Mangio quando ho fame

Uno dei principali stimoli che il corpo riceve è quello della fame. L’ormone che trasmette l’appetito è denominato grelina ed è prodotto nel pancreas e nel rivestimento dello stomaco. La fame si segnala con contrazioni allo stomaco che indicano che c’è bisogno di energie. Circa 20 minuti dopo il pasto compare il senso di sazietà.

Se si mangia lentamente si ha il tempo di accorgersi di non aver più bisogno di mangiare, se invece si divora il cibo in fretta, si può mangiare troppo senza accorgersene.

Meglio non rimandare la fame e spizzicare cibo con aperitivi, a meno che non si tratti di fare tanti piccoli pasti invece di un pasto unico. L’abitudine di dividere in diversi pasti, però sani, soddisfa all’istante e fa passare il grande appetito. Le mamma e le nonne da bambini ci dicevano sempre, quando  tornavamo da scuola, non mangiare il pane che dopo ti passa la fame! Oggi forse da adulti abbiamo bisogno di questo.

Inoltre, se attendiamo troppo tempo dopo aver sentito fame possiamo avere un calo di glucosio nel sangue e anche giramenti di testa: il diabete a lungo andare, si pone alle nostre porte.

Cosa dice il nutrizionista?

Solo se non si mangia troppo, sarebbe meglio mangiare tre volte al giorno, metodicamente: breakfast, lunch e dinner… più gli spuntini che interrompono la fame.

A quali orari? Naturalmente in base al piacere e bisogno del nostro organismo.

Difficile da pensare, perchè al mattino ad esempio gli impegni possono anticipare la colazione alle 6, come alle 8, molto prima o anche dopo…

E’ chiaro che queste ore possono essere interrotte da spuntini vari dei quali però é bene ricordarsi al lunch il quale potrebbe essere immaginato mediamente alle 12.30.

La sera il dinner di conseguenza potrebbe essere alle 19.30. Anche in questo caso è bene ricordarsi se c’è stata una piccola merenda in mezzo al pomeriggio.

Mangiare a orari abbastanza fissi sarebbe buona norma, purché sia impostata la propria dieta essendo in ascolto degli stimoli fame/sazietà e comunque controllare ciò che lentamente si sta mangiando.

Alcune persone si regolano molto bene perché, appunto, ascoltano in se stessi la presenza e l’assenza di cibo nello stomaco se è in eccesso o invece troppo scarso.

Altre persone sono più golose o anoressiche e qualche volta avrebbero bisogno di consultare il nutrizionista per una dieta adatta e misurata sui reali bisogni.

Molta gente ignora i segnali di fame, di sete che il corpo ci invia, tanto che non vengono più ascoltati.

Perché?

Mangiare è omologato a sensazioni del corpo che stimolano piacere e insofferenza di per sé e che intervengono in momenti indipendenti dal bisogno fisiologico e dalla soddisfazione che sta nell’atto di mangiare.

Epicuro, filosofo e medico greco, nel 300 A.C., aveva fondato una dottrina secondo la quale il fine dell’azione umana è dato dal piacere.

Mangiare è certamente anche un piacere, ma non si dovrebbe mangiare solo associando il cibo alla gratificazione intesa come opposizione alla frustrazione.

Da un punto di vista psicologico il piacere di mangiare è diventato per qualcuno due capsule nelle quali sono racchiuse sapore e quantità di cibo: alcuni considerano senza accorgersene quel cibo come una pillola che stimola il sonno, che eccita a essere svegli a sentire un buon umore e altri stati del corpo. A volte si assume una capsula e a volte l’altra, la quantità.

Si tratta di un cibo che é avulso dalla coscienza separatamente da quel che è in realtà.

In altre parole, il cibo è per alcuni un prodotto spesso già confezionato e pronto all’uso che serve a gestire lo stato psicologico di Sé.

Il cibo in realtà è un prodotto dell’agricoltura e naturalmente prima di giungere a noi ha passato un percorso. Sarebbe bene che tutti noi ce ne ricordassimo nel senso che dovremmo avere in mente che quel cibo viene dalla terra, da animali, da pesci che nuotano nell’acqua del mare, del lago o del fiume.

L’opzione di mangiare quei prodotti è nostra. Non intendo parlare delle scelta che ciascuno di noi trova nel sano diritto di mangiare quel che mangiamo, ma di tener presente che il prodotto è qualcosa di finale dopo un lungo processo anche di commercializzazione.

Penso che la coscienza di ciò ci permetta con il tempo, in modo tanto automatico quanto spontaneo, il considerare che il cibo è qualcosa di vivente e fa parte di noi e non è una pillola per austronauti.

Il cibo ingerito senza un contatto con le sue origini può diventare per noi un cibo spazzatura che si ingurgita a tutte le ore in base a una presunta fame che magari non è fisiologica, ma viene creata dal bisogno di riempire lo stomaco di dolce o di altro.

Quando l’alimento è stato trasformato, manipolato, cotto o precotto, assomiglia di più all’uso che si fa di una pillola per dormire anche se il sapore è gradito.

Conoscere la provenienza del cibo ci aiuta a sentirlo come nostro, ad apprezzarlo nella sua natura vitale e a rispettarlo nelle quantità da ingerire.

L’alimentazione attraverso i vari pasti non dovrebbe essere un’azione tanto cieca quanto astratta e passiva, né il cibo dovrebbe essere qualcosa di sconosciuto, una cosa misteriosa che deriva dall’estero come se fosse  un altro pianeta.

Mi sembra che i turisti, che si immagina abbiano tempo libero per visitare le città, si fermino a mangiare qualunque cibo fritto di cui non conosce niente.

Ma molti cittadini acritici al supermercato sono dipendenti dall’apparenza. Molti comprano e mangiano la confezione prima che quel che c’è dentro!!!

Gli industriali dell’alimentazione sono riusciti a persuadere milioni di consumatori a preferire alimenti già pronti.

Noi tutti rischiamo di dipendere dal cibo allo stesso modo dei polli nelle batterie di allevamento, perché il cibo è proposto sempre più come in scatola tanto già cucinato e rapido da inghiottire.

Rischiamo appunto di perdere la forma, il colore, l’odore di come è originariamente in natura.

Qualcuno è portato a chiedersi: perché masticarlo? Meglio se lo ingurgitiamo o beviamo un certo prodotto, non è meglio? Si fa meno fatica!

Nessuno tra queste persone coinvolte nel sistema consumistico si ricorda che l’atto del mangiare sarebbe un comportamento che dovrebbe risalire al momento in cui qualcuno coglie la verdura dalla terra, la frutta dagli alberi, l’olio dalla spremitura delle olive, ecc..

Penso che l’atto della spesa sia un primo inizio per conoscere da dove viene il cibo e mettersi in contatto con questo…

Tornare a casa e aprire una busta di patatine fritte, mangiarsi un paio di yogurt, un pezzo di pizza scongelata, una fetta di panettone, magari bersi una birra, non significa non aver mangiato nulla!

Spesso si mangia in fretta per urgente bisogno di riempire in fretta lo stomaco.

Un certo rituale non fa male, fa bene al contatto con noi stessi attraverso il cibo.

In questo periodo di “stare casa” si può riconsiderare l‘atto del mangiare con più ritualità, rispetto a cosa comprare, da dove viene, come cucinare, cosa mangiare con calma e… buon appetito!

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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