Da piccolo non ci facevo caso a come andavano le cose in famiglia. Lo stile di vita a Bologna era così e basta. Vivevo con mia nonna materna, perché mia madre non si occupava di me se non indirettamente, poiché viveva sempre nella stessa città, ma abitava in un’altra strada e in un’altra casa insieme al suo secondo marito.
Mia nonna contava sull’aiuto di una domestica, ma questo non le impediva di impensierirsi per la sua difficile situazione che riguardava la responsabilità verso di me, bambino piccolo, e la preoccupazione del destino della mia bella e giovane madre che si era cacciata nei guai sposandosi prematuramente con un uomo che non stimava. Il matrimonio era avvenuto in modo tanto impulsivo quanto testardo.
Aggiunto:IIIiIIiiiin in In realtà Mia madre si era sposata in fretta in realtà per sfuggire al controllo della sua stessa madre (mia nonna). Ma come spesso accade nelle unioni affrettate, il matrimonio fallì dopo nemmeno un anno, pochi mesi dopo la mi nascita. Così mia nonna che si era presa l’incarico di curarsi di me, un incarico che trovava particolarmente gravoso poiché vi si aggiungeva il peso della preoccupazione per una figlia immatura.
Per delineare meglio il quadro, specifico che mia nonna era rimasta vedova con la figlia ancora preadolescente e con la responsabilità di gestire un’antica azienda di corone da rosario a Loreto in provincia di Ancona, che, prima della vedovanza, era amministrata da mio nonno.
Nata a Ventimiglia alla fine dell’800, arrivata alla mezza età, mia nonna era rimasta una donna di salotto, incompetente nel gestire qualunque cosa che riguardasse la quotidianità. Inoltre, per evitare di vivere in un paese piccolo come Loreto, poco dopo il fallimento del matrimonio della figlia, si era trasferita Bologna, dove viveva suo fratello minore, grande giornalista sportivo al Resto del Carlino, testata bolognese. C’è da aggiungere che in quegli anni l’azienda di famiglia, senza un vero gestore, stava andando allo sbando, soprattutto da quando negli anni ’50 il papa buono, Giovanni XXIII aveva esentato i credenti cattolici di tutto il mondo ad usare il rosario, al fine di far recitare le preghiere dell’Ave Maria spontaneamente.
A pochi mesi, a Loreto ero un bambino in vista, solo conosciuto per via della fabbrica di corone, ma ben presto sarei stato trasferito a Bologna insieme a mia nonna da cui sarei stato praticamente adottato. Vivevo le giornate sempre da solo: Gianna, questo il nome di mia nonna, era come una custode per me, che non mi permetteva di conoscere tanti altri bambini perché diceva: potresti prenderti tante malattie e poi le “buschiamo” da mamma!
Io pensavo che fosse normale passare la giornata in quel modo, senza conoscere mio padre. Né poter contare su una madre e per mia madre Laura, la quella compariva e spariva ai miei occhi con una dissolvenza impressionante. Pensavo che tutte le famiglie fossero fatte così: di voci che non si ascoltano, di carezze che non arrivano, di promesse di doni che si spezzano subito, come se tutto fosse poco importante perché i bambini, in fondo, sono sempre bambini piccoli che non possono capire le difficoltà dei grandi. Il mio compleanno, il Natale e le altre festività non venivano festeggiate perché mia nonna Gianna e sua figlia Laura sostenevano che solo al padre toccava questo compito. Certo, a Bologna mia nonna Gianna faceva un bell’albero di Natale con tante palline e anche un discreto presepio che mi piaceva tanto, ma di regali sotto l’albero non ce n’erano, punto!
