di Roberto Pani, psicoanalista a Bologna
L’Artificial Intelligence rappresenta forse il più grande tentativo umano di estendere all’esterno della mente biologica alcune funzioni dell’intelligenza: memoria, calcolo, linguaggio, previsione, organizzazione dei dati, simulazione del ragionamento.
Ma la domanda più profonda non è soltanto tecnica. È psicologica e filosofica: una macchina immensamente potente può modificare il principio di realtà nella visione dell’uomo?
In psicoanalisi, a partire da Sigmund Freud, il principio di realtà è ciò che costringe l’essere umano a confrontarsi con il limite: il tempo, il corpo, la morte, l’attesa, la frustrazione, la differenza tra desiderio e possibilità concreta.
Il bambino vive inizialmente secondo il principio di piacere: desidera e immagina che il mondo debba rispondere immediatamente ai suoi bisogni. Crescendo, incontra il mondo reale che impone mediazioni, rinunce, pazienza da parte dell’Ego l’istanza simbolica che rappresenta il proprio esistere anche corporeo, l’essere protagonista del proprio vivere, agire, fare.
L’intelligenza artificiale rischia di introdurre qualcosa di nuovo: una realtà sempre più modellabile sui desideri immediati e urgenti dell’individuo.
Non soltanto informazioni istantanee, ma interlocutori permanenti, immagini generate su richiesta, simulazioni affettive, risposte continue, eliminazione progressiva dell’attesa e persino dell’incertezza che si contrappongono ai nostri interlocutori interni maturati con le varie esperienze empiriche .
In questo senso, l’AI potrebbe attenuare psicologicamente il principio di realtà, creando una specie di ambiente mentale adattivo che tende a confermare il soggetto invece di contraddirlo. Il reale viene così addolcito e l’essere umano potrebbe abituarsi a un mondo meno resistente, meno frustrante, più simile all’immaginazione che alla concretezza della vita reale.
Ma esiste anche il movimento opposto.
Paradossalmente, l’AI potrebbe rafforzare il principio di realtà mostrando all’uomo i propri limiti.
Più la macchina diventa efficiente nel linguaggio, nella memoria e nell’analisi, più emerge ciò che resta irriducibilmente umano: il dolore vissuto, la coscienza della morte, l’esperienza del corpo, l’amore, l’angoscia, il desiderio ambiguo, il conflitto interiore, la capacità simbolica profonda.
Una macchina può simulare empatia, ma non soffrire realmente.
Può descrivere la nostalgia, ma non provare la perdita.
Può imitare il pensiero umano, ma non vivere il dramma dell’esistenza.
Forse il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale distrugga il principio di realtà, ma che l’uomo stesso desideri sempre meno confrontarsi con la realtà quando può rifugiarsi in ambienti artificialmente rassicuranti, personalizzati e prevedibili, anche poi indirettamente e a poco a poco la percezione del reale sapendo che esiste Al può comunque modificarsi.
La questione allora non riguarda soltanto la tecnologia, ma la maturità psicologica della civiltà contemporanea.
Una società che tollera poco la frustrazione potrebbe usare l’AI come anestesia mentale.
Una società più consapevole potrebbe invece usarla come straordinario strumento culturale senza rinunciare alla complessità dell’esperienza umana.
Forse il principio di realtà non scomparirà.
Ma potrebbe diventare più fragile, più negoziabile, più facilmente evitabile.
Ed è proprio questo che rende l’epoca attuale psicologicamente così affascinante e inquieta?
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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