La vita è sempre un gioco

Scriveva George Bernard Saw nell’800: l’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare.

Già D. Winnicott un pediatra, psicoanalista inglese, negli anni cinquanta descriveva come il bambino imparasse a diventare autonomo, grazie alla funzione del gioco.

L’oggetto transizione, per esempio, un oggetto morbido come l’orsacchiotto, può essere dal piccolo, manipolato e padroneggiato, senza che venga distrutto. Il suo gioco gli offre un senso di sicurezza e di autonomia e altre esperienze, sia empiriche, sia psicologiche che gli consentiranno una graduale individuazione di Sé, scivolando sempre più in avanti nel permettere d’osare giochi nuovi che apriranno nuovi modi di percepire la realtà. L’orsacchiotto e poi tanto altro, al posto del seno materno, offrono un senso di governo e permettono una differenziazione di se stesso dalla simbiosi materna.

Se tutto va bene nella vita del bambino che cresce, la vita gli suggerisce di giocare sempre più in modo complesso, perché l’interesse e la curiosità aumentano deliziandolo con le sue stesse difficoltà: ma il soggetto impara a godere del gioco della sua vita.

E’ chiaro che vivendo si affrontano difficoltà enormi che, a volte, destabilizzano la propria vita e trascinano nella sofferenza più bieca togliendo ogni senso.

Ciò nonostante, il concetto secondo il quale si può riacquistare la padronanza della propria identità dovrebbe portare ancora all’idea del gioco come a una pista che si momentaneamente perduta.

Che cos’è il gioco?

L’amore, innamorarsi è un gioco ?

Penso di sì perché si tratta di un’illusione che però include qualche parte di noi sognante, narcisistica, ma anche basata sulla realtà. Forse c’è molta idealizzazione, molte emozioni, belle e angoscianti quando non ci sentiamo accettati dai compagni di gioco.

Il gioco deve essere giocato stando alle regole, perché se non ci si attiene a esse non vale più e si finisce fuori strada. Viceversa, se l’avidità di vincere può in ciascuno di noi lasciare il posto alla pazienza, questa consente lo spazio dentro il quale ci ritroviamo come in un sett dove ci sentiamo liberi di giocare sul serio e con impegno e con un maggior divertimento. Certo che se il lavoro che riusciamo a scegliere e svolgere corrisponde a uno dei nostri sogni, la vita diventa potenzialmente più bella e appagante. Si crea nel giocatore la fiducia nel prossimo e il progetto mentale e il senso delle cose del mondo, nuove idee che rendono il piacere di giocare e entusiasmarsi per questo.

Non sempre avviene questo, e il gioco diventa triste, specialmente quando il mondo per varie ragioni non consente di giocare, di lavorare, e di ambire a ciò che ci piace.

Siamo come bambini frustrati esclusi dagli altri che invece si divertono.

Da bambini per esempio giochiamo a essere il dottore o la dottoressa, poi un giorno diventiamo davvero medici. Realizziamo il nostro sogno. Difendiamo qualcuno e un giorno diventiamo avvocati. Ma costruiamo con il traforo e diventiamo, falegnami, con il meccano, meccanici, a vario livello ingenieristico ecc,.

I social networks sono giochi anche quelli, ma trovo che spesso nascondano troppo di sé, seppur in questo consiste il gioco.

Ci sono tanti giochi che tecnicamente divertono, dal calcio a tutti gli sport, dai giochi elettronici a quelli dei vari scherzi innocui.

Trovo comunque che i giochi migliori siano quelli nei quali ci sentiamo protagonisti e che consistano nel trasformare il nostro reale così come va bene a noi. Il reale non è la realtà esterna che non posiamo modificare. Solo i grandi politici o grandi scienziati possono cambiare la storia.

Il reale corrisponde al contesto nel quale viviamo e, se noi siamo decisi e chiari con noi stessi, possiamo render l’ambiente nel quale viviamo, più vicino a come piace a noi stessi.

Temo che alcuni giochi perversi siano abusati in questa nostra società attuale, dove non si sta tanto alle regole.

Nei giovani predomina spesso il vuoto e il non senso , quindi solo stupefacenti e forti emozioni possono riempire il senso del nulla incolmabile.

Sembra che esempi mortiferi siano alla ribalta: vedi il mio precedente post  Sfida mortale

Il gioco è piacevole, non mortifero, non richiede forti emozioni con alterazioni del nostro corpo, sballare, uscire dalle regole del gioco.

Bisogna saper giocare !

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista

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