La depressione e il  Covid

La depressione e il  Covid

Non è ancora terminata l’emergenza governativa promulgata a causa del Covid, perché l’infezione di fatto circola ancora; presto sembra che venga tolta.

Siamo quasi a Marzo del 2022, cioè al terzo anno di gestione della malattia e la confusione attorno alle previsioni sanitarie del nostro Paese sono a tutt’oggi ancora incerte o contradditorie. Nonostante il recente buon governo che ha premesso un’ottima vaccinazione in poco tempo, la situazione non ci permette di sentirci liberati da un’oppressione materiale e psicologica, perché le variabili del virus possono ancora mutare e essere nuovamente aggressive. In altri Paesi, laddove la vaccinazione non è ancora diffusa, lo scenario internazionale potrebbe portarci sgradevoli sorprese come è avvenuto per la variante Delta. Oggi ci giunge già la variabile Omicron 2 di cui si conosce poco. Si litiga in televisione e altrove, nel mondo politico, tra giornalisti e spesso anche coinvolgendo virologi e scienziati.

Tutti hanno bisogno di per far valere le proprie posizioni, per esempio sulla necessità del green-pass oppure sulla sua inutilità, su obbligo di vaccino o meno, su penalizzazioni come sospensione delle stipendio a chi non possiede i permessi prescritti.

La situazione economica italiana risente non poco delle passate e ancora attuali restrizioni, l’inflazione è ricomparsa pericolosamente come ai tempi della monera lira e le sperequazioni sono all’ordine del giorno.

Va da sé che il tono generale dell’umore sia generalmente piuttosto basso e per molti gravemente crollato.

Inoltre, vediamo che  le restrizioni del passato sono state assai rigorose perché promulgate a causa delle molti morti che alcune regioni hanno subito con/per il virus malefico.

Subita una situazione surreale, la gente non appena ha percepito un risveglio e una ripresa di vita normale da uno stato di letargo generalizzato e di congelamento delle emozioni è passata a una sorta di reazione psichica.

Uno di questi atteggiamenti si è rivelato come frenesia nel lavoro, ma anche l’eccitazione senza tregua con la quale molte persone trascorrono il loro tempo nelle varie attività. Un esempio una sindrome tipica è compulsione itso = inability to switch off  (incapacità di staccare dalle attività).

La nostra società in specie nelle grandi città, vive ad uno stile di vita di ritmo elevato, stressante: dobbiamo allora osservare che il tono dell’umore si è notevolmente abbassato nella popolazione in questi due ultimi anni in seguito ad una interruzione Covid -19 degli alti ritmi di operosità. Inoltre a ciò, lavorare a distanza e pertanto solo virtualmente, si  è dimostrato che stanca più che lavorare di persona, perché noi essere umani abbiamo bisogno di contatto con la presenza dell’altro per mantenere le nostre emozioni vive e appagate. Chiusi in casa sempre con telefono cellulare e computer, magari in spazi assai ristretti, ha costretto molte persone ad arrendersi al proprio cattivo stato d’animo. Alcune sindromicome quello della capanna  o del nido pieno sono da me state descritte a suo tempo nello stesso blog.

Rimanere chiusi per molte ore al giorno con poche uscite da casa, qualche volta per malattia vera e propria, in altri casi per contagi e quarantene, ha costretto la gente a trovarsi spesso in solitudine o con altri parenti, ma sempre costretta a trovarsi con se stessi come mai da sempre. Molte persone che nel lavoro gettavano tutto il proprio slancio, interesse e passione, ma anche tutto il proprio tempo, forse anche per sfuggire anche ad una certa melanconia latente, si sono sentite demotivate, passive, melinconiche e in qualche caso, una depressione latente si è rivelata durante quei vari mesi. Le osservazioni cliniche sui bambini occupano un altro capitolo della nostra riflessione, poiché i loro cambiamenti spesso risentono anche dell’umore della intera famiglia con l’aggravante oggettiva per i piccoli di non aver potuto frequentare la scuola se non virtualmente tramite computer.

Tuttavia le grosse perdite finanziarie di alcuni industriali e commercianti, connesse all’avvicendarsi di provvedimenti governativi, hanno sicuramente creato notevole stress che personalmente ho ravvisato come conforme a disturbo post-traumatico da stress per esposizione a traumi in questo caso pandemici.

Il disturbo da grave stress genera nella popolazione insicurezza, confusione, isolamento emotivo e fobie in questo caso generate dallo stigma di sentirsi in colpa per il timore di causare contagio a parenti e con conseguente timore di essere emarginati causa sindrome da appestati.

Per quel che si può notare in questi giorni nei quali sempre il Covid-19 continua a scorrere, si può dire che la maggior parte della popolazione ha reagito in modo sano o che sia stata resiliente in breve tempo ai grossi disagi. La malinconia nella gente è diffusa ma, specialmente chi non ha risentito di gravi perdite economiche, non risente di uno stato dell’umore in senso patologico.

