Assurda l’idea di discriminare la sofferenza psicologica da quella del corpo degli anziani.

Il Governo si appresta a varare oculate ordinanze per Maggio 2020 con l’intento di riaprire a scaglioni le porte di casa ai cittadini. Il fine è quello di far ripartire l’economia ormai molto disastrata.

Si pensa a un criterio che differenzia le Regioni in base al numero di cittadini positivi al virus che dovrebbero avvicinarsi allo zero.

Si considerano, oltre che la moria delle persone che dovrebbe anche questo avvicinarsi allo zero, i posti disponibili alla terapia di urgenza in Ospedale, che dovrebbe comunque essere ampio.

Poi si considerano i bisogni di ripresa economica in base alle aziende e filiali che sono pronte a riaprire con l’organizzazione degli spazi opportuni affinché mantengano la distanza sociale.

In media i lavoratori bisognosi di lavorare, anche per sopravvivere, hanno un’età variabile da 18 ai 65 anni.

E gli anziani, cioè coloro che hanno superato quell’età? Debbono continuare a stare a casa?

Vengono appellati con il nome di nonni come se fossero ormai rimbambiti, poco importanti alla società perché non farebbero parte del processo produttivo del Paese.

I nonni servirebbero a tenere i figli dei figli buoni a casa giocando con loro, aiutandoli a fare i compiti o raccontando lo favole se sono più piccoli.

Vergogna!!!

Si tratta di vergognosa discriminazione sociale!

Stiamo parlando di salute sociale o di solo processo produttivo economico?

A parte il fatto che gli anziani, salvo che non parliamo di persone seriamente malate, oppure non indipendenti che siano costretti loro stessi a non muoversi da casa, gli altri possono essere particolarmente attivi.

Alcuni è vero che non camminano, ma stanno a letto o in sedie a rotelle seguiti da badanti o sono ricoverati in a casa di cura dove vengono assistiti e prendono una boccata d’aria nei giardini delle case di cura.

Ma gli altri sono coloro che con queste lunghe quarantene di “stai a casa” soffrono di più.

Con il servizio volontario della Società di Psicoterapia Psicoanalitica, attivo da diverse settimane, ho ascoltato molti di questi anziani che hanno telefonato in serie condizioni psichiche di sofferenza, riferendo anche dei loro amici e coetanei.

Molti cosi detti anziani stanno male!!  Già ne ho già accennato nel blog, ma alcuni fanno i conti con gli anni che hanno ancora da vivere e si fanno una prognosi già di per sé triste, ma spesso realistica. Rimanere chiusi a casa, senza camminare all’aria aperta, liberamente, significa nel loro vissuto, non uscire più, cioè morire.

Per gli anziani il senso del tempo, che è già limitato, si dilata psicologicamente non nel futuro ma in un presente imminente che annuncia la loro fine.

La salute del corpo ne risente: è noto che il distress, l’ansia incontenibile di certi anziani, l’angoscia claustrofobica, il panico, l’insonnia, la pressione arteriosa elevata, giramenti di testa, l’ipertensione arteriosa o l’ipotensione, l’inappetenza, lo scarso movimento, generano, nonostante i farmaci di presidio, disturbi cardiovascolari, aritmie e ancora peggio.

Perché la Sanità sembra ignorare questo?

In particolare gli anziani hanno bisogno di sentirsi liberi da spazi oppressivi e di riprendere la loro vita che per alcuni di loro era prima del lockdown, attiva, energica ricca di stimoli.

Vediamo che i nostri medici, quelli che ci hanno salvato nei vari ospedali, non sono proprio dei ragazzini? E nemmeno tutti i politici che ci governano sono giovanissimi, stessa cosa per gli esperti giornalisti che appaiono in TV?!

Sembrano anziani anche loro, eppure sembra che siano utili alla Società?

Bisogna avere molto potere in questo mondo consumistico per avere il privilegio di sopravvivere, nonostante gli anni cresciuti.

E l’esperienza di chi ha vissuto di più, se ne va alle ortiche?

Il mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte, sembra che nella società dei consumi sia prevalente.

Già Max Weber nel 1919 scriveva: … a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, oggi gli uomini non muoiono più sazi della loro vita, ma semplicemente stanchi.

Il corpo, dice il filosofo Umberto Galimberti, invece di essere veicolo per essere al mondo, diventa un ostacolo da superare per continuare a essere al mondo, perché la vecchiaia trasforma il corpo da soggetto di intenzioni a oggetto d’attenzione. Siccome è difficile identificarsi con un vecchio, l’affettività diviene falsa e convenzionale.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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