Perché gli animali domestici educano il cuore e la mente

Perché gli animali domestici educano il cuore e la mente

Una lettura psicoanalitica del rapporto tra bambino e animale

di Roberto Pani, psicoanalista a Bologna

Negli ultimi decenni, una quota sempre maggiore di famiglie italiane e occidentali ha accolto nella propria casa un animale domestico. Non si tratta soltanto di un cambiamento negli stili di vita, ma dell’espressione di un bisogno umano profondo: vivere relazioni affettive ricche, stabili e rassicuranti.

Cani, gatti e altri animali da compagnia non parlano con il linguaggio delle parole, ma possiedono una straordinaria capacità di comunicare attraverso il comportamento. Lo sguardo, la postura, la ricerca della vicinanza, il gioco, il contatto corporeo, l’attesa del ritorno del proprietario, l’abitudine alla separazione e alla perdita e perfino il silenzio comunicativo costituiscono un linguaggio emotivo di grande ricchezza. È una comunicazione che coinvolge direttamente il mondo affettivo, sopra tutto inconscio e che precede, sotto molti aspetti, il linguaggio verbale.

Da tempo la psicologia dello sviluppo, la pedagogia e le neuroscienze hanno evidenziato come la convivenza con un animale possa rappresentare una significativa esperienza educativa. Il bambino che cresce insieme a un animale non condivide soltanto gli spazi della casa, ma costruisce una relazione nella quale impara gradualmente il rispetto, la responsabilità e la cura di un altro essere vivente adeguandosi in modo relativo al carattere dell’altro in base alle risposte e alle reazioni emotive.

Dal punto di vista psicoanalitico, questo rapporto assume un significato ancora più profondo. L’animale rappresenta spesso il primo altro con cui il bambino sperimenta una relazione nella quale non prevalgono il giudizio, la competizione o la richiesta di prestazione, (do ut des, ti do affinché tu dia)

Si tratta di una relazione fondata sull’accettazione reciproca, sulla continuità affettiva e sulla prevedibilità dei comportamenti.

L’animale non valuta il bambino per i suoi successi scolastici, per la sua bellezza o per le sue capacità. Lo accoglie semplicemente per ciò che egli è. e da come si comporta.  Questa esperienza favorisce la costruzione di un senso di sicurezza interna e contribuisce allo sviluppo di un’immagine di Sé (Self) più stabile e fiduciosa.

Il bambino impara progressivamente a riconoscere la sensibilità dell’altro che anche l’animale possiede bisogni, paure, desideri e stati emotivi. Nasce così una delle competenze fondamentali dello sviluppo psicologico: la capacità di uscire dal proprio punto di vista per comprendere quello dell’altro attraverso l’ identificazione. La psicoanalisi definisce questo processo come una progressiva differenziazione del Sé dall’altro e la conquista della capacità empatica.

Prendersi cura di un animale significa inoltre imparare anche precocemente che l’amore non consiste soltanto nel ricevere affetto, ma anche nel dare. Nutrire, proteggere, aspettare, accompagnare dal veterinario, rispettare i tempi del riposo e della malattia diventano esperienze concrete attraverso le quali il bambino interiorizza il valore della responsabilità e della continuità delle relazioni.

Questa esperienza favorisce anche lo sviluppo della capacità di mentalizzazione, cioè dell’attitudine a comprendere che dietro ogni comportamento esiste uno stato mentale, un’emozione o un’intenzione. Quando il bambino si domanda se il cane abbia paura del temporale, se il gatto sia triste o felice, o perché l’animale si comporti in un certo modo, sta esercitando quella funzione riflessiva che costituirà una delle basi delle future relazioni umane.

Insomma poiché l’animale si comporta in modo spontaneo il bambini imparano a percepire che esiste un mondo interiore e inconscio, cioè non razionale e cosciente  e  potrebbe cominciare a percepire che esista ovviamente in modo diverso, anche nell’essere umano ma in tal caso, coperto dalla razionalità e da una particolare coscienza.

Anche le neuroscienze hanno fornito interessanti conferme. L’interazione affettuosa con un animale favorisce la liberazione di ossitocina, l’ormone che sostiene l’attaccamento, la fiducia e il senso di sicurezza, mentre contribuisce a ridurre il livello di cortisolo, l’ormone dello stress. Si crea così un circolo virtuoso nel quale il benessere psicologico e quello biologico si rafforzano reciprocamente. ( … come mi sento bene quando mi sento di far capire al mio cane come mi sento ora e viceversa quando lui capisce che sono di cattivom umore … )

Naturalmente l’animale non sostituisce mai le figure genitoriali ,né le relazioni umane. Sarebbe un errore attribuirgli funzioni che appartengono alla famiglia e all’educazione. Tuttavia esso può rappresentare un prezioso facilitatore dello sviluppo emotivo, soprattutto in una società nella quale molti bambini sperimentano solitudine, riduzione del gioco spontaneo e un uso sempre più precoce delle tecnologie digitali.

Esiste infine un aspetto spesso trascurato. Il rapporto con un animale introduce il bambino anche all’esperienza della fragilità e del limite. La malattia, l’invecchiamento e la morte dell’animale, pur rappresentando momenti dolorosi, costituiscono importanti occasioni di crescita psicologica. Con l’aiuto degli adulti il bambino può iniziare a comprendere che ogni legame autentico comporta anche la possibilità della perdita e che il dolore non cancella l’amore vissuto, ma ne testimonia la profondità.

Forse è proprio questa una delle lezioni più preziose che gli animali ci offrono. Essi non conoscono il linguaggio delle parole, ma insegnano ogni giorno quello degli affetti. Attraverso la loro presenza discreta ricordano ai bambini, e spesso anche agli adulti, che la qualità di una relazione non dipende dalla complessità dei discorsi, bensì dalla capacità di esserci, di riconoscere l’altro e di condividere, nel tempo, fiducia, cura e reciprocità.

In una cultura sempre più veloce, competitiva e digitale, gli animali domestici continuano a insegnare una forma di comunicazione antica e profondamente umana: quella che passa attraverso lo sguardo, la presenza e il silenzio. È probabilmente in questa semplicità che risiede il loro straordinario valore educativo e psicoterapeutico.

Inoltre, l’animale domestico non è soltanto oggetto di attaccamento, ma diventa anche un educatore emotivo. Nella relazione con lui il bambino impara a tollerare la frustrazione, a contenere gli impulsi aggressivi, a sviluppare la capacità di prendersi cura e a sperimentare un amore che non si fonda sulla prestazione o sul successo.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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