La peste che dilaga (nel 1634 da Rovigo  e il coronavirus a oggi 26 Febbraio 2020)

Promessi sposi del A. Manzoni scritto tra il 1821 e il 1842 :  Renzo a Milano incontra dei monatti che portano malati al lazzaretto. Giunge alla casa di don Ferrante e apprende che Lucia, malata di peste, è stata condotta al lazzaretto. È scambiato per un untore da una donna e sfugge per miracolo al linciaggio della folla, rifugiandosi su un carro di morti con i monatti. Arriva in compagnia di questi al Lazzaretto e si prepara a entrarvi.

[…] il varco è presidiato da una guardia dall’aria stanca e il cancello è aperto, occupato in quel momento da una barella su cui due monatti depongono il capo dei gabellieri, caduto vittima della peste. Renzo attende che la barella si allontani, quindi pensa di attraversare il cancello: viene subito richiamato dalla guardia, che però acconsente a farlo passare quando il giovane gli lancia una moneta. Renzo entra in città e, fatti pochi passi, viene chiamato da un’altra guardia, alla quale non risponde e che lo lascia andare senza curarsi troppo di lui.

Dai paesi che circondano Milano giugno notizie delle prime morti.

Inizialmente la causa del decesso viene attribuita al contagio, dopo una visita sui luoghi della malattia, si conclude che si tratta di una peste.

Le autorità in particolare il governatore Ambrogio Spinola rimangono piuttosto indifferenti al problema, ma anche la popolazione rifiuta l’idea del contagio.

Il 29 Novembre del 1969 viene pubblicata una grida che vieta l’ingresso in città di coloro che provengono dai paesi dove si è verificato il contagio: ma ormai la presente è già entrata in Milano. Il contagio si diffonde ma in modo non rapido: la gente rimane scettica e si scaglia contro i medici che mettono in guardia contro la peste, giungendo ad aggredire il medico Lodovico Settala. Si moltiplicano le morti e diviene impossibile negare l’esistenza del morbo. Invece di dichiarare la presenza della peste, si parla però di febbri pestilenti: ciò induce a trascurare i pericoli del contagio. I malati portati al lazzaretto si fanno sempre più numerosi, tanto che il Lazzaretto stesso diviene ingovernabile: solo l’intervento e il sacrificio di alcuni frati riesce a riportare l’ordine in quel luogo. Si parla finalmente di peste, ma si diffonde al tempo stesso l’idea che all’origine del male non vi sia il contatto con gli ammalati, bensì quello con unguenti velenosi. A rafforzare la psicosi dell’untore concorrono due episodi di presunta unzione: l’uno verificatosi nel Duomo, l’altro lungo le strade cittadine. Malgrado il tribunale di Sanità non creda allo spargimento di veleni, le autorità non smentiscono pubblicamente l’esistenza delle unzioni, mentre vi è addirittura chi continua a negare la pestilenza: l’esposizione di alcuni cadaveri durante una processione convincerà tutti del contrario. L’Autorità cittadina si rivolge nuovamente al governatore Ambrogio Spinola, ma questi, impegnato nell’assedio della città di Casale, nega ogni aiuto. Intanto crescono i sospetti delle unzioni e si verificano episodi di linciaggio, come quelli ai danni di un vecchio e di tre francesi. 

I Lazzaretti si affollano al limite della loro capacità e cominciano a fare la loro comparsa i monatti. Solo con l’opera dei cappuccini, dei sacerdoti, del vescovo e delle poche persone di buona volontà, si riesce a far fronte, fuori e dentro i lazzaretti, alla terribile situazione sanitaria. Nella confusione generale si moltiplicano le violenze commesse dai birri e dai monatti. Cresce anche la pazzia generale e la psicosi dell’unzione: si sospetta di tutti e vi è persino chi, magari delirando, si accusa delle unzioni. Vengono inventate storie diaboliche e fantasiose ed i dotti chiamano in causa congiunzioni di astri ed altre teorie pseudo-scientifiche. 

Anche il Cardinale comincia a credere agli untori e gli scettici sono ormai pochi e silenziosi. I magistrati cominciano a cercare e processare i presunti untori: si eseguono molte condanne atroci e ingiuste. 

Don Rodrigo, rientrando da una serata con gli amici, comincia ad avvertire uno strano malessere, ma nega che si tratti di peste. Il Griso finge di credere alle parole del padrone, ma sta in guardia per evitare il contagio ed approfittare della situazione. Dopo essersi addormentato con fatica, don Rodrigo sogna di trovarsi in una chiesa piena di appestati e di provare, per la pressione della folla, un dolore al fianco sinistro. Sempre in sogno, vede fra Cristoforo indicarlo con mano minacciosa. Risvegliatosi, il nobile vede sparire tutte le funeste visioni del sogno, ma non il dolore al fianco: guardandosi quella parte, scopre un bubbone. Sperando di evitare il Lazzaretto, don Rodrigo incarica il Griso di avvertire il chirurgo Chiodo che per denaro é disposto anche per abitudine a tenere nascosti gli ammalati. Il Bravo parte, ma invece di ripresentarsi assieme al chirurgo, torna accompagnato dai monatti, i quali immobilizzano don Rodrigo, lo derubano e spartiscono il bottino con il Griso. Il traditore inizia a godersi i frutti della rapina, ma, ad un certo punto, si ricorda di aver toccato gli abiti infetti del padrone: la peste lo ucciderà rapidamente, mentre don Rodrigo giungerà ancora vivo al Lazzaretto.

