L’elemosina in questi tempi nelle città e l’accattonaggio

In questi giorni camminando nelle strade della città verifico che è veramente difficile non incontrare persone che chiedono l’elemosina.

Personalmente metto in tasca alcune monete che prevedo saranno utili per non estrare il portafoglio e consegnare ad alcuni richiedenti un piccolo contributo di denaro.

Confesso che questa operazione delle monete corrisponde anche a un atto che consiste nel guadagnarmi la strada che percorro per raggiungere i luoghi delle mie missioni che compio a piedi, per esempio andare al supermercato o altro.

In realtà in questi mesi incontro tante persone, spesso si indovina che sono da poco immigrate, magari con mezzi di fortuna che tutti conosciamo e dei quali metodi si parla e si critica anche molto ovunque.

Spesso si tratta di un vero pedaggio per passare e anche di una gincana attraverso le vie strettamente del centro antico. Ci sono tanti negozi, mercati e supermercati di fronte ai quali i poveri stazionano. Alcuni di queste persone mi riconoscono e mi salutano caldamente perché anche immagino si aspettano di non essere delusi. Certo con alcuni penso di aver stabilito un’empatia e francamente mi dispiace quando ho terminato i soldi spicci e non so come fare.

Non offro un contributo a tutti per non sentirmi come San Martino!

No, certamente, son ben lontano da questo, ma come mi comporto?

Evito sempre i bambini e le donne perché immagino, forse con preconcetto, che siano sfruttati proprio impietosendo i passanti i quali pensano di vedere poveri innocenti che hanno fame. In altre parole, desidero non incrementare l’accattonaggio.

Spesso mi è capitato di vedere intere famiglie che occupavano angoli strategici del centro storico e che ho immaginato ricavare complessivamente un certo fatturato tra figli (più di due), moglie e capofamiglia.

Inoltre mi illudo di intuire quando chi fa la questua può essere un giovane che richiede per acquistare stupefacenti oppur alcol.

Penso che sia opportuno che queste persone si rivolgano a Centri istituzionali preposti alla cura della tossicodipendenza.

Ho sempre cercato comunque di rincuorarmi nell’evitare l’obolo dicendo a me stesso: non posso dare soldi a tutti!

Per gli altri poveri, pur non essendo prettamente cattolico, ho sempre pensato di offrire con gratitudine dei riceventi quel minimo che contribuisce a un sorriso, poiché mi sembra, guardando negli occhi del giovane che porge un berretto adatto a raccogliere l’offerta, di ristabilire in lui un senso di fiducia nel prossimo.

Molti di questi poveri sono clochard, senza tetto, i cosi detti homeless, che so che preferiscono la libertà di dormire la notte sotto i portici di Bologna come nel primo medioevo avveniva, perché scelgono quella che per loro risuona come libertà piuttosto che vivere nelle istituzioni che offrono sia cibo che alloggio per evitare l’accattonaggio.

Il punto è che oggi i mendicanti di strada sono talmente tanti che costituiscono una popolazione che non è più gestibile con l’elemosina. Non ci si può affezionare umanamente a qualcuno perché le repliche delle comparse per strada in tutto gli angoli e gli infratti sono troppi.

Questi poveri disperati anche a causa del coronavirus entrano con mascherine sporche nei negozi, nei panifici, nelle trattorie a richiedere insistentemente monete che preferiscono anche al cibo.

Il numero dei questuanti è tale che si è disorientati e il sentimento di generosità se ne va a pallino…

E voi invece? come vi comportate???

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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