Cosa imparare dalla pandemia di peste del 1340

La Peste Nera si diffuse a causa del batterio yersinia pestis in tutta Europa, fra il 1347 e il 1352, e determinò nella storia un vero e proprio crollo demografico, forese il più grande: gli studiosi calcolarono più di 30 milioni di vittime, su una popolazione di circa 90 milioni di abitanti nel mondo conosciuto.

La peste, inoltre, non scomparve dopo quegli anni e tornò a diffondersi ciclicamente ogni dieci-quindici anni, in focolai spesso diversi rimanendo comunque endemica sino ai primi anni del 1700.

Responsabile della peste era (ed è) infatti un bacillo dal nome Yersinia pestis (dal nome del medico francese Alexandre Yersin che nel 1894 lo scoprì) parassita del topo. Annidiate nella pelliccia dei topi c’erano le pulci. Le pulci si infettavano succhiando il sangue del topo malato, e successivamente, le pulci infettate, trasmettevano il bacillo all’uomo che a quei tempi percorreva migliaia di chilometri nella stiva di una nave o tra i bagagli di una carovana.

La peste si diffondeva allora perché, una volta preso piede, il bacillo si propagava da uomo a uomo, attraverso la saliva: bastava uno starnuto di chi aveva in incubazione la malattia perché milioni di bacilli venissero liberati nell’aria, pronti a infettare tanti corpi attraverso le vie respiratorie.

La peste nera continua ancora oggi ad esistere nei luoghi meno sviluppati del pianeta e miete ancora vittime, laddove la cura antibiotica non riesce ad intervenire in tempo sul batterio.

Il mondo cattolico e cristiano considerò a quei tempi il contagio un castigo di Dio, ma inconsapevolmente la Chiesa diede una mano alla diffusione attraverso le frequenti processioni, infettando migliaia di fedeli e peggiorando la situazione mortifera.

La mancanza di conoscenza minima scientifica del male portava solo terrore e disperazione nella gente, la quale fuggiva e inorridiva dando luogo a manifestazioni rituali di esorcismo.

Non si sapeva cosa fosse la cura della distanza sociale, per cui pochi si sarebbero salvati soltanto in virtù del lor sistema immunitario capace di reagire favorevolmente.

L’alimentazione nel primo Medio Evo era molto povera e in particolare si suppone che il sistema immunitario della gente fosse già molto impegnato a tenere a bada una quantità enorme di germi, sia per la scarsa igiene, sia per i cibi spesso infetti.

Le persone che cadevano erano numerosissime laddove la peste era presente, ma molte di questa gente per lo più guariva.

Le persone che si salvavano erano piuttosto persone giovani, sebbene gli storici abbiano testimoniato che anche casi di morti a giovane età. Si suppone che il sistema immunitario funzionasse con difese specifiche e diverse in ogni soggetto.

Persone deboli potevano guarire ugualmente perché la specificità dei loro linfociti riusciva dopo tutto a vincere il batterio. Come ipotesi si pensò che molti giovani morissero perché, nonostante il sistema immunitario fosse integro, la reazione di questo all’intruso potesse addirittura rinforzarsi troppo e, unendosi anche alla forte corrente delle citochine, avesse potuto danneggiare irrimediabilmente i tessuti polmonari, devastandoli.

Con il tempo anche dopo il 1500, comportamenti isterici si diffusero in tutta Europa, dalla Germania alla Francia e più tardi in Spagna e Portogallo, dove i flagellanti, di cui ancora c’è una minima traccia, uscivano in lunghi cortei e si flagellavano la carne a sangue invocando il perdono e la grazia di Dio.

In quegli anni, oltre alla pestilenza, circolava la lebbra, e, anche se circoscritta, i lebbrosi venivano accusati di essere untori e quindi venivano uccisi.

A Barcellona e Strasburgo vi fu, tanto per cambiare, la persecuzione degli ebrei.

Questo popolo era considerato diverso per il modo di mangiare consono ai loro rituali religiosi ebraici, e quindi erano considerati eretici divenendo quindi il capro espiatorio del male: si calcola che 2000 corpi vennero arsi sul rogo, perchè sospettati di aver diffuso la peste.