Tornando a oggi Mercoledì 26 Febbraio 2020 

Sappiamo che il coronavirus è un virus sconosciuto fuoriuscito da  corpi di  pipistrelli in Cina. Il virus ha infettato in Ospedale alcuni cinesi e replicandosi ha cominciato a diffondersi.

Anche se complessivamente non lo conosciamo stiamo conoscendo molto deluso comportamento e struttura e forse tra un anno abbondante, ne avremo ottenuto anche un vaccino.

La sua pericolosità consiste nel fatto che da un lato resta ancora sconosciuto e rivela una rapida contagiosità.
Perchè ?

Se i ceppi influenzali del coronavirus non sono domestici come possono esserlo quelli delle nostre influenze che circolano nei Paesi Occidentali, è ovvio che i nostri organismi non siamo preparati a difendersi opportunamente, come sarebbe avvenuto se tale virus lo avessimo incontrato prima o addirittura ci fossimo con il tempo allenati con le nostre difese immunitarie attraverso tanti piccoli raffreddori. Saremmo stati già forti e sufficientemente equipaggiati, specialmente se avessimo aderito, come da richiesta della Sanità, di vaccinarci.

I microrganismi del corona virus si propagano rapidamente contagiando proprio perché trova noi ospiti metaforicamente assai accoglienti, disponibili, ingenui, perché non sospettosi e quindi non difesi. 

Il nemico ha via facile a entrare nell’ospite, ma non per questo i dati scientifici a tutt’oggi dimostrano che l’influenza sostenuta dal corona virus sia veramente letale. Praticamente come le nostre influenze abbastanza domestiche, possono esser mortali nei casi di persone molto fragili con pregresse malattie. I bambini sembrano per ora non troppo colpiti, (non sappiamo esattamente perché), gli anziani invece sono molto più a rischio, se con malattie multiple.

Le Ordinanze sono varie e sperando che esse siano ben collegate tra le varie Regioni secondo un criterio coerente, sostenuto rigorosamente dalla Scienza e da una Politica intelligente, si dovrebbe trovare il meglio, sia per la salute, sia per il grave problema dell’economia Italiana ed Europea.

In generale, si suggerisce allo scopo di circoscrivere e rallentare i focolai di infezioni  di muoversi nelle città e paesi tenendo una certa distanza tra le persone cioè l’uno dall’altro senza creare nei luoghi più sospetti affollamenti poiché potrebbe ciò facilitare il contagio.

L’uso della mascherina, specialmente nelle aree considerate altamente infette é  consigliato solo per difendere gli altri da nostre pregresse patologia dell’apparato respiratorio. Non appena il presidio medico renderà le mascherine disponibili per tutti in alcuni casi potrebbero essere socialmente utili.

Lavarsi le mani anche quando si è in casa è assai prescritto, perché, seppur non ce ne accorgiamo, spesso tocchiamo il nostro volto, la bocca, pezzetti di cibo che poterebbero divenire infetti. Sarebbe sempre da considerarsi una buon regola per l’igiene!

Ora è di particolare mia competenza segnalare quel che il Manzoni, finissimo scrittore di prosa e inventore del Romanzo Storico tra i più grandi, con sarcasmo ha sempre nel romanzo sottolineato riguardo all’evento tragico della peste nera, bubbonica del 600.

Seppur noi non ci troviamo per fortuna a essere vittime di una malattia tanto grave come la peste, anche la corona può aver in comune con l’epidemia la stupidità popolare. 

Ricordiamoci che il virus può diffondersi anche a cause della grande ingenuità e delle credenze e della superstizione nella gente… 

Da un punto di vista psicologico mi curo di pensarci, perché se manca il buon senso, la testardaggine di alcune persone, possono portare ad una sorta di disobbedienza alle autorità competenti che causano danni sociali.

Le persone normalmente vivono una vita a fianco di pensieri, preoccupazioni e ansie più o meno gravi che di fronte ad un evento sciagurato come una pandemia può trasformare le ansie in fantasmi persecutori.

Le fantasie, come il pensiero, dovrebbero sempre scorrere, ma a volte diventano fantasma.

Il fantasma è come un cancro, ci perseguita: allora il soggetto sposta certi fantasmi personali che lo perseguitano su un evento come l’attuale, considerato pandemico e proietta sullo stesso tutte quelle cause che soggettivamente gli rovinano la vita e che lo perseguitano.

A questo punto è l’epidemia, che comunque non è ancora pandemia e speriamo non lo diventi mai, è persecutoria e così via.

Sappiamo che le persecuzioni dilagano includendo persone suggestionabili e le conseguenze potrebbero essere incontrollabili.

Donna Prassede, come sappiamo per un suo bisogno narcisistico inconscio, voleva aiutare il prossimo in una misura tale che per lo più combinava solo dei guai, per esempio a Lucia, per un eccesso di altruismo.

Invece sempre nei Promessi Sposi, Don Ferrante, suo marito, diceva: […] sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perché, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all’altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perché bagnerebbe, e verrebbe asciugata da’ venti. Non è ignea; perché brucerebbe. Non è terrea; perché sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe esser sensibile all’occhio o al tatto; e questo contagio, chi l’ha veduto? chi l’ha toccato? Rimane da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all’altro; ché questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all’altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, dànno in Cariddi: e conclude Don Ferrante perentoriamente quanto ingenuamente: perché, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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