Compagni di gioco in psicoanalisi

Da un certo punto di vista, che in seguito cercherò di spiegare, il lavoro psicoterapeutico ad indirizzo psicoanalitico potrebbe considerarsi un gioco psicodinamico che prevede che lo psicoanalista interagisca con il suo cliente.

Il gioco, per così dire, riguarda una interazione attenta e attiva ricca di ascolto ed emozioni, comunicazioni simbolica, allegoriche (relazione transferale e controtransferale, empatica, relazionale professionale) ecc..

Si tratta di un gioco inteso come partecipazione dei piccoli pazienti che si rivela nella relazione assai dinamica, come del resto Donald Winnicott, psicoanalista inglese degli anni 60 in poi, aveva intuito in favore della cura e crescita del bambino.

Già Sigmund Freud aveva dedotto che il gioco del rocchetto andava interpretato come una sorta di messa in scena di un’esperienza significativa legata alle numerose partenze della madre. Da ciò Winnicott ha ipotizzato che il bambino ripeta più volte lo stesso gioco per trasformare un’esperienza frustrante (come l’assenza della madre) in qualcosa di accettabile ed elaborabile attraverso la situazione ludica, che può essere attraente e stimolante, favorendo la digestione di eventi difficili psichicamente, dei quali impadronirsi.

Così Winnicott comprese, sperimentando ad esempio con il caso “Una bambina di nome Piggle”, che completare i disegni con lei, aggiungendo pezzi grafici a turno, stimolava entrambi, divertiva e produceva fantasie costruttive nella bambina bloccata.

L’area transizionale avviene con l’uso di un orsachiotto di peluche che il bambino si porta con sé ovunque, anche a letto, percependo di non essere abbandonato dal seno materno e dall’affetto e calore che la madre emana, mentre il bambino modifica distorcendo a suo piacere l’orsacchiotto senza timore di rovinarlo, dato il materiale di cui è fatto.

Pertanto si crea nel gioco un’area transizionale dove ciò che appare come ludico, e aiuta a creare un ponte tra gioco e realtà: il seno materno non viene perduto e vie sostituito da un oggetto reale che li assomiglia, morbido e manipolabile, e ne consente il padroneggiamento.

Avviene così una transizione, un passaggio di crescita, una evoluzione dalla fantasia alla realtà.

Il gioco tra psicoanalista analista e paziente adulto si svolge in modo naturalmente assai differente.

Si tratta di una relazione adulta dove le emozioni acquistano un altro sapore molto più implicato.

I sentimenti ed emozioni che reciprocamente vengono provati, reciprocamente, servono a giocare nel senso di un scambio, spesso inconscio, dove le emozioni si esprimono e favoriscono la comprensione di certe dinamiche che vengono alla coscienza e si modificano positivamente alimentano le trasformazioni di certi contesti e nuove epoche interiori.

Il gioco è vita e creatività. Il gioco è teatro sul cui palcoscenico si possono probare tante parti alternative alla vita rigida ripetitiva spesso sterile, stereopipata e imprigioante.

Il gioco permette di scoprire i nostri interlocutori interni, i quali tutti insieme, derivanti dalle esperienze emotive, hanno costituito il nostro vissuto non cosciente.

Gli attori di fatti giocano a impersonare parti di se stessi interpretandoli e consentendo alla loro personalità di essere più plastica e morbida.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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