La solitudine, convivere con se stessi

Mi chiamo Emma, ho 22 anni, i conoscenti di mia madre dicono di vedermi molto carina e graziosa. Studio Farmacia all’Università di Milano, non so ancora se per mia scelta.

Il punto è che mi sento sola in maniera insopportabile. In Agosto mia madre, con la quale vivo e che è separata da mio padre, è andata in Sicilia a trovare alcuni suoi parenti ed io non ho voluto andare con lei: noi due litighiamo spesso, io mi lamento per il mio stato di umore come se la accusassi, non so di cosa, ma so che lei non è tanto responsabile di eventuali mie accuse… sono io che non mi piaccio, anzi mi detesto, e poi mi annoio a morte. Non mi seno di accusare nemmeno mio padre, sebbene potrebbe farsi vivo più spesso…

Mia madre mi dice che non mi manca nulla per essere tranquilla e cosi anche i miei amici mi ribadiscono, seppur superficialmente, ciò che vedono in positivo in me. Frequento tutte le amiche con insofferenza: mi ritiro spesso per stare da sola e poi non mi sopporto e cerco di nuovo la compagnia. Sono altalenante. Aiuto!

Risposta

Mi sembra che lei Emma non sopporti poco la compagnia di se stessa. Non so dirle ovviamente perché, ma certamente ci sono dei motivi dei quali lei non parla nella lettera che mi ha inviato e che non può riconoscere bene in se stessa.

La nostra mente è gruppale, come dice lo psicoanalista W. Bion., e ciò significa che noi tutti incontriamo all’inizio delle nostre esperienze passate figure primarie (genitori), persone che diventano personaggi interiorizzati, interlocutori ai quali ci rivolgiamo con il tu o con il lei.

I contatti primari, sensoriali umani e i vari incontri all’inizio della vita sono brevi o possono accompagnarci per molto tempo: le emozioni che sono sorte in noi in seguito a queste esperienze di incontro nel tempo si assimilano e poi si rimpastano tra loro, poi si aggiustano aggregandosi con il tempo e si stabilizzano in alcune unità che si contraddistinguono con un certo colore emotivo.

Tutte le nostre principali emozioni sono presenti ad una certa età adulta sotto forma di queste unità colorate emotive: bontà e cattiveria, colpa e vergogna, piacere e dolore psichico, rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, attesa, disgusto e accettazione. Ma poi aggressività, fuga, rammarico, nostalgia, tristezza, noia, ecc..

Direi che ogni emozione colorata sia il corrispondente di in un interlocutore, un personaggio con il quale si traduce e che ci parla dentro di noi agendo a livello inconscio; il favolista Collodi intuì, quasi cosciente del teatro psichico delle emozioni, quanto nel suo Pinocchio trovò opportuno inventare il grillo parlante al fine di  risvegliare la coscienza assopita del burattino tramite un personaggio grottesco, ma capace di interloquire con lui quasi fosse a lui familiare come a tutti i ragazzi.

Da un punto di vista neurologico l’emisfero destro del nostro cervello rappresenta l’area del funzionamento emotivo degli affetti e sentimenti che lavora seppur connesso con l’emisfero sinistro, invece predisposto alle operazioni cognitive.

Il sistema prefrontale limbico nella neo-corteccia, che include amigdala, ipotalamo, cingolo, attiva i neuro-trasmettitori che supportano le emozioni a livello psicosomatico, per esempio l’acetilcolina, la serotonina, la dopamina, la noradrenalina, il cortisolo, ecc..

Come dicevo, Emma, non sono in grado di comprendere perché lei stessa non sopporti di stare in propria compagnia anche per breve tempo. Stare soli infatti significa avere un buon, o per lo meno decente, rapporto con i propri interlocutori interiori.

Se lei stessa si detesta, inevitabilmente finisce per soffrire, specialmente se non c’è qualcuno vicino a lei che sa comprenderla profondamente e che in sua compagnia le doni un affetto incondizionato, forte e convincente tanto da rapirla come in un bel sogno.

Ma se lei continuasse a sognare, come forse le accadeva un tempo da bambina, aspetterebbe sempre un principe azzurro che dovrebbe svegliarla come nella favola di Biancaneve.

Temo che non risolverebbe nulla e andrebbe incontro a continue disillusioni e sofferenze.

Occorre squarciare il velo di Maia falsamente protettivo e diventare attivi verso il mondo, sapendo godere delle proprie conquiste di libertà. Questo percorso diventa più possibile con un aiuto professionale.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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