Il vandalismo sui muri delle città

Il graffito in sé nasce nella preistoria degli uomini che vivevano nelle caverne e che necessitavano di comunicare attraverso incisioni indicanti messaggi pratici.

I ragazzi adolescenti vandalici oggi che producono graffiti in grande quantità usando bombolette con vernice indelebile e non solo, non solo imbrattano pareti delle case come fossero lavagne da riempire di scarabocchi e tagging, sporcano portoni di case anche storiche, monumenti, ma anche serrande, vetrine, vari anfratti della città.

A alcune persone tutto ciò embra espressione di un slancio di libertà, vitalità giocosa di gioventù, invece ad altri risultano atti di bullismo, di svalorizzazione del mondo con atti e agiti che seguono una coazione a ripetere tipica della compulsione patologica.

Alcuni adolescenti sviluppano una addiction che assomiglia ad altre compulsioni come il gioco d’azzardo, come lo shopping compulsivo, come la disposofobia (non buttar via niente soffocando in casa a causa degli oggetti trattenuti, internet compulsivo), etc, cioè tutte quelle che oggi chiamiamo dipendenze senza droghe.

I dati delle ricerche che si sono svolte in  tutta Italia indicano la presenza in alcuni giovani di un bisogno eccitante e aumento nel circolo fisiologico di noradrenalina, endorfine e dopamina  e di esaurimento dell’impulso che é seguito da down depressivo.

Il fine iniziale sembra essere placare  il senso di vuoto e di noia, (nikilismo).

Alla fine degli anni 70, nei ghetti americani il graffitismo riguardava una espressione naturale per attivare un discorso sui diritti civili e negli anni 80 il graffito diventa sinonimo di ribellione e di disobbedienza.

Esprimono messaggi di denuncia, pensieri politici e scontento sociale. Non ci riferiamo naturalmente al vandalismo artistico che e’ limitato a certi luoghi e che non ha a che fare con la trasgressione, ma con una antichissima modalita’ di comunicazione ed e’ incoraggiato ovunque.

Al di la’ del disagio dei giovani che rappresenta uno dei piu’ grossi problemi sociali della nostra epoca insieme a quelli economici e del lavoro, dovremmo ricordare la teoria della finestra rotta proposta alla attenzione come esempio da sostengono nel 1982 i criminologi James Q. Wilson e George Kelling i quali pubblicano un articolo dal titolo Broken Window Theory  (Teoria della finestra rotta). Secondo tale teorizzazione, non fermare  piccole trasgressioni può generare fenomeni di emulazione che portano a spirali di violenza più gravi.

L’idea nasce, appunto, dall’esempio della finestra rotta: se qualcuno rompe una finestra di un edificio e non viene riparata, sostengono i due studiosi, si diffonde in chi la vede l’idea che l’edificio sia abbandonato o lasciato senza cura, attraendo presti altri teppisti nel rompere le altre finestre e generando altri fenomeni di violenza contro la proprietà.

Con l’espressione la teoria delle finestre rotte si indica quindi quella particolare forma di gestione del territorio secondo la quale non vengono tollerate le piccole trasgressioni che, se trascurate (e non corrette e/o sanzionate subito), potrebbero alimentare fenomeni di emulazione.

Se in un quartiere una sorta di  teppista spacca una finestra, e nessuno la aggiusta, è molto probabile che ben presto qualcun altro faccia lo stesso se non peggio, dando così inizio ad una spirale distruttiva.

Ovviamente la teoria, se applicata in senso opposto promuove l’immagine di un buon modello da imitare.

Le persone tendono ad adeguarsi, avvicinarsi, preferire situazioni, persone o luoghi a loro stessi affini e se impossibilitati a scegliere tendono a cambiare per uniformarsi.

Se creiamo un ambiente e un edificio con finestre rotte, per esempio,  la comunità vicino viene contaminata dal degradare  un ambiente invece ben curato.

La comunità rischia di non a curare più l’ambiente che la circonda.

Estendendo il concetto ai comportamenti: una persona aggressiva porterà gli inquilini ad essere aggressivi, una costruttiva stimolerà gli altri ad esserlo altrettanto e così via. Ecco perché avrebbe avuto estremo successo l’applicazione di questa teoria da parte di Rudolph Giuliani a NewYork negli anni ’90.

Tale modello potrebbe essere applicabile anche ad altri fenomeni di teppismo urbano, ed è infatti stato adottato da diverse municipalità americane come modalità di gestione del territorio e prevenzione del crimine contro le proprietà, come appunto la riverniciatura dei muri sopra i graffiti.

Peccato che molti visitatori stranieri che vengono in Italia per ammirarne la bellezza si trovino davanti a questi graffiti a carattere cubitanei che imbrattano palazzi di prestigio e di epoca antica e quindi  preziosissimi.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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