intubato.

I medici e gli infermieri fanno del loro meglio ma sono impotenti, angosciati alla vista e altrettanto coscienti di un divenire fatale, non sanno come reggere e trovare la forza di fare il possibile.

Certo è un clima di guerra che assomiglia a quando nelle tende della croce rossa sopraggiungevano feriti gravi che richiedevano veloci interventi chirurgici e tamponamenti e rapide suturazioni.

Ciò che appare è un clima mortifero che, specie al personale più giovane, ma anche a quello più maturo, devasta gli animi.

Come aiutare psichicamente il personale medico e paramedico?

Pensiamo al clima dei vari reparti ospedalieri che appare come un ambiente indifferenziato tra pazienti e medici. Sono tutti nella stessa barca, in realtà in modo indistinto. La sofferenza per guadagnare la vita è distribuita in modo equo, per dire non dire in modo simile.

Il clima è troppo condizionante e permeante tutti i presenti, dato che l’identificazione introiettiva e proiettiva del personale con i pazienti è massima: non ci sono spazi psichici effettivi per ritirarsi e respirare un’atmosfera normale. Uscire per prendere un caffè o altro non basta più in clima di emergenza.

Si tratta di convivere in un unico ambiente dove predomina il senso di morte che è semiatteso da tutti, pur cercando tutti di salvarsi.

In condizioni normali, i sanitari sentono distintamente di essere ed esistere dalla parte di chi li protegge e di poter usare gli strumenti di medicina, avendo uno spazio di manovra tra sé e i pazienti quella che consente scelte sicure e serene. Nella normalità, solo in alcuni casi, l’emergenza può mettere l’equipe in crisi.

In situazioni attuali invece, i pazienti soffrono della stessa malattia di chi li cura, tanto è l’identificazione con loro e viceversa.

Alle cure si richiedono le stesse faticose procedure che fanno dei medici e paramedici quasi degli automi, robot senza libertà di scelta nell’applicare forzosi interventi e troppi casi senza speranza.

Tale logorio determina attorno a sé un senso apocalittico, dove andare avanti è necessità, ma sembra surreale, perché si perde il senso del soggetto e dell’oggetto, cioè si perde il senso della relatività rispetto al tutto.

La cura psicologica dovrebbe essere finalizzata a ridurre lo stress accumulato in alcuni medici e infermiere/i,  proprio quelli che percepiscono tale stato di indifferenziazione che annulla gradatamente le forze, al di là della stessa stanchezza fisica.

Si tratterebbe di dare il cambio, se possibile, a chi ha lavorato strenuamente e di formare gruppi di ascolto condotto da psicoterapeuti esperti.

I dottori esperti dovrebbero ascoltare con attenzione in gruppo i racconti del personale sanitario, sapendo interpretare e dare il nome giusto alle sensazioni espresse al fine di elaborarle.

In altre parole, si tratta di aiutare a distinguere sensazioni e fantasie predominanti, fantasmi inconsci che sono vissuti come un tutto inglobante dalle sensazioni normali e umane e riportandole alla relatività singola degli eventi.

La con-fusione che regna, soprattutto nei medici meno esperti per dovuta età, richiede laddove si evidenzia tempi di cura adeguati.

Per alcuni sanitari forse bastano tempi di riposo, per altri è necessario comprendere  lo stato invadente di angoscia descritto.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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