Certo che tanto più alcune persone avevano adottato ai tempi del Covid difese di comportamenti piuttosto frenetici, adrenalitici anche per reagire alle varie frustrazioni tanto più si potevano riscontrare crolli dell’umore, quindi disforie, ossia oscillazioni nello stato d’animo verso il basso e verso l’alto rispetto a un tono dell’umore relativamente stabile.

Inoltre ho osservato apatie, veri disturbi depressivi e molti comportamenti insofferenti e aggressivi.

Vediamo allora come si manifesta la depressione clinicamente maggiore.

Non bisogna intendere gli stati di tristezza, di malinconia passeggeri come una vera depressione, ma questi stati vanno intesi come umane frustrazioni che hanno esordi esistenziali. Si può considerare il soggetto distimico, che soffre di leggera ansia, stato di frustrazione e aggressività e un po’ melanconia sintomi che durante il Covid ne soffre un 6% della popolazione mondiale.

Quando invece si parla di depressione, specie depressione maggiore non si fa riferimento ad una semplice sensazione di tristezza, ma a  qualcosa di molto più intenso, pervasivo, invalidante, perché la persona che ne è colpita vive un senso di vuoto, di disperazione, di senso di colpa a tal punto che tutto ciò che prima veniva svolto con piacere, il depresso non riesce più ad apprezzarlo; in questo stato fisico e psichico non si ha più voglia di fare nulla, di frequentare gli amici, di parlare, di lavorare, manca energia, predomina nettamente l’apatia, tutto sembra insormontabile…

Il mondo appare al depresso in tinte scure, ci si può domandare in quello stato perché vivere, a quale scopo insistere se non si trova una valida motivazione. Le buone notizie o lasciano indifferenti, oppure fanno arrabbiare perché il depresso sente di essere escluso da ciò di cui gli altri godono.

La depressione maggiore parte da sintomi che il corpo stesso emana. Spesso chi ne soffre si pone nel letto in una posizione fetale. Chi ne è afflitto soffre spesso di insonnia, non sente la voglia di mangiare, il desiderio sessuale è decisamente penalizzato. Il depresso sente in se stesso di non aver alcun valore, perché è inadeguato ovunque, egli sente la solitudine di un astronauta che vaga negli spazi interplanetari isolato da tutto. Il depresso grave tende non lavarsi perché si disprezza, spesso mentre giace sul letto, l’unico compagno che non sente di abbandonare, si tormenta con pensieri accusatori (ruminazione) mentre magari immagina di sparire più che di suicidarsi.

Il punto è che non sente interlocutori interiori che gli parlano dentro da amicie, ma solo da nemici e in tal caso la solitudine è insopportabile, oppure chi gli parla dentro se stesso, si esprime con accuse umilianti e piene di vergogna per ciò che fatto in passato o non ha fatto.

In casi estremi il grave depresso può avere allucinosi, cioè vedere persone  oggetti e persone che non esistono oggettivamente, ma che egli vede e che sono la proiezione degli stessi interlocutori cattivi del mondo interno del paziente: il paziente può anche sentire voci che lo perseguitano e che lo disturbano enormemente.

Il grave depresso può piangere di disperazione, ma già questa catarsi può indicare e alimentare un senso di liberazione.

Soffrono di depressione maggiore il circa 25% delle donne adulte e il 12% degli uomini.
A livello mondiale i disturbi unipolari hanno una prevalenza del 25% e sono ancora una volta più diffusi tra le persone di sesso femminile con un rapporto tra i sessi di 2 a 1 e compaiono intorno ai 40 anni.

Il disturbo bipolare rappresenta la sesta causa di invalidità nelle persone tra i 15 e i 44 anni, oltre a costituire la causa più comune di disabilità.

Il disturbo bipolare si manifesta con una forte oscillazione del tono dell’umore che da una malinconia estrema e assai deprimente con i sintomi descritti precedentemente passa una ipo/iper-maniacalità estrema e assai pericolosa per gli atti che si possono agire in quella fase.

I soggetti non si accorgono di essere in fase maniacale, quando vi si trovano, perché sono allegri, assai performanti e lucidi come non mai. Lamentano solo di essere depressi quando sono sprofondano nel down della dolorosa fase sopra descritta.

Perché le donne soffrono maggiormente di depressione bipolare?

Possono esserci vari motivi: i fattori neurobiologici non stupiscono se si pensa alla facile fluttuazione degli ormoni riproduttivi, delle donna e la reattività allo stress che nella nostra epoca gli studi riportano che è aumentata. Pensiamo alla sindrome mestruale.

Certi studi descrivono motivi genetici, anche se penso più a una predisposizione familiare che però riguarda anche l’uomo.

Fattori ambientali e culturali,  legati alla storica educazione, ai conflitti di ruolo nella coppia, nel lavoro, a certi eventi della vita che penalizzano le donne più degli uomini rispetto alla dignità e identità sociale femminile.

Da ultimo il desiderio ambivalente di avere figli o meno e la stessa gravidanza.

