Sempre utile imprigionare chi commette reati ? di Roberto Pani

Sempre utile imprigionare chi commette reati ? di Roberto Pani

La società tende a difendersi dalla illegalità e per questo commette reati dopo tre sessioni di giudizio e ritenuto senza ragionevole dubbio colpevole, viene nei casi più gravi arrestato e detenuto per il tempo previsto dalla legge e assegnato dai giudici.

In primo luogo viene cioè isolato dalla società perché il condannato potrebbe continuare a delinquere e perciò si considera obbligatorio prevenire ogni possibile atto illegale, immorale, criminoso verso altrui.

In secondo luogo il carcere più o meno duro però diventa anche una punizione sociale che può apparire come una sorta di vendetta:  giuridicamente viene denominata in buona maniera restituzione del danno che mira però anche a far soffrire il condannato. E’ sotto inteso: così impara e un’altra volta non delinque più e anche altri propensi a infrangere la legge temono la punizione e così la pena come deterrente spinge a rinunciare al cattivo proposito.

In passato, in alcuni Paesi ma ancora oggi in altri, si puniva con la pena capitale, la morte per impiccagione e tanto altro: nel nostro Paese la pena capitale è stata abolita dal Gennaio del 1948.

 Tuttavia se osserviamo con serenità ci accorgiamo che la psicodinamica vendicativa, appare solo come una sorte di crudeltà e da un punto di vista pratico non solo non risolve il danno arrecato, ma addirittura potrebbe anche incrementare lo spirito di vendetta non solo in alcuni dei condannati costretti al carcere duro. E’ vero che il diritto di procedura penale aggiunge alla carcerazione il fine concreto educativo, cosicché attualmente oggi il primo fine della carcerazione dovrebbe coincidere con quello di preparare una volta scontata le pena, a vivere correttamente nella società civile.

Ma questo fine educativo porta a qualche risultato?

Il detenuto, bene che vada, si rassegna a scontare la pena, ma in carcere diventa spesso passivo per via del sistema di vita e l’idea di divenire responsabile si allontana da lui.  Perché questa passività? Egli può tendere a delegare l’autorità a condurre la sua vita senza sentirsi più un protagonista. Il rischio che la detenzione diventi una sorta di collegio dove vige un più o meno repressivo che annulla il senso di libertà e pregiudica il senso di dignità.

Il senso di ingiustizia e di punizione che alberga nel vissuto della maggior parte la dei detenuti può aumentare spesso in modo latente l’aggressività verso la società che ha agito privando il detenuto della dignità  e dell’amore per se stesso. In mano alla polizia carceraria i detenuti spesso si sentono numeri e non trovano nel futuro alcun senso. Le parti psichiche più infantili potrebbero riemergere in questo collegio speciale fatto di normative e abitudini quotidiane secondo la vita quotidiana che la custodia prevede, specie quando gli anni da scontare sono molteplici.

Da un punto di vista affettivo la vita del carcerato appare triste e solitaria sebbene la sessualità sia consentita per diritto per alcune ore al mese con coniugi o conviventi.

 Molto spesso in alcune persone senza affetti esterni al carcere aumentano le tendenza latenti omossessuali in considerazione del contesto della popolazione carceraria.

Consideriamo poi che il tempo che viene sottratto alla vita del detenuto più o meno rassegnato non ha senso: la vita umana è da vedersi come fatta di poche epoche contrassegnate dalla età delle persone ed è relativamente breve, in specie se questo tempo non è utilizzato in modo costruttivo e creativo.

In una società civile dunque il motto dente per dente, cioè la vendetta insita nella pena non sarebbe ammissibile ed appare anticostituzionale. Inoltre pensiamo che quasi sempre i reati sono la conseguenze di problemi psichici irrisolti anche se da un punto di vista giuridico chi è in grado di intendere e di volere e pur  delinque, è candidato alla pena.

 Inoltre pensiamo ai costi in miliardi euro spesi soprattutto per la polizia carceraria alle persone che lavorano nell’amministrazione e la manutenzione delle persone in prigione. Il fenomeno  del sovra-affollamento negli istituti penitenziari, porterebbero alla costruzione continua di altri istituti.

Il fenomeno dei sucidi di molti detenuti al mese, non è indifferente al progetto di abolire il carcere.

Ma nemmeno pensiamo naturalmente di lasciare a piede libero chi delinque.

Penso quindi che gli investimenti economici che lo Stato spende per i vari Penitenziari e la loro amministrazione potrebbero essere investiti e trasformati in Istituti Educativi obbligatori altamente specializzati e diretti da un pull di Psicologi specializzati in clinica e criminologia con Pedagogisti ed Educatori altrettanto ben formati a questo scopo riabilitativo.

Si tratterebbe di un importante cambiamento sociale e civile che consentirebbe di ottenere una percentuale più alta che in prigione nei risultati di miglioramento positivo su persone che riconoscano il piacere di vivere una vita costruttiva, dignitosa e civile.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
__________________________________________

E tu come la pensi? Scrivimi un commento o inviami una domanda all'indirizzo roberto.pani@unibo.it...

Rispondi

WP to LinkedIn Auto Publish Powered By : XYZScripts.com