Racconto un episodio che tra tanti mi è rimasto impresso. Una volta, ero ancora sul seggiolone, mia madre farci visita, a me e a mia nonna, con una frettolosità che allora non ero in grado di percepire fastidiosa. A un certo punto chiese a mia nonna se avessi già mangiato, la risposta fu che ero inappetente e che non volevo mangiare il semolino. Così mia madre, Laura, studiò uno stratagemma per farmi mangiare. Chiese a due domestiche di casa di mettersi in testa due coperte lunghe in modo da trasformarsi in due streghe maligne che mi saltavano davanti emettendo sinistri rumori: ciò sarebbe servito per farmi aprire la bocca. Mia madre allora ne approfittava per inserire velocemente dei cucchiaini di semolino che io ostinatamente rigettavo. All fine, dopo ripetute volte, vinse lei.
Molte estati le trascorrevo con la nonna Gianna, forse 3 o 4 mesi a Loreto in un’enorme casa che inglobava la stessa azienda artigianale. Molte mattine lei mi portava al mare a Porto Recanati, località vicinissima a Loreto. I pomeriggi invece mi annoiavo da solo nelle campagne di proprietà, anche se spesso giocavo con i figli degli accoglienti e gentili contadini che lavoravano per i campi. Tutto ciò avveniva durante le vacanze estive delle scuole elementari e medie. A Loreto, però, ero sempre solo. Non c’era modo di fare amicizia se non con gli adulti, impiegati della fabbrica di corone. Giocavo molto da solo e interpretavo tutti i personaggi: gli indiani, i cowboy, i militari, nordisti ecc. sparavo e discutevo in tutte le parti. Avevo una fantasia sfrenata. Sarei diventato attore? Così mi dicevano gli impiegati della fabbrica che ogni tanto mi osservavano stupiti da una finestra della fabbrica che dava sul giardino.
Promosso dopo le scuole medie passate in collegio dai Salesiani come semiconvittore, entrai al Ginnasio-Liceo Classico Galvani di Bologna.
Ad un certo punto ebbi l’impressione che i periodi estivi di vacanze a Loreto fossero finiti perché Laura in estate cominciò mettermi in collegio, anzi sarei diventato un ospite fisso delle colonie estive. I collegi erano sempre in compagnia dei preti delle varie congregazioni e il fine era per mia madre non avermi tra i piedi, con la scusa ANCHE di affidarmi agli Istituti santificati a vantaggio della mia educazione. Mia nonna Gianna si dispiaceva per questo, ma io ero figlio di Laura. Le scuole medie le trascorsi in collegio presso i Salesiani. Molte estati le passavo, come ho detto, alle colonie al mare.
Una delle tante sere come le altre, mia nonna invitò a casa nostra mia madre e il suo secondo marito, un avvocato molto conosciuto. Gianna era tutta in ghingheri, c’era molta luce, tanto champagne e sofisticate vivande, il tutto preceduto da grandi preparativi. In quelle particolari occasioni mia madre voleva che io (avevo circa 10 anni) rimanessi chiuso in una stanza da letto che dava sulla sala pranzo, e che non mi rifacessi vedere. Sai – mi spiegava mia nonna – è meglio che l’avvocato non ti veda, perché mamma gli ha detto che solitamente stai con tuo padre e così lei appare una donna più libera, e non che tu sei sempre presente e mantenuto da lei.
Ricordo che io cercavo di sbirciare dal buco della serratura e di origliare cosa si dicessero in quella che mi sembrava una festa mondana.
Alla fine della cena, quando tutti erano andati via, eccetto mia nonna, io entravo e spulciavo su ciò che avevano mangiato e bevevo anche un po’ di champagne. Debbo dire che non mi piaceva un vino cosi “pizzichino”. Ancora oggi preferisco sempre il vino fermissimo. Forse perché la mia condizione di bimbo emarginato mi faceva associare ciò che agli altri piaceva tanto a una mia sorta di prigionia? Forse lo champagne sortiva l’effetto del semolino e dei latticini che, all’infuori dei dolci, non sopporto ancora come condimento. Per questo motivo aderisco solo alla cucina dell’olio a non a quella del burro?
Durante la classe di quarta ginnasio mi trovavo bene, ma un anno dopo mia madre decretò che dovevo contattare mio padre che sino ad allora per me era un perfetto sconosciuto, nel senso che non lo avevo letteralmente mai visto. Dovevo conoscerlo affinché mi mantenesse economicamente e affinché pensasse lui ad educarmi in quanto adolescente. Si doveva considerare il fallimento economico dell’azienda di corone da rosario e bisognava anche accettare le future vendite di buona parte dei beni ereditati da mio nonno: tutto doveva essere venduto.
