La fretta di chiudere gli occhi è uno dei tratti più caratteristici del nostro tempo. Molti giovani, ma anche persone non più giovani, sembrano preferire distogliere lo sguardo da una realtà che è diventata oggettivamente complessa, incerta e spesso inquietante. Viviamo in un’epoca in cui i cambiamenti sono rapidissimi, le certezze diminuiscono e le responsabilità individuali aumentano. Comprendere ciò che accade richiede attenzione, capacità critica e disponibilità a tollerare il dubbio. Eppure sembra prevalere il desiderio opposto: evitare la complessità.
Mi colpisce spesso un particolare apparentemente banale. Camminando per le strade di Bologna, dove vivo, ma lo stesso fenomeno si osserva ormai in quasi tutte le città, noto che molte persone, soprattutto giovani, proprio mentre attraversano la strada sulle strisce pedonali estraggono il telefono cellulare e concentrano completamente l’attenzione sullo schermo.
Naturalmente il Codice della Strada attribuisce al pedone il diritto di precedenza. È una conquista di civiltà che va rispettata. Tuttavia il buon senso suggerisce di mantenere comunque un minimo di attenzione verso ciò che ci circonda. Le norme giuridiche non eliminano gli errori umani, la distrazione, l’imprudenza o persino la malafede di alcuni automobilisti. La prudenza continua ad essere una forma di intelligenza.
Chi attraversa la strada guardando soltanto il telefono sembra invece affidarsi completamente alla protezione della norma. È come se dicesse inconsciamente: Io ho diritto di passare. Tu hai il dovere di fermarti. Non ho bisogno neppure di controllare ciò che accade, perché la responsabilità è interamente tua.
Naturalmente non tutti coloro che usano il cellulare sulle strisce condividono questo atteggiamento psicologico. Sarebbe una generalizzazione ingiusta. Tuttavia questo comportamento può diventare una efficace metafora della nostra epoca.
Sempre più spesso deleghiamo la nostra sicurezza a qualcosa di esterno: alle regole, alla tecnologia, alle istituzioni, agli algoritmi, alle assicurazioni, perfino all’intelligenza artificiale. Tutti strumenti preziosi, ma incapaci di sostituire completamente il giudizio personale e il principio di realtà.
La psicoanalisi insegna che l’essere umano tende spontaneamente ad evitare ciò che provoca ansia. È un meccanismo di difesa naturale. Quando però questo evitamento diventa abituale, la mente finisce per restringere progressivamente il proprio campo d’azione. Si evita prima una difficoltà, poi un’altra, poi tutte quelle che richiedono fatica, responsabilità o esposizione al rischio.
In questo modo il principio di realtà viene progressivamente sostituito dal principio del piacere immediato. Ci si orienta verso ciò che è facile, rassicurante, prevedibile. Si cerca continuamente la cosiddetta comfort zone, trasformandola da momento di riposo in uno stile di vita permanente.
Il problema è che la comfort zone produce un paradosso. Apparentemente protegge dall’ansia, ma nel lungo periodo la alimenta. Ogni situazione evitata diventa infatti sempre più difficile da affrontare. L’individuo perde fiducia nelle proprie capacità, si sente sempre più fragile e aumenta il bisogno di evitare nuove esperienze. Si crea così una vera e propria escalation del ritiro psicologico.
Questo fenomeno è osservabile in molti aspetti della vita contemporanea: nella difficoltà a tollerare la frustrazione, nella ricerca continua di gratificazioni immediate, nell’incapacità di attendere, nel bisogno costante di essere rassicurati e nella dipendenza dagli strumenti digitali, che offrono una realtà facilmente controllabile rispetto a quella concreta, inevitabilmente più imprevedibile.
Le conseguenze possono essere importanti. L‘isolamento, la passività, alcune forme di dipendenza, il rifugio nel mondo virtuale e, nei casi più gravi, l’abuso di sostanze rappresentano tentativi diversi di anestetizzare l’angoscia anziché comprenderla. In questo contesto desta particolare preoccupazione la diffusione di oppioidi sintetici estremamente potenti, come il fentanyl, capace di provocare dipendenze devastanti e di ridurre progressivamente la persona a una condizione di grave compromissione psicofisica.
La maturità psicologica nasce invece dalla capacità di sostenere la complessità senza negarla. Significa imparare a convivere con il dubbio, con il limite, con la possibilità dell’errore e perfino con la frustrazione. Freud parlava della necessità di sostituire il principio del piacere con il principio di realtà, non per rinunciare ai propri desideri, ma per renderli realizzabili. Solo chi accetta di vedere il mondo per quello che è può scegliere consapevolmente come viverlo.
Sono certo del fatto che la vera sfida educativa del nostro tempo non consista nell’offrire ai giovani un numero sempre maggiore di protezioni, ma nel trasmettere loro la fiducia di poter affrontare la realtà senza chiudere gli occhi. Guardare il traffico prima di attraversare una strada è un piccolo gesto. Ma, simbolicamente, significa molto di più: significa riconoscere che vivere richiede diritti, certamente, ma anche attenzione, responsabilità e partecipazione attiva alla realtà. Solo così la libertà diventa autentica e non una semplice illusione di sicurezza.
Roberto PaniSpecialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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