Vedremo i nostri sogni al computer?

Ai tempi durante i quali tentavo di entrare come collaboratore post lauream all’Università di Bologna, compivo in equipe con grandi maestri ricerca sulla psicofisiologia del sonno e dei sogni.

Si trattava di usare un poligrafo che era collegato con un cordone di elettrodi: questi elettrodi venivano appiccicati con collante conduttivo e collocati nelle varie aree della cute del capo dei soggetti da esperimento e altrove nel corpo.

I soggetti erano studenti universitari e per dormire una notte in una stanza del laboratorio venivano pagati adeguatamente.

In un’altra stanza del laboratorio, il mio compito consisteva di verificare attraverso il poligrafo i tracciati su carta che riproducevano, i ritmi del respiro e del cuore, ma in particolare delle onde cerebrali, (area temporale, parietale, occipitale, frontale ecc) e durante le quattro stadi del sonno più quello parossistico REM.

I soggetti venivano svegliati e interrogati su ciò che stavano pensando nel sonno, in tutte le fase del dormiente e sempre i resoconti di ciò che chi stava sognando era raccontabile con più o meno sintassi e struttura degli episodi.

Oggi vengo a sapere che è possibile riprodurre in video il sogno e vederlo come il soggetto lo sente e lo vede.

Un autorevole gruppo di scienziati giapponesi hanno inventato un dispositivo in grado di riprodurre immagini su un computer gli stessi stimoli nervosi che compongono i pensieri, le attività e quindi i sogni.

Questa creazione e scoperta promette una serie infinita di nuove possibilità di svelare i segreti dei sogni e di altri processi cerebrali.

La retina dell’occhio umano segue un processo di ricognizione che può essere tradotta in immagini. Il professor Yukiyaso Kamitani, ha studiato appunto come la retina dell’occhio sia in grado di riconoscere immagini che in un secondo tempo, vengono convertite in messaggi elettrici inviati alla corteccia visiva del cervello. 
Questi segnali sono catturati e poi tradotti visivamente in immagini. Le immagini sono in realtà i nostri strani sogni, quelli che sono espressi come se non ci fosse né spazio, né tempo, né grammatica, né sintassi, quelli guidati dal bisogno pulsionale di creare immagini per completare ed elaborare quel che non si è potuto da svegli, per poi consentire che le nostre elaborazioni siano archiviate.

Naturalmente ho pensato alla categoria degli psicoanalisti e psicoterapeuti che utilizzano i sogni ricordati come preziosi, portati in analisi e raccontati allo psicoanalista affinché i pazienti allarghino la conoscenza di Sé e della coppia analitica tramite i messaggi non consci che i sogni meta-trasmettono. Si conosce meglio e ciò che bolle in pentola ossia nel mondo interno del paziente. La relazione analitica ne guadagna di tanti significati che non sarebbero raccontabili con tanta facilità dal paziente, il quale è inconsapevole regista di tali pensieri, come piccoli film derivanti dal mondo interiore.

Un mondo segreto si rivela durante il sonno, a volte drammatico, spesso gioioso.

I sogni sono più influenzati dagli eventi del passato recente e non necessariamente da traumi subiti nell’infanzia che spesso non esistono.

Mi sembra fantascientifico che il paziente vada alla seduta con un piccolo dischetto da consegnare allo psicoanalista il quale lo inserirebbe nel suo computer e, insieme al paziente, rivedrebbe i suoi sogni come se fosse un film.

Potrebbe diventare una realtà praticata, ma forse lo scopritore del metodo psicoanalitico, un certo S. Freud, potrebbe rivoltarsi nella tomba per non vedere questa prassi applicata al setting. e non solo lui, ma altri psicoanalisti assai più attuali si sentirebbero in imbarazzo.

Perché?

Il setting sarebbe alterato, tecnicizzato, fuori dalla prassi artigianale che si vuole che sia empirica.

Il paziente non deve essere condizionato da doveri, compiti a casa e di pensare ai sogni, indossando in capo una cuffia collegata agli elettrodi e a un monitor!

Lo sforzo che consiste nel ricordare i sogni, di ripeterli a se stessi, appena svegli, magari di prendere un piccolo appunto, é parte della tecnica psicoanalitica.

I sogni poi, in virtù delle resistenze dei pazienti potrebbero dimenticare al momento di raccontarli allo psicoanalista, oppure arricchirli di nuovi particolari che nell’interazione della coppia analitica sarebbero assai utili.

Il paziente quindi non dovrebbe mai essere passivo, ma partecipe attivo della ricostruzione degli episodi onirici e dei vari significati connessi e che riguardano il processo psicoanalitico.

Vedere un film, anche se deriva dal sogno che appartiene al paziente, può essere ai primi tempi, tanto eccitante, quanto divertente, ma in un secondo tempo, diventerebbe una routine quasi inutile e che renderebbe il paziente stesso un po’ passivo.

E’ vero che la tecnica psicoanalitica ha subito notevoli variazioni tecniche in più di cento anni come spesso l’uso di internet per sedute mancate a causa di sporadici spostamenti del paziente, la riduzione del numero delle sedute che, da quattro o cinque tipiche di un tempo, (Freud lavorava tutti i giorni incluso il Sabato, pur essendo ebreo) si sono ridotte al numero di due e sino a una alla settimana, a causa della mancanza di tempo e denaro. I sogni in tv però sarebbero un affronto all’autenticità della relazione analitica e un inno al consumismo elettronico e tecnologico a dispetto della straordinaria attentività nell’ascolto a quattro orecchie dei due protagonisti nel laboratorio setting.

Ben venga il progresso della scienza in qualunque campo, come in medicina la tecnica che consiste nel poter parlare con gli occhi e con le emozione tramite un interprete elettronico computerizzato e attivo nel movimento è encomiabile, ecc..

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

Rispondi