Poiché i miei genitori biologici si separarono prima che io nascessi, io di mio padre avevo solo alcune foto scattate molti anni prima, foto che sembravano come se lui fosse un divo del cinema. Era in realtà un povero uomo che pensava solo a sedurre e conquistare presunte belle donne: era privo di a titolo scolastico e interesse professionale: un vero latin lover .
Dovetti dunque conoscerlo, ma l’incontro fu per me angoscioso. Avvenne ad Ancona dove risiedeva con un fratello, sua madre e suo zio. Mio padre biologico, Renzo notò che assomigliavo a mia madre, un dettaglio che non gli piacque per niente: visto che ero suo figlio, avrebbe preferito che i miei capelli fossero scuri come i suoi che erano anche ondulati cosparsi di brillantina Linetti. Tu assomigli ai Lucangeli non ai Pani – esclamò – come se fosse colpa mia. Faceva quindi fatica a identificarsi con me e già mi considerava un estraneo, sentimento da me pienamente condiviso. Ma ciò che lo sconvolse di più fu il sapere che ero iscritto alle scuole liceali. Tu – mi disse – non puoi studiare il liceo perché non hai voglia di studiare… e sai perché ? No – risposi io- Perché sei figlio mio e io non ho mai avuto voglia di studiare. E poi cosa te ne fai di un diploma liceale, non troverai mai lavoro !
Poi mi raccontò della sua vita. Mi disse che anni prima con un amico marchigiano simile a lui, avevano tentato fortuna in Brasile inebriandosi dei lunghi viaggi in bastimento in prima classe negli anni ’50 per vendere a Sao Paulo fisarmoniche di Castelfidardo. Le lunghe traversate erano festeggiate in vestiti lussuosi con tanto champagne allegramente versato nelle coppe di ammaglianti signore.
Nel frattempo a Bologna io ero entrato in quinta ginnasio, ma Renzo mi fece sapere che dovevo cambiare il tipo di studio. Avrei dovuto cambiare il liceo per acquisire il diploma di ragioniere e recuperare i due anni che avrei perduto andando in collegio a Pesaro che allora era locato in piazza Oliviero 10 davanti al Conservatorio: in altre parole avrei dovuto recuperare tre anni in uno.
L’idea di studiare ragioneria mi disgustava al punto da non poter nemmeno pensarlo: tuttavia si vede che in parte cercavo di identificarmi in una figura maschile e cercavo di percepire l’autorità di mio padre come se mi svelasse qualcosa di buono e di utile e così gli obbedii senza pensare al mio destino. Mi portarono a Pesaro in quel collegio davanti al Conservatorio Rossini in piazza Oliviero, collegio oggi non esiste più, per fortuna. Era un collegio per piccoli disgraziati che avevano conti con la legge e figli in sospeso, esempi di vario tipo e tutti dovevano studiare presso istituti tecnici per recuperare il tempo perduto.
In attesa del pasto serale in refettorio, mentre gironzolavo fuori dall’edificio, vidi un’auto targata Bologna guidata da un uomo con a fianco una donna. Mi guardavano, forse avevo un‘aria disperata e così mi chiesero cosa mi fosse successo. Dissi del collegio e che ero di Bologna: la donna maternamente mi disse rivolgendosi all’uomo : io non manderò mai mio figlio in un collegio! Io invece pensai, sono sempre costretto da mia madre sin da quando ero piccolo. Non potevano riportarmi a Bologna, ma quei signori l’avrebbero fatto volentieri.
La sera tutti a letto in camerata qualcuno chiacchierava e io dissi qualcosa verso gli altri collegiali. Il guardiano del collegio mi beccò perché ero il primo vicino alla porta e mi disse: alzati! E così mi diede un forte schiaffo per dimostrare agli altri che non si doveva parlare in camerata.