Persino papa Clemente VI, ricordando che anche gli ebrei morivano di peste, cercava di controllare i cristiani più sanguinosi.

Come si propagò storicamente?

La Peste Nera del Trecento è probabile che abbia avuto origine da un focolaio permanente (oggi in letargo) di peste, situato ai piedi dell’Himalaya. Qui il bacillo trovò condizioni climatiche e biologiche ideali, che gli consentirono d’impiantarsi stabilmente nelle colonie di roditori che popolavano la regione, nella quale passavano le carovane della Via della Seta.

Dall’Himalaya la peste fu portata in Cina (dove è attestata nel 1331) dalle lunghe carovane dei mercanti. In pochi anni la popolazione dell’Impero cinese crollò da 125 milioni di persone a 90 milioni. Sempre al seguito di mercanti, la peste raggiunse la colonia genovese di Caffa in Crimea (1346).

Dalla colonia genovese di Caffa in Crimea, sulle navi genovesi, l’anno dopo l’infezione passò al porto della città di Messina: la pestilenza contagiò tutta l’isola siciliana sino alla Calabria.

Nella primavera del 1348 la peste si diffuse ad Amalfi e Napoli.

Dalla Sicilia la peste si diffuse poi a Tunisi, in Sardegna e sull’isola d’Elba.

Nel gennaio 1348 le galere genovesi, facendo scalo nei porti di Pisa e Genova, aprirono una nuovo via di contagio: la peste si diffuse in tutta l’Italia del Nord. Contestualmente, anche Venezia ne fu colpita attraverso la Dalmazia. Poi dilagò in Francia e Spagna, mentre nel 1349 giunse in Inghilterra. Successivamente il contagio si sviluppò in Olanda, Svizzera, Germania, Austria e Ungheria. A metà del 1349 contagiò la Scandinavia, dal 1350 al 1352 la peste imperò in Svezia e in Russia.

I topi si riproducono velocemente e questa moltiplicazione è la ragione della vasta diffusione delle pulci e della peste in tutta Europa. Bisogna dire che l’Europa a metà del 1300 era molto sporca e già visitata ampiamente da topi e pulci. La gente anche nelle città viveva nel fango a contatto con animali e sterco.

La medicina del tempo non possedeva gli strumenti per combattere la malattia: si riteneva che la peste fosse provocata da una cattiva congiunzione degli astri che generavano un’aria cattiva.

Per questa ragione era consigliato di rifugiarsi in campagna, lontano dall’affollamento delle città, come ci racconta Boccaccio nel Decameron [1].

Le cure contavano sul salasso [2], sul chiudersi in casa al riparo dai venti carichi di maligni, e respirare invece i profumi della natura.

Si pensava inoltre che, bruciando legna umida, il gran fumo che si elevava nell’aria potesse allontanare la pestilenza.

Tante credenze e tanti riti e suggestioni: punizioni divine, sacrifici con il sangue, ma non igiene e distanza sociale e tanto meno studi di laboratorio sulle cellule… non si conosceva il sistema immunitario, che era anzi immaginato come forza esistente premiata da Dio e dal destino.

La peste dell’antica Roma di Traiano 98-117 d.c. (più di mille anni prima), di cui tratteremo, era senz’altro gestita meglio. Tutto ciò spiega l’endemicità sino al 18° secolo.

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[1] nel Decameron giovani fiorentini si radunano nelle campagne di Fiesole, fuori Firenze, e si raccontano secondo l’usanza del tempo cent’una novelle per ingannare la noia e il virus che mieteva vittime in città.

[2] Si alleggerivano i pazienti di una buona quantità di sangue, pensando di togliere al paziente umori cattivi e velenosi per purificarlo. Naturalmente il paziente era indebolito e le sue capacità di guarire erano diminuite.

Forse solo la pressione arteriosa poteva diminuire nel caso però che fosse troppo alta: nel caso inverso invece sarebbe collassato.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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