Ci si lamenta oppure ci si racconta?

Ho osservato che in molti casi le persone si confidano tra amici con una certa insistenza contando sia sulla fiducia, sia sulla familiarità e complicità dell’altro.

C’è spesso un desiderio di confidarsi per creare un senso di appartenenza affettiva e si potrebbe affermare che la disinvoltura e l’entusiasmo con il quale alcuni amici si raccontano viene spesso frainteso come invadente e come lamentoso, forse perché perturbante. Perturbante cosa? Ciò che un amico racconta può scalfire alcune difese inconsce dell’altro, quelle che molte persone adottano per impedire di farsi avvicinare troppo alla propria intimità e a certe personali debolezze, se non con molta prudenza, e comunque non più di tanto.

In altre parole, troppa spontaneità, troppe osservazioni sia nel bene che nel male, creano disagio, diffidenza, pesantezza nella comunicazione e conversazione. La conversazione suona come un lungo lamento.

Il proprio pensiero libero di un amico/a, è comunicato spontaneamente in virtù di una fiducia nella condivisione e nello scambio di pensiero con l’altro, non tanto del contenuto osservato, ma contando nell’apprezzamento dell’altro per la propria spontaneità con la quale egli si sa comunicare.

In altre parole, potremmo ricavare da queste dinamiche sociali che alcune persone sono maggiormente disponibili e aperti a raccontarsi agli altri rispetto a chi è chiuso e non sa aprire bocca, forse per favorire la socializzazione, forse per trovare nuove famiglie di amici, ponendosi però a volte in modo troppo impegnativo e quindi egocentrico e intrusivo. Non tengono sufficientemente conto che chi ascolta può non essere pronto a questo bagno di spontaneità e che l’altro  stesso è timido e forse non sarebbe tanto in grado, né desideroso di raccontarsi. Ogni racconto troppo spontaneo può essere vissuto come un’invasione, un impegno, una critica che si trasforma facilmente nella percezione di un lamento.

La spontaneità nel raccontare ciò che scorre nella mente dovrebbe in questi casi essere contenuta con prudenza tenendo conto del contesto i cui ci si parla di Sé per non apparire pesanti e ingombranti.

I pazienti in percorso di psicoterapia, considerando che sono invitati a raccontarsi con spontaneità, raramente si lamentano, perché il loro racconto serve a comprendere se stessi e ciò che sta loro accadendo.

Ma non avviene lo stesso procedimento con le amicizie o nel gruppo degli amici. Ogni osservazione o critica al contrario può facilmente essere interpretata come un lamento, non un’apertura come desiderio di raccontarsi. Sarebbe meglio che tale propensione venisse sfruttata professionalmente e più proficuamente.

Succede invece che quelle stesse persone che si gioverebbero del lavoro analitico, percepiscono in realtà una profonda resistenza a prendere tale decisione perché immaginano se stessi in una posizione psicologica di dipendenza assoluta e preferiscono annoiare con i loro continui sfoghi un po’ lamentosi, sia amici sia conoscenti.

In fondo, si dicono: non ho bisogno di aiuto, un amico mi può capire e aiutare, devo farcela da solo, non sono dipendente da nessuno !

In un certo senso, dipendere in modo assoluto da qualcuno, ad esempio dalle figure accuditive, come accade quando si è piccoli, coincide con l’angoscia di lamentarsi rivedendo in sé stessi gli interlocutori del passato ai quali chiederebbero, nelle loro fantasie inconsce, di ottenere in genere attenzione per la gratificazione dei bisogni dai quali il bambino (quindi oggi anche l’adulto) potrebbe sperimentare un senso di oppressione e di invasione.

In altre parole, i bisogni di egocentrismo naturali nel bambino possono nell’adulto riecheggiare inconsciamente, l’impotenza collegata alla dipendenza e paventare così l’idea di essere aiutati; si preferisce tormentare alcuni amici perché tale aiuto, infatti, potrebbe essere confuso con la perdita di controllo sul proprio senso di Sé.  Le conquiste e l’indipendenza dell’ età adulta non debbono essere intaccate. Ci siamo abituati a nominare questa angoscia, regressione. In realtà tale temuto vissuto psichico corrisponde più a un teatro della mente affettivo che viene rievocato come una vecchia canzone evoca un periodo. Non si tratterebbe a un irreversibile ritorno al passato.

Il lavoro analitico, concepito da Freud in poi, fu immaginato come un viaggio. Il viaggio richiama aspetti tanto poetico quanto onirici perché immaginato al di fuori del tempo e dello spazio, dove i personaggi vissuti in epoche diverse, possono parlarsi tra loro in una dimensione universale. Ho ipotizzato che la conversazione insita nel processo psicoanalitico aiuti il paziente a collegarsi con il proprio mondo interno e ad armonizzare i propri personaggi interiorizzati ancora in conflitto tra loro.

Preferisco immaginarlo come il viaggio di Dante seguito dalla guida di Virgilio attraverso l’Inferno, il Purgatorio verso il Paradiso accecante di luce.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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