Quando lui se ne andò, io assai risentito e umiliato, mi alzai e presi i miei stracci e nascostamente scesi le scale dell’edificio per uscire dal portone e andarmene: ma il portone era chiuso e allora fui costretto a nascondermi dentro una cabina del telefono a gettoni di quei tempi. Trascorsi tutta la notte piegato e appoggiato alle pareti della cabina e alle 7 del mattino finalmente aprirono il portone centrale e io subito guadagnai la fuga verso la stazione di Pesaro. Al primo treno per Bologna, salii e mi nascosi direttamente nella toilette. Qualcuno varie volte mi disturbò, ma dopo 2 ore fui a Bologna e tornai a casa di mia nonna,.in via Guerrazzi 21 .
Ci fu un allarme generale di Gianna e Laura che telefonarono a mio padre, ma in qualche giorno si misero d’accordo nell’accettare che io continuassi gli studi al Ginnasio usando con un piccolo aiuto economico da parte del padre biologico Renzo. Mi trovai una minuscola stanza ammobiliata presso una perpetua vicino ad una Chiesa e in quel posto trascorsi ben 8 anni.
Come ero riuscito a mantenermi in tutti quegli anni? A parte un periodo in cui vendevo Enciclopedia della donna e Conoscere, ebbi la fortuna grazie alla quale la sorella di una mia fidanzatina di allora conoscendo un importante frate Domenicano il quale stava cercando un Precettore di genere maschile per una più che benestante famiglia bolognese, e il frate mi scelse subito. Allora ogni giorno insegnavo per diverse ore materie letterarie e filosofia ai ragazzi che frequentavano già il liceo.
La famiglia molto accogliente, fu anche molto affettuosa con me ed io mi lasciai per un certo periodo adottare legato da un mio bisogno d’ affetto molto profondo e molto sentito, cosìcchè divenni fortemente amico ben ricambiato dai ragazzi, specialmente dal più grande che ,ancora oggi, dopo tanti anni, considero il mio più importante tra i miei amici.
La mia forte curiosità della mia ormai chiara situazione mi spinse a comincirei anche una psicoanalisi personale, grazie alla quale elaborai molti aspetti delle mie insicurezze che mi riguardavano e capii chiaramente che ero nato per sbaglio e per questo mi sentivo all’inizio tanto solo quanto malinconico. Questa consapevolezza mi aiutò a prendere le redini della mia vita come protagonista e ad ignorare il bisogno di famiglia per trovare affetto altrove. Le alternative non mancavano…. non ero indifferente alle mie coetanee,,,
Durante quegli anni, finii il liceo e mi iscrissi all’Università di Bologna dove vivevo, per studiare prima Filosofia e poi Medicina e Chirurgia. Una volta laureato, riuscii a superare la difficile selezione per entrare alla Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica alla Statale di Milano dove allora accettavano solo medici: mi specializzai negli ani 80. La sfortuna volle che a Bologna avevo fatto domanda per il trening psicoanalitico SPI/ IPA con Carloni e Molinari e mi accettarono, ma io impulsivamente rifiutai perché non avevo finito l’analisi personale con Gino Zucchini sebbene lui me lo consiglisse. Fui sciocco e troppo affettivo e me ne pentii, cosi più tardi ….