Comunque i livelli estrogeni e di progesterone nell’era meno-pausale possono portare a picchi di grande variazione che possono incidere nella depressione femminile.

Certi orientamenti sessuali di donne che protendono alla mascolinità possono fare esplodere conflitti tra mente/corpo e riportare a sintomi depressivi per insoddisfazione a causa delle differenze di genere nel fenotipo.

Si guarisce dalla depressione?

I trattamenti consigliati dalle linee guida internazionali consigliano alcune psicoterapie e nei casi più gravi la terapia farmacologica associata comunque ad un trattamento terapeutico.

Perché si parla della depressione come malattia del secolo ?

In effetti l’Organizzazione Mondiale della Sanità spende molto denaro per gli studi sulla depressione sia dei farmaci per curare questa malattia che ormai risulta sociale.

Si stima che nel 2030 possa diventare la malattia più diffusa anche del cancro dell’Alzheimer.

Perché tante persone quando sentono di sentirsi molto giù di corda non si rivolgono a uno specialista come accade con altri tipologia di malessere?

C’è ancora nella nostra società tanta vergogna che porta a nascondere questo tipo di problema sia corporeo che psichico e che inibisce l’atto di curarsi?

Perché negare la fragilità psichica sebbene si contraddistingui  di tutti noi in quanto esseri umani?

Spesso succede però che alcune persone, convinte di avere qualcosa che non funziona bene in loro, temono il peggio e si persuadono di non poter guarire e così da un lato la loro diffidenza fa loro pensare che nessuno possa risolvere quella bruttura, dall’altro pensano di curarsi da soli.

Le cure che oggi la scienza ha potuto mettere a disposizione per la cura sono eccezionali:

da un lato psico-farmacologia ha raggiunto notevoli livelli di successo sui sintomi psichici, dall’altro la psicoterapia.

Distinguerei due metodi  fondamentali e alcune tecniche che derivano da tali metodidi conseguenza: (un metodo che si esplica in più tecniche) prevede protocolli e considera che lo scopo della terapia mira ai sintomi che dovrebbero ridursi o guarire. Pertanto più che la meditazione, la riflessione il paziente è invitato a seguire certe prescrizioni.

L’altro metodo è dialogico, cioè interpsichico e intrapsichico: quindi la tecnica  psicoanalitica o psicodinamico mira alla crescita del soggetto nel senso di una evoluzione dinamica degli affetti della sua identità e personalità con riconoscimento delle emozioni e della loro funzione nelle azioni e nel comportamento.

I pazienti che hanno difficoltà a fare collegamenti intrapsichici, hanno difficoltà con metafore e simbolico, cioè all’interno di se stessi preferirebbero seguire le tecniche cogntivo-comportamentali.

I pazienti che sono motivati a comprendere se stessi, che sanno guardarsi dentro, (introspezione) che hanno interesse al come si funziona, a ricostruire il senso di se stessi, la propria identità, preferiranno la tecnica psicoanalitica di ascolto di se, dei propri sogni, ecc
E’ bene in molti casi seguire la psicoterapia, solo se ce ne fosse bisogno, non rifiutare l’uso di  psicofarmaci prescritti dallo specialista che accuratamente sceglie per il pazienti quelli ad hoc. Durante il percorso di psicoterapia l’uso selettivo degli psicofarmaci permette di creare delle zone psichiche libere da angosce e oppressioni troppo pesanti e quindi facilita il lavoro psicologico che procede in modo più collaborativo e molto meglio più velocemente e serenamente.

Quali sono le terapie possibili? Distinguo due metodi e alcune tecniche: un metodo che si esplica in più tecnicheprevede protocolli e si considera che lo scopo della terapia punta ai sintomi che dovrebbero ridursi o guarire. Pertanto più che pensare è preferibile seguire le prescrizioni.

L’altro metodo è dialogico, sia interpsichico ma sopra tutto intrapsichico: quindi la tecnica  psicoanalitica o psicodinamico mira alla crescita del soggetto nel senso di una evoluzione dinamica degli affetti con riconoscimento delle emozioni e della loro funzione nelle azioni e nel comportamento

Guarigioni e ricadute: i pazienti che sono sufficientemente motivati alla cura ottengono buoni risultati dopo il trattamento che in genere nei casi non gravi non implica l’uso di psicofarmaci. Il trattamento psicoanalitico richiede più tempo, ma agisce profondamente sulle cause del disagio e di certi sintomi.

Un buon trattamento psicoterapeutico ben riuscito non prevede ricadute, perché il paziente ha imparato a gestire autonomamente certi segnali del corpo trasformati in psichici perché ne ha decisamente compreso sia il meccanismo sia il senso.

Nei casi più gravi, cioè per ciò che riguarda la depressione maggiore invece occorre molta pazienza. Sappiamo che si tratta di una malattia importante che ha basi genetiche e che a tratti va curata lungo un arco molto lungo di tempo che può attraversare con tante serene remissioni, ma con possibili riacuttizzazioni.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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