Avevo 32 anni e poichè avevo avuto come professore di specialità Cesare Musatti, Franco Fornari, famosi psicoanalisti che dopo il fascismo riintrodussero la psicoanalisi in Italia, ripudiata durante il ventennio: chiesi allora consiglio ai maestri. Dopo la Specializzazione quindi ottenni suggerimenti per entrare nel lungo Training psicoanalitico per diventare psicoanalista. Anche in questo caso accettavano solo medici. Incominciò la mia vita Bologna/Firenze perché lo psicoanalista di Training viveva a Firenze e l’esperienza durò diversi anni fino a che non mi acettarono al training vero e proprio arricchito dai seminari e laboratori; le sedute che si svolgevano sul lettino erano 5 alla settimana, ma la mia vita sentimentale era divenuta nel frattempo sufficientemente ricca. Naturalmente, lavoravo già come psicoterapeuta per mantenermi in tutto. Diventai negli anni 90 membro Associato e poi Ordinario della Società Italiana di Psicoterapia Psiconalitica ed Euorpean Fed. of Psychoanalytic Psychotherapy. (SIPP)
La mia sofferenza passata di bambino era stata assopita e liberata da quella certa ingenuità dalla mancanza di alternative familiari e la coscienza di me era notevolmente migliorata, cosicché posso dire che l’esperienza analitica mi ha regalato un’incredibile voglia di conquista e di cambiamento dal triste passato… Ben presto mi comprai un appartamento di 40 metri insieme alla compagna di allora e poi ricomprai la sua parte. Poi liberai l’appartamento dall’inquilina che lo aveva in affetto e finalmente lo ristrutturai per me stesso e respirai, dicendomi: nessuno mi caccerà via di casa !
Solo alle Scuole Medie (trascorse in collegio da semiconvittore) cominciavo a rendermi conto della mia situazione e di avvertire un senso di panico. Da adulto, con il passare del tempo, elaborati i successi che mi elevavano dalla tristezza e angoscia dovuta allo squallore che mia aveva appiccicato addosso mio padre Renzo e in fondo la sua stessa famiglia, mi sentii la forza di lottare per l’indipendenza e soprattutto l’autonomia interiore.
Una ragazza con cui avevo avuto una storia di un anno quando avevo 15 anni, mi aveva fondamentalmente capito e a quei tempi mi aveva regalato un libro che mi aprì verso un nuovo orizzonti con una prospettiva di vita inimmaginata sino ad allora: si trattava di un libro di Sigmund Freud “Introduzione alla psicoanalisi”, lezioni svolte all’Università di Vienna nel 1914. Avrei fatto lo psicoanalista? Avrei compreso la realtà e l’avrei distinta dalle illusioni infantili?. Poi sono cresciuto, e il dubbio è diventato certezza. Ho iniziato a mettere nomi alle cose. Rabbia, manipolazione, freddezza. Ho iniziato a leggere, a guardarmi dentro. E quello che da bambino sembrava nebbia, adesso è un paesaggio chiaro. Inospitale, ma chiaro. Non è facile fare pace con il passato. Soprattutto quando le delusioni ti hanno cresciuto. Ma ogni volta che scelgo di capire invece di giudicare… è come se stessi costruendo una nuova casa, dentro di me. E questa volta, anche se piccola, trovo delle finestre aperte.
Il mio amico più importante mi convinse ad andare negli Stati Uniti con lui ad Harvard e questa contatto con gli Usa, dopo qualche anno mi portò ad un matrimonio amaricano durato ben poco tempo. Gli anni successivi poi li trascorsi alla San Diego State University, alternando visite in Italia all’Università di Bologna che mi portò con il tempo a diventare Professore di ruolo. Nel frattempo non ho mai smesso di esercitare la professione di psicoanalista.
Questo scritto o breve raconto biografico sulla mia esperienza di vita è solo per dimostrare come dalla nascita all’adolescenza ci si può non render conto di soffrire a livello del mondo interno nel caso in cui la famiglia di origine, non per colpa di nessuno, si riveli inadeguata. Spesso non essendoci confronto con gli altri e altre famiglie e non essendoci consapevolezza perché siamo piccoli e inesperti e il nostro cervello è ancora immaturo neurologicamente e anche psichicamente non c’è altra alternativa che accettare. Ma le esperienze interiori ,se aiutate da chi è in grado di capirci e di aiutarci, magari grazie alla psicanalisi nel mio caso, oppure anche ad altre esperienze positive di tipo affettivo, nel futuro il mondo delle esperienze si rivela assai positivo.
Purtroppo spesso la famiglia può tarpare le ali e bloccare la possibilità di vedere le alternative perché le dipendenze prevalgono sulle possibili nuove esperienze. A volte un orfano può fare più strada che uno ragazzo/a troppo protetto/a da famiglie iperprotettive.
Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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